Caruso

Dianora Tinti

23/03/2020

Maggio 1946, ritorno in Sicilia
Ora solo ombre leggere, incerte, attraversavano la sua mente sciogliendo i pensieri e lasciandoli dispersi nella penombra dell’anima. Occupando pochissimo spazio, rannicchiato quasi per non farsi notare, Vito guardava fuori dal finestrino del treno sfrecciare immagini informi, brandelli di un mondo che credeva non esistesse più. Ferito nel corpo e ancor più nell’animo, ingabbiato in un fittissimo intreccio di visioni, smarrimenti, sensi di colpa e, per fortuna, anche speranza aveva lasciato finalmente che sensazioni dimenticate, sigillate, rifiorissero in lui e, richiamato da qualcosa di vago come nebbia, si era visto costretto a voltarsi indietro, molto indietro. Istintivamente aveva avvertito la necessità di riprendersi ciò che aveva lasciato, acquattato come una bestiola ferita, nei cunicoli del cuore durante tutti quegli interminabili anni. Si era guardato per un attimo l’avambraccio tatuato, 180060, poi aveva distolto subito lo sguardo… quel segno gli incuteva ancora terrore.
 
Il dondolio del treno l’aiutava a comporre le sue emozioni, a lungo represse, mentre una miriade di ricordi cominciava ad invaderlo ad un ritmo infernale. Non riusciva a fare chiarezza. Fotogrammi di un passato che credeva per sempre compiuto e antichi pensieri si ricomposero scandagliando la profondità del suo spirito… Certi giorni il caldo era così soffocante che non si riusciva a respirare. Vito con la cesta sopra le spalle stava cercando, esausto, di salire su per le scalette che l’avrebbero condotto verso la superficie. In prossimità dell’uscita, si era fermato un attimo stropicciandosi gli occhi impolverati ed ancora prigionieri del buio. I deboli raggi di sole che riuscivano a penetrare in quell’anfratto dimenticato da Dio, lame che attraverso le tempie si conficcavano nella testa avvelenando la mente, lo avevano fatto vacillare. Erano tre anni che lavorava laggiù, nelle miniere di zolfo di Grottacalda, e non ne aveva compiuti ancora diciotto.
“Anche quest’anno il raccolto malissimo è andato… niente farina, niente pane. I pozzi sono vuoti, dieci mesi che non piove sono”. Dalla coppola sdrucita uscivano fuori ciuffi di capelli ancora forti e neri, ma il fisico era quello di un vecchio, malato rugoso, e Vito aveva avuto un moto di pietà per quell’uomo che rifletteva le condizioni sociali, morali ed economiche d’una popolazione triste e fiera, abbandonata ed incompresa. “Il sole è sempre più caldo e pure la guazza notturna beve avido, divora l’erba ridotta a paglieto che le pecore, tristi e avvilite, rifiutano. Neppure quella poca acqua che ancora scorre in qualche rivolo superstite riesce a procurare un po’ di refrigerio alla terra screpolata…” aveva continuato.
 
Quel momento era rimasto scolpito nella sua mente, così come lo sguardo di suo padre: severo come la Sicilia e triste come la miseria. E come avrebbe potuto dimenticarlo? Come avrebbe potuto scordare il lacerante dolore che schizzava fuori dalla voce, dal cuore ormai rassegnato? Mandare il suo unico figlio maschio alla miniera era l’ultima cosa che avrebbe voluto fare, ma ormai non aveva scelta, era rimasta l’unica possibilità di sopravvivenza. Con quello che riusciva a ricavare dalla poca terra che aveva, lui, che dopo l’incidente si era dovuto improvvisare anche contadino, non riusciva a sfamare neppure se stesso…
 
“Alla miniera di Grottacalda andrai…” e furono sufficienti quelle parole per trasformare un adolescente in un caruso, una specie di schiavo che per una manciata di soldi veniva ceduto dalla famiglia ai picconieri e utilizzato da questi per trasportare a mano lo zolfo in superficie. Ma Vito non lo sapeva. Non sapeva niente delle misere condizioni di lavoro, del disumano sfruttamento degli operai. La sua, nonostante la povertà, era stata un’infanzia spensierata e la miniera rappresentava per lui soltanto il luogo dove suo padre era andato per tanti anni a lavorare, nient’altro. Non aveva mai sentito uscire dalla sua bocca un lamento, un’imprecazione. Soltanto sua madre, qualche volta e sempre di nascosto, si faceva il segno della croce, invocava Santa Rosalia e pregava.
 
