Asfalto

Stefano Vallini

18/11/2015




Tutte le volte che quelli più grandi calavano da nord verso la zona nuova del quartiere, come una tribù di barbari a cavallo delle loro biciclette alte, i ragazzi più piccoli sgombravano le strade e andavano a giocare a tappini nelle piste disegnate con il gesso sull’asfalto dei marciapiedi, oppure tiravano fuori le carte e si rintanavano nell’ingresso di qualche palazzo. Robertino, nove anni che sembravano sette, quei tredicenni ai limiti del cinquantino li vedeva come i banditi spacconi e senza mira di Tex arrivati a invadere il suo spazio vitale e per questo li odiava. Tra quei prepotenti, i più bastardi di tutti erano quelli della banda del Biondo, il Cipolla, il Pieri e il Biondo appunto. Il capo era, per destino e gerarchia, il più carogna di tutti, cattivo come il colore dei suoi capelli, così diverso dal tono generale, con quel ciuffo dorato spiccava arrogante e il suo accento del nord manifestava tutto il suo disprezzo per il prossimo. Il Cipolla non si capiva bene perché si aggregasse a quei tipi; infatti lui era uno che preso da solo era quasi normale, ma insieme al Biondo diventava una bestia. Una personalità facilmente influenzabile dicevano i professori a scuola, uno stronzo pensavano i ragazzini. Pieri era proprio il cognome vero, perché per un simile idiota non veniva sprecato nemmeno un soprannome.
 
I ragazzini abitavamo la parte nuova del quartiere, quella in buca, quella fatta di cemento armato e di giardini minuscoli sputati ai piedi dei palazzi, di garage adibiti a magazzini, con le auto fuori nei cortili o posteggiate rade ai lati delle strade che all’epoca sembravano avere carreggiate enormi. Chi l’avrebbe detto che, negli anni a venire, quei viali così grandi si sarebbero progressivamente ridotti fino a diventare stretti budelli a senso unico. Anche se i palazzi erano nuovi, da quelle vie il panorama era comunque antico, fatto di torri e guglie adagiate sulle colline. Era la città vecchia fatta di mattoni sporchi e di persiane cadenti, vicina e nello stesso tempo lontana, straniera, circondata di mura a respingere, frequentata da quei ragazzi di periferia solo per le feste. La strada invece era dello Sfera, di Fulvio, di Mauro e del suo fratellino Giovanni, del Campana, di Robertino e di tanti altri. Più precisamente il loro territorio era la piazza, ovvero il punto in cui la strada, arrivata in discesa alla fine del quartiere, si ampliava per consentire ai rari autobus di girare e tornare indietro.
 
Per i ragazzi quello slargo era il teatro delle loro gesta, dei giochi di gruppo e delle conseguenti discussioni, delle battaglie con le cerbottane o con i sassi piccoli, ma soprattutto, nonostante l’asfalto ruvido e assassino, quello era il campo di interminabili partite a pallone. Le due porte erano da una parte il cancello della scuola, dall’altra il giardino privato dei Bellini, con quel bastardo del loro pastore tedesco, chiamato fantasiosamente Dog, che abbaiava, ringhiava e se poteva mordeva lo sfortunato che la conta aveva destinato al pericoloso recupero della palla finita in territorio nemico. Una volta il Campana aveva portato un Tango, e fu festa di palleggi in stile brasiliano per tutta una settimana, poi quel miracolo fini giù per la scarpata e si perse per sempre tra l’erba alta e gli strappaborse. A parte quella parentesi fortunata i ragazzi conoscevano un solo tipo di pallone, l’unico che si potevano permettere, un Supertele che costava poche lire e, proprio per questo, bastava il tempo di un tiro tra i rovi e poi, fino alla colletta successiva, le partite si giocavano senza rimbalzi. L’asfalto e il brecciolino che sporca i bordi della piazza lasciavano i loro segni. Le croste sulle ginocchia si rinnovavano senza mai andare via del tutto e anche al buio, sotto le lenzuola fresche, ripassando con le dita i vari sgarri su rotule e menischi, ognuno, prima di addormentarsi, poteva rivedere i cross precisi, i tiri a effetto e gli sgambetti carogna.
 
Quella mattina d’estate a presidiare la strada c’erano soltanto Robertino e Fulvio, gli altri, chi al mare chi in casa a smaltire qualche punizione, non si erano ancora visti. I due erano inseparabili, tanto mingherlino era Robertino quanto grosso e ai limiti dell’obesità, il suo amico Fulvio. Quando spuntò il capo giallo del Biondo a dondolare sulla sua Bianchi ventotto con il cambio, i due videro bene di ritirarsi senza colpo ferire, in coraggioso silenzio.
Dalla cima della discesa il Biondo si lasciò andare con una leggera spinta a vincere l’inerzia, sicuro ed elegante. Quando fu a metà della china dette appena due pedalate più forti e arrivato al piano della piazza, in vista del cancello chiuso della scuola anch’essa chiusa, tirò forte il freno di dietro esibendosi in una egregia ghiacciata che lo portò a fermarsi a non più di tre metri dal cancello. Arrivò il Cipolla e lo superò in bello stile di appena mezzo metro. Il Pieri si fermò ignominiosamente a metà della piazza. Non ci sarebbe stato bisogno di sottolineare quanto fosse stato ridicolo e vigliacco, ma prima il Biondo e a seguire il Cipolla, il quale ripeteva le parole finali di ogni frase come il gatto di Pinocchio, trovarono il modo giusto per farglielo notare.
 
