Borgo Sud. L’appartenenza come negoziazione con le proprie radici

Marialuisa Bianchi

05/10/2021

In “Borgo Sud” (Einaudi), arrivato secondo al premio Strega 2021 riscuotendo un plauso unanime di pubblico e critica, Donatella Di Pietrantonio ci fa ritrovare l'Arminuta e sua sorella Adriana, l’inquieta e passionale Adriana, a cui viene data questa volta voce. L’Arminuta, o ritornata per chi non avesse letto il primo romanzo, è una ragazza di famiglia molto povera con tanti fratelli che viene data in affido a una coppia benestante di Pescara, in una sorta di transazione privata. Queste cose accadevano comunemente nell’Italia del dopoguerra, ce lo dice anche Michela Murgia in “Accabadora” con le fill'e anima. Dopo aver conosciuto agi e affetto, per difficoltà insorte la ragazza torna a casa dai suoi: un ambiente povero economicamente e culturalmente. Qui viene accolta con diffidenza a causa della vita privilegiata vissuta fino a quel momento. La ritornata è l’appellativo che le rimane addosso, oltre al senso di estraneità. In “Borgo Sud” le sorelle sono cresciute, portano il peso di un'infanzia e un'adolescenza deprivate di affetto, vittime di una mentalità dura, che considera la tenerezza un sentimento di debolezza: "Mia madre si è dedicata tutta a Vincenzo, giù al camposanto. Una specie di anestesia l’ha protetta da noi, i sopravvissuti. Si è lasciata sfuggire Adriana così, come si può perdere una moneta o le chiavi di casa. Come aveva perso me a sei mesi. Ha riservato le sue cure all’unico che non ne aveva più bisogno. Quante volte sono stata gelosa di un morto. Il ricordo è una forma di recriminazione. È il perdono che non trovo".
 
Sicura di non essere all’altezza della sorella che studia al liceo, Adriana percorre una sua strada fatta di lavoretti e amore per un ragazzo che non la valorizza, anzi la umilia. La sorella, che era stata data in adozione, invece si emancipa e diventa una docente universitaria senza recidere del tutto il legame con le proprie radici famigliari e culturali. Le giovani sorelle si traferiscono dalla campagna a Pescara, ai loro occhi una metropoli, cittadina moderna e piena di opportunità, alla ricerca di futuro diverso e desiderose di vita, l'una attraverso lo studio e la costruzione di una professione, l'altra con lavori precari a Borgo Sud, microcosmo marinaro all'interno della città: “Non passava nessuno per strada, né a piedi né in auto, le persiane erano chiuse, i furgoncini del pesce accostati ai marciapiedi. Sembrava un luogo separato, dove il tempo scorreva più lento e valevano altre regole". Le Scelte in campo sentimentale si riveleranno per entrambe sbagliate e disastrose per la psiche e il corpo, soprattutto per Adriana che addirittura si attirerà una tremenda maledizione dalla madre. Parole pesanti come macigni portano ad ulteriori sofferenze per le protagoniste che sembrano non trovare mai pace: "Tutto questo dolore resta cieco e senza scopo, non sappiamo a chi offrirlo. Nessun Dio ci sovrasta o ci ama".
 
Il romanzo ricorda le protagoniste de “L’amica geniale”, Adriana è Lila e la voce narrante è Lenù: simili nel carattere e nelle vicende personali. Un tema comunque ricorrente nella letteratura. Va sottolineato però che la scrittura è diversissima: “Con mia sorella ho spartito un'eredità di parole non dette, gesti omessi, cure negate. E rare, improvvise attenzioni. Siamo state figlie di nessuna madre. Siamo ancora, come sempre, due scappate di casa”. I luoghi sono soprattutto legati al mare ma anche all’Abruzzo brullo e ruvido, senza tenerezza, che esprime un legame forte dell’autrice con la sua terra: aspra, selvaggia e che determina nei protagonisti gesti ruvidi, privi di slanci. Con vari salti temporali, non sempre esplicitati (e questo è forse un limite del romanzo perché ci si perde facilmente fra i periodi della vita e le scelte appaiono ancora più confuse), ci ritroviamo di nuovo avvolti in un’atmosfera un po’ ardua, come una montagna da scalare. È un libro che rappresenta uno spaccato familiare che si può odiare, ma che ci tiene sempre legati; persone che tentano di sopravvivere aggrappandosi l'una all'altra, in questo caso le due sorelle. La loro è l’unica relazione forte nel senso che la porta è sempre aperta. Il racconto inizia proprio con il viaggio da Grenoble verso Pescara per ricongiungersi ad Adriana, la sorella ribelle, spericolata, piena di vita. Un viaggio nella memoria, in un andirivieni di ricordi, emozioni, non detti. Nodi da sciogliere e legami da riannodare. Nell’ultima pagina di Arminuta c’è il pianto di un bambino, all’inizio di Borgo Sud c’è ancora un pianto, a significare la vita che scorre comunque a dispetto dei dolori e delle sofferenze.
 
Come dice Nadia Fusini, che l’ha proposta per lo Strega, “l’appartenenza, nei romanzi di questa scrittrice, più che una condizione è infatti un movimento, una negoziazione continua con le proprie radici, i propri luoghi, così peculiari e tuttavia così universali, perché letterari”. Questo a sottolineare l’importanza dei rapporti biologici che ti segnano, come nelle tragedie greche e penso a Clitennestra. Questa madre terribile che agisce sulle scelte delle sorelle in modo molto più profondo della madre adottiva che pure l’ha amata molto e teneramente. “Mia madre mi ha occupava dentro, vera e feroce. Restava in gran parte sconosciuta, non sono mai penetrata nel mistero del suo affetto nascosto. Chiuderò i conti con lei nella mia ultima ora”.  Il legane di sangue prevale, direi purtroppo. “Distoglievo gli occhi da quei peli sulle gambe. Ma era mia madre. Era lei mia madre. Mi aveva data da crescere a un’altra donna, eppure ero rimasta sua figlia. Lo sarò per sempre”. La forza del romanzo è comunque lo stile, nella capacità di condensare in poche pagine una profondità psicologica notevole. Una scrittura scabra, ma densissima. Molto appropriato l’uso del dialetto nei dialoghi, un dialetto addomesticato come quello delle persone che non conoscono la lingua e si sforzano di parlare in Italiano con una base dialettale, soprattutto per la sintassi. Ma è una lingua anche poetica, con echi ungarettiani. Frequente l’uso dell’anastrofe e delle metafore. “Con quest’ultimo romanzo, Borgo Sud, Donatella Di Pietrantonio si conferma scrittrice di grande forza e solidità, che sa trovare la parola esatta per dire i sentimenti, grazie a una scrittura che ha un passo tutto suo nel solco di una solida tradizione” conclude Nadia Fusini.
 
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Marialuisa Bianchi

Marialuisa Bianchi, molisana d’origine, si è laureata in storia medievale a Firenze dove vive. Ha insegnato Italiano e Storia nelle scuole superiori.  Recentemente ha pubblicato il romanzo storico Ekaterina, una schiava russa nella Firenze dei Medici, edizioni End 2017. Ha esordito con un libro di racconti “Vie di Fuga. Storie di e per adolescenti”, Franco Angeli editore (con prefazione di Dacia Maraini) Milano, 2005 e nel 2009, un testo teatrale “Apparizioni....

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