De André 10 anni dopo. Il ricordo di Mauro Pagani

il 12/01/2009 - Redazione

Tra i collaboratori e gli amici di De André c’è anche un grande artista che, negli ultimi anni, ha legato il suo nome a Siena. Si tratta di Mauro Pagani, direttore artistico de “La città Aromatica”, ma soprattutto musicista e compositore che, nel 1984, ha scritto a quattro mani insieme a De André uno dei più grandi successi del cantautore genovese nonché, senza dubbio, un disco che rappresenta uno degli snodi fondamentali nella carriera artistica dello stesso De André. Si tratta chiaramente di “Creuza de ma”, un’innovazione nella discografia di Fabrizio oltre che per l’approdo al dialetto genovese anche per delle sonorità che trascendono completamente dagli album precedenti. E nelle parole di Mauro Pagani il ritratto di un amico prima ancora che di un grande artista. Parole che, al di là di ogni aspetto musicale, sono in grado di far emergere i caratteri salienti di un uomo, del suo sguardo sempre attento, della sua inseparabile sigaretta, della sua stupefacente capacità di non essere mai banale.
Qual è il ricordo che maggiormente ti lega a De André?
“Il suo ricordo è il sinonimo della sua mancanza: la quotidianità. Mi mancano le giornate passate insieme non lavorando ma semplicemente a guardare un film, parlare, discutere dell’attualità come di un libro. Mi manca il suo sguardo illuminante e la sua incredibile capacità da “macchina da presa” di sapere mettere a fuoco immediatamente qualsiasi cosa”.
In che maniera è nato il disco Creuza de ma?
“Io avevo preso una cotta per la musica turca e mediterranea in generale. Nel 1981 abbiamo iniziato a collaborare e Fabrizio aveva voglia di cambiare, forse trovare nuovi stimoli dopo i primi due album. Originariamente addirittura voleva essere interamente in lingua inventata e in grado di esprimere al meglio le vicissitudini, le emozioni, le esperienze di un marinaio che manca da casa da tempo. Solo più tardi abbiamo capito che forse tutto questo poteva essere raccontato al meglio in dialetto genovese”.
Ed il frutto qual è stato?
“Non un disco ma un libro di avventure musicato, con le pagine e i personaggi che hanno preso vita grazie alle note. Mi piace paragonarlo ad un libro di Salgari e ad un gran bel sogno di mediterraneità”
Cosa rende ancora attuali le parole e la musica di De André?
“Un’insieme di aspetti del suo carattere e della sua arte. Fabrizio innanzi tutto ha sempre saputo circondarsi di grandi collaboratori e questo grazie alla sua incredibile capacità di leggere il talento nelle persone e saper trarre da loro il meglio. Basta pensare anche solo a De Gregori, Bubola, Piovani, Fossati solo per citarne alcuni. A questo bisogna legare una capacità unica di narrare le cose evitando tutto ciò che è superfluo ma con una forte vocazione per la semplicità e la chiarezza. Mai una parola di troppo ma sempre qualsiasi parola al posto giusto. Del resto, se ci si pensa bene, anche i dischi che sono passati alla storia sono tutti quelli che non hanno niente di superfluo e trasmettono un grande senso di equilibrio musicale e testuale”

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