“Pieri, sei proprio uno stronzo”.
“Stronzo”, rimarcò il Cipolla.
“Riproviamo” disse piccato il Pieri.
Recuperarono la cima della salita alzandosi sulle selle e poi di nuovo giù.
Il Biondo stavolta vinse avvicinandosi a ruota bloccata a meno di due metri dal cancello. Il Cipolla poco prima. Risultato pressoché  analogo al precedente per l’ormai depresso Pieri.
“Dai, ancora”, riuscì a dire.
 
Robertino e Fulvio, seduti sul bordo del marciapiede, si davano di gomito e ridevano in silenzio per non farsi sentire. Gli sarebbe piaciuto poter fare altrettanto, ma loro non avevano copertoni da buttare via e le ghiacciate erano vietate. Con le loro bici scassate, eredità di cugini ormai adulti, si azzardavano a farle solo con la strada bagnata, quando le ruote per il poco attrito scivolavano via che era una bellezza, ma spesso, in quelle condizioni, bastava un niente per ritrovarsi per terra. Robertino la bici la prendeva di rado, si vergognava di quella Cinzia rosa che la zia gli aveva lasciato dopo aver scoperto quanto fossero faticose le salite della città.
 
La banda continuò nel loro gioco di salite e discese per parecchio tempo e il Pieri, con il suo inviolato record personale a dieci metri dal cancello, era quasi alle lacrime.
“Questa è l’ultima. Poi si va”, ordinò il Biondo.
Preciso come un cecchino della Wehrmacht arrivò a mezzo metro dall’ostacolo, il Cipolla si arrese. Allora il Pieri si buttò giù per la discesa come il vento dalla montagna, a metà piazza pedalava ancora, schiacciato sul manubrio, mulinava le gambe battendosi le ginocchia nella pancia. Finalmente si decise a tirare i freni, tutti e due perché la velocità era pazzesca. Si sentirono due schianti secchi. Le leve gli morirono in mano e la bici con lui sopra, senza perdere minimamente velocità, in un istante fu sul cancello. Naturalmente non tentò nemmeno di buttarsi di lato come si vede fare nei film e, con la ruota davanti a fare da fulcro, venne catapultato sull’inferriata come un sasso sulle mura del castello. È vero che ad arrivare per prima sulle stecche verticali del cancello fu la parte meno utilizzata della sua persona, ma comunque fu una bella testata.
 
I suoi compari si fecero bianchi come cenci, il Pieri invece, seduto per terra con due tagli verticali ai lati della fronte che gli colavano sangue sulla faccia e in bocca sembrava quasi contento. In quel momento anche Robertino sentì in bocca quel sapore di ruggine liquida a impastargli la lingua come quando, dopo un taglio o una sbucciatura, si succhiava via il sangue dalla pelle e cominciava a sputare rosso. Anche allora gli venne da sputare. Insieme a Fulvio corsero a chiamare il vinaio, il vecchio con un braccio solo che teneva un magazzino pieno di bottiglie e damigiane in un garage del palazzo prospiciente la piazza e che sul momento sembrava l’unico adulto presente sulla faccia della terra. In realtà il vinaio le braccia ce le aveva tutt’e due, una però, dal gomito in giù, era di legno. La versione originale, quella in carne e ossa, l’aveva lasciata in un campo quando una lepre si era messa a saltare tra i motti e il suo fucile, invece di stendere la bestia, gli era esploso tra le mani. Una l’aveva riportata a casa, ma la sinistra era rimasta là. Però il suo braccio di palissandro funzionava benissimo, con la mano sempre guantata di nero, le dita a chiedere “che vuoi?” appoggiate sul cambio a forcone, andava con la sua cinquecento che pareva Nuvolari ed era l’unico in tutto il quartiere ad avere il volante a destra, come una Rolls inglese. A parte contare oltre il cinque faceva tutto, andava anche a caccia, probabilmente alla ricerca della sua lepre o della sua mano.
 
Il vinaio portò il Pieri a sciacquarsi nella sua bottega, tutti e tre stavano muti, solo il ferito ogni tanto mugolava di dolore quando si toccava la testa. Ad un certo punto disse: “Però, ci sono andato più vicino di tutti”. Gli altri non risposero. Il Vinaio gli disse di stare fermo e per disinfettarlo gli versò mezzo bicchiere di vino nella testa, mischiando il rosso pallido del vino con quello scuro del sangue ormai coagulato. Poi il Cipolla prese quello che rimaneva della bicicletta del Pieri e si incamminarono verso casa. Si erano appena avviati che il Biondo si immobilizzò, come se si fosse ricordato improvvisamente di una cosa, si voltò verso il ragazzino abbassandosi fino ad arrivare alla sua altezza e gli sibilò a dieci centimetri dalla faccia: “Se lo dici in giro t’ammazzo.” Robertino che prima di quella minaccia zampettava felice intorno ai tre si fece da parte e guardò in silenzio quella ritirata, con il Pieri e la sua puzza di vino a chiudere la fila.
 
Quel giorno, per festeggiare, Robertino andò a mangiare a casa di Fulvio e dopo pranzo, mentre la madre del suo amico dormiva da sola nel letto matrimoniale, si prepararono due fette di pane con il vino e lo zucchero. In quel modo il vino gli piaceva e Robertino mangiò di gusto il suo pezzo di pane evitando però di respirare dal naso, così da non risentite lo stesso odore che il padre, ogni giorno, lasciava per casa. Abbondarono con il vino e dopo poco, all’ombra di un noce enorme che troneggiava nel campo sotto casa, anche loro si addormentammo. Robertino sognò la mamma di Fulvio che dormiva con la vestaglia a fiori che le era salita su a scoprirle le cosce nude. Fulvio non sognò niente.
 
Racconto scritto in occasione del Laboratorio del sonetto - Aresteatro, corso di scrittura 2013-2015. Insegnanti: Francesco Burroni e Valentina Tinacci

 
 
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