Caro Pier Paolo. La lunga lettera di Dacia Maraini per l’amico Pasolini

Marialuisa Bianchi

23/03/2022

“Caro Pier Paolo” (Neri Pozza) è il libro intenso e commuovente scritto da Dacia Maraini per ricordare l’amico e lo scrittore, regista, poeta, intellettuale Pier Paolo Pasolini, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita.

La sua morte è stata atroce, lacerante. “Abbiamo perso prima di tutto un poeta e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo. Ne nascono tre o quattro soltanto dentro un secolo. Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta”, gridava ai funerali Alberto Moravia. Personalmente ho ancora in mente l’immagine straziata del suo corpo sulla copertina di un settimanale, data in pasto ai lettori senza rispetto.  Guardando gli avvoltoi che sbranavano un agnello ha detto “Un giorno sarò sbranato come lui”. E in Africa, di fronte a un paesaggio grandioso e arcaico, “hai detto che capivi cosa fosse l’immortalità e in un certo senso lo sei diventato immortale”, cioè la tua arte, quello che è concesso a pochi mortali, perché si sa, dico io riprendendo Italo Svevo, “la vita è una malattia mortale, non sopporta cure” e Pasolini sembrava proprio sfidarla la morte. Col passare del tempo la sua figura non si è affievolita, anzi è diventata un faro a cui rivolgersi per trovare delle risposte nei suoi scritti, mai consolatori, ma pieni di suggestioni e riferimenti. Pagine profetiche come è stato sottolineato da molti.
 
In questo libro, scritto in forma epistolare, con uno stile caldo e avvolgente, Dacia Maraini ne ripercorre la storia privata, ma soprattutto rievoca le emozioni suscitate da lui in vita e anche dopo morto. Infatti l’amico torna spesso a visitarla in sogno. “Sei sempre il giovane cinquantenne che ho frequentato negli anni sessanta e settanta: il corpo agile, sportivo, la faccia seria, non imbronciata, ma pensosa, lo sguardo sognante, il passo deciso e sempre pronto a correre… in cerca di quel ragazzino che eri stato e che ti sfuggiva da sempre”. Dalle lettere viene fuori un ritratto tenero e feroce a un tempo, chiedendo conto anche di vecchie contraddizioni. L’aspirazione a rievocare un mondo antico e contadino e comunque il piacere di quei lussi moderni, come la macchina veloce, le scarpe di marca, viaggi in aereo. Comunque un uomo sempre delicato e gentile d’animo, con la voce sottile e l’accento friulano che non aveva mai perso. La memoria è fatta di assonanze e rimandi e così grazie a questo lavoro, l’amica di un tempo ha ritrovato ricordi sopiti che condivide con noi lettori, regalandoci momenti di grande commozione nei confronti di questo grande uomo, così visceralmente legato alla madre Susanna da fare chilometri nel deserto pur di non mancare la telefonata quotidiana. “E per evitare di assistere alla morte di tua madre, te ne sei andato prima, lasciandola sola, piccola madonna straziata dal dolore”, come appare nel film “Il Vangelo secondo Matteo” in cui interpreta appunto Maria. “La sincerità dei tuoi scritti, per un eros di pura sensualità”, rivela l’autrice “la tua lealtà a una croce a cui ti sei inchiodato da solo, e quei chiodi terribili sono ancora lì a torturarti la carne mentre chiedi a un padre onnipotente un perdono che non verrà”.
 
Urlerei colpito/ da non so che dolore. Oscuro
dolore, come quello di una volta./ E perciò mitico e impuro.
Solo la tristezza di un giorno nemico / Mi unisce a questa grande vita morta.
Un ossimoro per guardare alla sua esistenza, piena di energia ma anche di dolore, profondissimo dolore. In questo libro scopriamo pagine bellissime dedicate ai viaggi in Africa, Terra madre perduta; alle poesie che recitava e commentava con dolcezza fraterna, come “Il gelsomino notturno” di Pascoli, con quell’odore di fragole rosse che tocca i sensi; all’incontro con Maria Callas che amò platonicamente: tanti piccoli momenti della sua vita, alcuni anche divertenti. Si rievocano anni importanti, densi di cambiamenti caratterizzati da una forte spinta politico-sociale. Gli anni ‘70, ‘80 quando gli intellettuali si trovavano da Rosati o al ristorante la Campana o da Gigetto, solo per la gioia di incontrarsi, dove ci si poteva imbattere in Fellini, Natalia Ginzburg, Bertolucci e tanti altri fra cui Pasolini, piccolo di statura, sempre silenzioso e severo. Discussioni animate e scambi molto proficui. “Il personale è politico” rivendicavano le femministe e il corpo diventa centrale.
 
Ma nei sogni manca il corpo, proprio quello che caratterizzava l’arte di Pasolini, per cui ogni esperienza passava attraverso di esso, anche se per lui che aveva vissuto in un’epoca dalle forti ideologie, il corpo era diviso. Il corpo collettivo. La Chiesa, il partito. Il suo doveva sparire, ecco la corsa verso i ragazzini e i sensi di colpa. Era un anarchico solitario, contro le istituzioni, la scuola pubblica (era stato insegnante e poi cacciato) contro le femministe, il movimento omosessuale e gli studenti alla manifestazioni (famosa la poesia di Valle Giulia, in cui prende posizione a favore dei poliziotti proletari contro lo spirito piccolo borghese dei manifestanti). Si vede il suo rapporto viscerale con un paese pervaso di violenza e ritorni all’ideologia fascista. Non pensava di morire, sfidava la morte sì, ma non era violento. Era molto odiato, una parte degli italiani provava per lui un senso di repulsione e le indagini non sono state fatte in modo attento, proprio per far emergere la figura di un debosciato che se l’era andata a cercare. L’autrice si recò in carcere da Pino Pelosi, ma ricavò risposte predefinite e nessuna apertura al dialogo. Un muro di gomma, un uomo forse sotto ricatto o comprato per dichiararsi colpevole. Da chi? Uno dei tanti misteri della storia italiana, su cui non si è voluto indagare perché faceva comodo questa versione dei fatti.
 
Cosa manca di lui? A Dacia che gli era amica tantissimo la sua gentilezza e la tenerezza; al paese manca la sua coscienza civile e critica. Un intellettuale onesto e sincero, come Giordano Bruno e Giovanni Falcone. Tutti loro hanno inseguito la verità e rischiato in prima persona, pagando a caro prezzo quell’integrità morale di cui ora ci sarebbe tanto bisogno. Nell’ultimo sogno l’amica scrittrice parla di un ballo, in cui lo vede felice e libero dai sensi di colpa, senza più bisogno di scappare. Lo ricorda così in allegria perché “Io vivere vorrei / addormentato entro il dolce rumore della vita”, come scrive l’amico di entrambi Sandro Penna.
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Marialuisa Bianchi

Marialuisa Bianchi, molisana d’origine, si è laureata in storia medievale a Firenze dove vive. Ha insegnato Italiano e Storia nelle scuole superiori.  Ha pubblicato il romanzo storico “Ekaterina, una schiava russa nella Firenze dei Medici nel 2021” e  “La promessa di Ekaterina” (edizioni End).  Ha esordito con un libro di racconti per adolescenti “Vie di Fuga” F. Angeli (con prefazione di Dacia Maraini), un testo teatrale...

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