Anatomia di un racconto. Le rovine circolari

Mirko Tondi

04/08/2020

Prima o poi doveva arrivare il momento in cui si parla di Borges, giacché lo scrittore argentino è senza dubbio – tutt'oggi e a maggior ragione oggi, nell'odierno panorama editoriale sempre meno incline alla pubblicazione di storie brevi – una delle massime autorità in tema di letteratura (in generale) e di racconti (in particolare). È più che mai difficile scegliere un racconto su tutti nella sua eccellente e vasta produzione, motivo per il quale non sarà certo questo l'unico richiamo a Borges nella rubrica che state leggendo. Ma da qualche parte di deve pur cominciare, così la mia scelta è ricaduta su “Le rovine circolari”, testo che racchiude quell'universo immaginifico e l'atmosfera cosiddetta “onirica” che lo contraddistingue, tanto da aver contribuito massicciamente a creare – con la narrativa incentrata sul sogno – se non proprio un genere a parte, sicuramente la parte fondamentale di un genere. O forse sarà meglio parlare di forma, cosicché la distinzione appaia chiara una volta per tutte: sempre più spesso sento parlare dei racconti come “genere letterario”, assimilandoli a, che ne so, il genere fantasy, il rosa o il giallo, ma è chiaro che invece si debba parlare di una questione strutturale (e non solo di lunghezza dell'opera). Il romanzo ha una forma e il racconto ne ha un'altra, ma entrambi possono appartenere allo stesso genere. Detto ciò, mi sento libero di tornare al caro Borges e di tuffarmi nel sogno con lui, un sogno che a ogni lettura mi appare sempre più suggestivo e ricco di dettagli.
 
“Nessuno lo vide sbarcare nella notte unanime”. Basta questo attacco per farci rimanere incollati lì, basta un fatto non visto a introdurci in un mistero da svelare e bastano un sostantivo e un aggettivo associati in maniera originalissima a darci qualche indizio sullo stile dell'autore (casomai uno non avesse mai letto niente di Borges). Poi ci sono alcune parole che descrivono il protagonista: “taciturno”, “grigio”, “stravolto e insanguinato”. Lo vediamo, siamo con lui e lo seguiamo, finché non arriva in un antico tempio circolare di cui rimangono macerie. Si sdraia e dorme, “non per debolezza della carne, ma per determinazione della volontà”. Ma chi è? Cosa vuole fare? È un uomo, un mago, e ha un proposito: sognare un altro uomo, “sognarlo con minuziosa completezza e imporlo alla realtà”. Non ha altri progetti che questo, tramutare la vita in sogno poiché il sogno crei la vita stessa. All'inizio è puro caos, ma a poco a poco i sogni prendono la forma desiderata (“Il sogno è la soddisfazione di un desiderio” diceva Freud, anche se qui appaiono più forti i riferimenti agli archetipi junghiani, con il concetto di Ombra come proiezione inconscia di sé). L'uomo sogna sé stesso al centro di un anfiteatro circolare come quello in cui si trova, mentre impartisce lezioni a una platea silenziosa, e dopo una decina di notti passate così si trova da solo con un “ragazzo taciturno, malinconico, a volte ribelle, dai tratti affilati che ripetevano quelli del suo sognatore”.
 
Poi un giorno la rivelazione: non era un sogno. Sopraggiunge l'insonnia, un costante e improduttivo stato di veglia, e la notte non riesce più a dare i suoi frutti. A questo punto, ecco una delle frasi più belle del racconto: “Comprese che l'impegno di modellare la materia incoerente e vertiginosa di cui sono composti i sogni è il più arduo che un uomo possa intraprendere”. L'uomo deve accettare di aver fallito. E lo fa, ricominciando da capo, riposandosi per un mese e provando con un nuovo metodo, lasciandosi andare al sogno senza alcuna premeditazione. Ora i sogni ricominciano a sgorgare liberi dalla sua mente. Dapprima compone un cuore, per settimane, con minuziosa precisione e pazienza. L'uomo domina i suoi sogni e li unisce tra loro come una tela. Ci vuole un anno perché si aggiungano gli altri organi, uno scheletro, i capelli, fino a che il sognato è completo. Certo da principio non cammina e non parla. L'uomo si pente ed è tentato di distruggere la sua opera, ma resiste. Dopo aver invocato i pianeti, si rivolge adesso alla statua del dio Fuoco (sognata anch'essa), che lo aiuta nel suo intento. Siamo al climax del racconto: “Nel sogno dell'uomo che sognava, colui che era sognato si svegliò”. Per due anni continua nella sua opera e istruisce il sognato sui misteri dell'universo. L'obiettivo ora, se dapprima era quello di comporre una creatura nel sonno, è quello di comporre una creatura perfetta, tanto che ne ricrea le parti giudicate difettose.
 
Dunque si insinua il dubbio: “A volte lo inquietava l'impressione che tutto ciò fosse già accaduto...”. L'uomo considera il sognato come un figlio – un figlio fantasma certo, ma pur sempre un figlio – e capisce che è finalmente pronto per nascere. E nascerà. Lo scopo è raggiunto, l'uomo è in estasi. Anni dopo, svegliato da due rematori, l'uomo ha un presagio: teme che suo figlio scopra di non essere reale ma soltanto “un mero simulacro. Non essere un uomo, essere la proiezione del sogno di un altro uomo”. La natura qui esprime tutta la sua bellezza attraverso le descrizioni sopraffine dell'autore: “una remota nuvola su una collina, leggera come un uccello; poi, verso il Sud, il cielo che aveva il colore rosa delle gengive dei leopardi”. Infine la ciclicità degli eventi, attraverso un incendio circolare che – in “un'alba senza uccelli” (quante albe con gli uccelli si ricordano invece nella letteratura, uccelli che per esempio diventano pensieri nella poesia Prima luce di Giorgio Caproni) – segue il perimetro delle rovine del tempio del dio Fuoco. Finale poderoso e imprevisto, con l'uomo ormai stanco e vecchio, che si getta nelle fiamme; ma è un fuoco candido, innocuo, che non brucia. Solo adesso, l'uomo capisce che anche lui non è altro che un sogno.
 
In questo stupendo racconto di Borges, l'immateriale si fa materia, per poi tornare al suo stato iniziale in una circolarità geometrica. Nel sogno a puntate (quante volte anche noi avremmo voluto riprendere un sogno dalla notte precedente?) si concretizza un'impresa assimilabile alla creazione di Frankenstein o a quella di un Golem d'argilla – o, se preferite, a quella di un biblico Adamo – fino alla scoperta della verità. Il sogno e il doppio, tematiche care all'autore di Finzioni e L'Aleph, infittiscono l'intreccio e lo caricano di simbolismi. Chapeau.
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Mirko Tondi

Mirko Tondi
E' nato a Firenze nel 1977 e ha cominciato a scrivere dopo aver frequentato un corso di sceneggiatura cinematografica nel 2003/2004, presso la SNCI di Firenze. Dopo la menzione speciale al premio Troisi (2005), ha pubblicato poesie e racconti in riviste e volumi antologici (fra quelli anche un racconto per i Gialli Mondadori, 2010) e alcuni romanzi, tra cui l’ebook Come fili che s’intrecciano (Abel Books, 2012, dopo aver ricevuto una menzione speciale al premio “Autore di te stesso” l’anno precedente) e rock opera, con cui è entrato a far parte della rosa dei migliori romanzi del concorso “ilmioesordio” per due edizioni consecutive (2012 e 2013). Nel giugno del 2014...
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