Poi quella sera. Tutto il trambusto, le urla. Qualcosa di grave era successo. “Una frana!”. Erano usciti nel piazzale, verso i pozzi. “Oddio!”. Tutto era continuato per l’intera notte, poi finalmente la calma, la quiete. Suo padre era stato estratto vivo, anche se per mesi aveva lottato tra la vita e la morte. Il Signore, alla fine, non l’aveva voluto, così come i padroni della miniera. Zoppicava e non riusciva a mantenere bene l’equilibrio. “Neanche Dio sa cosa farsene di uno come me!”, gli aveva detto una volta.
 
Raggiunta la superficie Vito aveva lasciato l’elmetto e questi pensieri, si era passato una mano tra i capelli grattandosi la cute e aveva sorriso. Con gli occhi socchiusi, non ancora del tutto riabituati alla luce, si era diretto verso casa respirando quell’aria che, dopo le tante ore trascorse al chiuso, pareva quasi effervescente. La mente era libera, i ricordi lontani. “E bravo!” aveva detto qualcuno. “Al nord te ne vai”. Sì, era vero, se ne sarebbe andato. A Pisa. Era il 4 Giugno‘43 e il suo ultimo giorno di miniera. Finalmente era arrivata la sua occasione! Una zia, trasferitasi là da diversi anni, era rimasta vedova. Il marito, un ebreo morto improvvisamente, le aveva lasciato in eredità quattro figli piccoli e una panetteria. In quei giorni bui una donna sola non avrebbe potuto davvero farcela, così sarebbe andato lui. Che importava se c’era la guerra, se il nord era certamente più pericoloso, se di fronte a quella scelta aveva visto suo padre piangere per la prima volta… Lui doveva andare e lasciare quell’inferno a tutti i costi. Qualsiasi cosa, ma non la miniera! Non più. Era partito la mattina dopo dalla stazione di Villa Armerina con il magone, un cratere al posto del cuore e i pochi panni, sistemati con amore da sua madre, dentro una valigia di cartone. Con un rapido, ultimo furtivo sguardo, aveva salutato i suoi genitori, le sue sorelle, il suo mondo.
 
Quando il controllore, nella sua classica divisa, era entrato nello scompartimento, interrompendo i suoi pensieri, aveva sussultato. La vista di quella specie di uniforme per un attimo lo aveva sprofondato nuovamente in un mare di fango, in una dimensione totalmente nemica a tutto ciò che era umano. Aveva mostrato immediatamente il biglietto e, senza guardare l’uomo negli occhi, aveva aspettato di riaverlo vidimato. La donna seduta di fronte, aveva notato il suo turbamento ed istintivamente aveva indirizzato lo sguardo alla ferita dell’anima impressa sul suo braccio. Gli aveva sorriso. Un cenno spontaneo per trasmettergli un po’ di calore, ma lui, emotivamente ancora troppo fragile e non più abituato a gesti di solidarietà, non era riuscito a ricambiare la gentilezza e, quasi impaurito, si era rituffato nei suoi pensieri, nei suoi incubi.
 
Improvvisamente un gran freddo si era impossessato di lui. Succedeva sempre così. Quando meno se l’aspettava i ricordi, a volte confusi, staccati, impersonali, altre volte puntuali chiari e acuminati come un coltello, ricominciavano a vivere la loro vita indipendente catapultandolo in un universo grigio fatto soltanto di neve e di gelo. Una muraglia di tenebre… Una fiamma che in lontananza, come se bruciasse nel cielo, rompe l’oscurità. Grida di uomini e latrati di cani. Colonne di fantasmi nella nebbia, parvenze d’uomo appoggiate le une alle altre per scaldarsi reciprocamente con il calore dei corpi e il freddo che entra nelle ossa fino a pietrificare mentre tutto diventa insensibile…
 
Immagini della durata di frazioni di secondo: immagini di eternità. Poi finalmente un tepore cominciava a riscaldarlo ed un ricordo animalesco, come di un godimento esclusivamente fisico, cui la mente non poteva partecipare in alcuna misura, lo prendeva trasportandolo giù, nelle miniere di carbone delle H. G. Werke in Germania. “Avete freddo?”, aveva chiesto la donna vedendolo tremare. Vito si era vergognato, come avesse fatto una cosa riprovevole. La gola secca. Le parole non uscivano. Poi ad un tratto la coscienza, fino ad allora quasi ridotta come per dimenticare se stessa, aveva cominciato a riprendere spessore, ad esistere. Lottando con i propri demoni, tentando di riacquistare sensi e volontà, aveva guardato negli occhi quella giovane donna che timidamente gli porgeva il suo aiuto e, uscendo dal torpore, aveva cominciato a parlare.
 
Era difficile dire certe cose, superare la barriera che lo divideva dagli “altri”, da tutti coloro che non avevano vissuto la sua terribile esperienza. “Sto tornando dalla Germania. Vado a casa, in Sicilia. Là non c’è freddo”. Lei aveva annuito. “Ma neppure nelle miniere c’era freddo. È stato il momento più bello, la mia salvezza. Nelle galleria l’aria era mite, faceva caldo. Dopo il gelo patito al campo di Charlottengrube quel tepore mi sembrò l’estate… Avevamo due metri cubi di carbone al giorno da fare ed era molto dura, perché bisognava stare in ginocchio, le gallerie erano basse. Eravamo sfiniti, morti di stanchezza. Ci caricavano in tre o quattro su piccoli vagoncini, solo il viaggio t’ammazzava… poi con l’ascensore ci portavano al posto di lavoro, eravamo quaranta, cinquanta persone a piano, a ottocento metri sottoterra”.
 
Si era interrotto un momento. “Certe volte non so più se le immagini della memoria si riferiscono a frammenti di realtà o ad allucinazioni… Avevo sempre fame”. Si era accorto degli occhi lucidi della ragazza. “Non voglio rattristavi con questi discorsi…”. “No, vi prego, continuate. È per me un onore ascoltarvi”. Di fronte a quelle semplici parole, a Vito era sembrato di trovarsi come in un mondo nuovo, fatto di creature profondamente consapevoli dei valori e dei sentimenti della vita umana. Così con voce incerta, con tutto il suo dolore e le sue speranze, aveva continuato, provando, per la prima volta dopo troppo tempo, una sensazione di fiducia nel prossimo.
 
“Sapete cosa voglio fare appena arriverò in Sicilia?”. La donna aveva scosso la testa. “Voglio andare alla Miniera di Grottacalda”. Ci fu una pausa. “Non per lavorare, questa volta ho chiuso per sempre con le miniere, ma per rivederla un’ultima volta e, in un certo senso, ringraziarla: glielo devo. Poi la dimenticherò, come dimenticherò questo pezzo di vita. L’ho odiata tanto al punto da abbandonare il mio paese, la mia famiglia. È vero che a causa sua sono partito, sono andato incontro alla guerra, alla deportazione, ma se non fossi stato un caruso non sarei sopravvissuto. Non ce l’avrei fatta lì sotto, come tanti miei compagni, poveretti, non abituati a quella fatica, a quegli sforzi inumani, a quella fame. Charlottengrub era un piccolo campo collegato allo sterminio, fintanto lavoravi potevi stare lì, quando non ce la facevi più era finita, ti portavano fuori per essere eliminato. Mai avrei pensato di pregare perché mi mandassero giù, nelle viscere della terra. Eppure l’ho fatto. Pregavo ogni giorno mentre percorrevo a piedi, a 30/32 gradi sottozero, i tre chilometri che dividevano il campo dalla miniera. Pregavo perché Dio continuasse a darmi la forza di portare a termine le mie giornate. E non vedevo l’ora di essere dentro quel ventre caldo, materno, protettivo. Lì dimenticavo tutto l’odio, la morte, l’orrore che c’era fuori, mi sembrava di essere a casa”.
 
“Come vi chiamate?”. La voce era dolce e rassicurante.
“Vito”. Erano trascorsi alcuni lunghissimi secondi. “E voi?”. “Rosetta. Anch’io sono siciliana. Di Enna”.
C’era stato un lungo silenzio. Vito ora si sentiva nuovamente a disagio. Un misto di pudore, dignità e vergogna. Certe volte il senso del decoro può trasformarsi in rinuncia, timidezza, apparente immobilità. Un retaggio, una strategia che si portava dietro ed aveva elaborato nei lunghi anni dell’orrore: rimanere fermi, fare meno rumore possibile, non dare nell’occhio. Per tentare di vivere. E mentre silenziosa la mente percorreva questo incerto tragitto tra l’oggi e un altro tempo, gli occhi timidi e puliti di Rosetta segnavano inaspettatamente il ritmo del presente.
 
“La vita ama giocare con i meccanismi che, nel bene e nel male, manovrano il nostro destino. Il fato intreccia le strade degli uomini creando percorsi a noi incomprensibili. Doveva andare così.
“Ero convinto di essere fuggito da una vita miserabile, invece…”. Aveva sorriso amaramente non ancora rassegnato ad una sorte che non si può governare. “…mi sono ritrovato in un’altra miniera, a migliaia di chilometri da casa mia, a lavorare peggio di prima. Già… doveva andare così!”.
 
Marzo 2010, ritorno a Grottacalda
La bambina trotterellava intorno ai due. “Vieni Paola, dammi la mano!”. “No, sono grande ormai…”. Vito non aveva più le energie di una volta e la vitalità di quella frugoletta lo metteva in ansia. “Dai la mano al nonno… è pericoloso qui!”. Rosetta intervenne pacata. “Lasciala… stanno arrivando i suoi genitori”. Lo guardò con tenerezza, poi lo prese sottobraccio. “Stai tranquillo…”.
 
Dopo un attimo infatti la bambina era già vicino a suo padre.
“La vita mi ha ripagato, sai Rosetta? Grazie a Dio siamo arrivati ad essere bisnonni e, oggi, abbiamo festeggiato le nozze di diamante. Di diamante, ti rendi conto? Non ci avrei scommesso una lira sul mio futuro…”. E così dicendo si voltò verso di lei con un sorriso che gli fece sparire di botto una ventina d'anni dal volto. “Se penso a quello che ho passato e solo per aver aiutato mia zia e i suoi bambini… Era brava gente, non dava fastidio a nessuno. A volte mi chiedo: perché io? Come se mi sentissi colpevole per il solo fatto di essere tornato…”.
 
Rosetta gli carezzò una mano, comprensiva e meravigliata, perché non parlava mai di quelle cose. Le teneva gelosamente sepolte dentro di lui, ma probabilmente quello era un giorno speciale, pensò. “Nonno, nonna…venite!”. Gridò il loro nipote Pino. Allora s’incamminarono lentamente e Vito fece un po’ di fatica a salire in macchina, ultimamente non era stato tanto bene. Si sistemò dietro, accanto al finestrino. In prossimità dello svincolo di Mulinello, sull’autostrada Palermo - Catania, un cartello attirò la sua attenzione: Parco Minerario di Floristella - Grottacalda.
 
Certe volte non si possono spiegare gli strani giri che fanno anima e cuore di fronte ad avvenimenti eccezionali o apparentemente normali e nemmeno quali tragitti percorre la mente nel cercare il senso del nostro destino. Un’emozione quasi violenta lo catturò e sensazioni dimenticate cominciarono a riappropriarsi della sua anima, vanificando anni durante i quali aveva fatto di tutto per dimenticare. Così, senza nemmeno sapere perché, chiese a suo nipote di seguire l’indicazione. Le parole erano uscite direttamente dal cuore, senza attraversare il cervello. “Ti dispiacerebbe voltare verso il Parco?”.
 
L’uomo lo guardò dallo specchietto retrovisore con aria interrogativa, interpretando quella richiesta come la bizzarria di un vecchio. “Mi piacerebbe rivedere la Miniera, se non è di troppo disturbo”. “Ma nonno, faremo tardi al ristorante!”. Anche Rosetta fu presa alla sprovvista dalla richiesta. Non si sarebbe mai immaginata che Vito volesse ritornare in quei luoghi, ma capì subito che era una cosa importante. “Tuo nonno vuole solo rivederla… cosa di pochi minuti eh!”, intervenne decisa e il tono non permetteva repliche.
 
Pino allora lanciò alla moglie uno sguardo di rassegnazione e si diresse verso Grottacalda. Non appena imboccata la strada, a Vito cominciò a battere fortissimo il cuore e più cercava di stare calmo, più si faceva largo la certezza che, a due passi da lui, il tempo, solo una curva nella spazio, sarebbe ritornato ad essere esclusivamente una necessità dello spirito. Così la sua memoria penetrò in quel groviglio di scene, ricordi, visioni, mescolandosi con i pensieri presenti fino a confondersi con essi… Solo il tocco leggero di Rosetta riuscì a tranquillizzarlo un po’.
 
Era più di mezzo secolo che non vedeva quel posto. Non c’era più voluto andare. Un rifiuto totale, categorico, volto a proteggere se stesso da un qualcosa che gli faceva troppo male, perché il buco nero della sua vita comprendeva anche il periodo che aveva trascorso lì. L’ultima volta che c’era stato, nel 1946 era appena ritornato dalla Germania, poi con Rosetta se ne era andato a vivere ad Enna dove aveva vissuto mettendo a frutto quello che aveva imparato a Pisa ed aprendo un piccolo panificio. Erano anni che non provava più sensazioni del genere! Si era convinto, con il tempo e dopo averli ben bene macerati nell’animo, di avere metabolizzato i lutti, i dolori, le tristezze; invece, via via che le strutture emergevano da quel fitto bosco, sentiva riaprirsi scomparti sigillati del suo cuore e della sua mente.
 
Poi ad un tratto la miniera gli apparve in tutta la sua maestosità. I morsi del tempo l’avevano ferita a morte, ma non ne avevano diminuito il fascino inquietante e Vito fu scosso da quell’atmosfera che emanava ancora sudore violenza operosità e solidarietà. Osservò i tanti ruderi e caseggiati, in piccola parte riadattati, che fino a qualche decennio prima pullulavano di migliaia di minatori e operai, mentre immagini e momenti che credeva aver dimenticato cominciarono ad attraversargli il cuore. “Chissà perché tirando le somme di una esistenza ti trovi a rivedere cose che la mente aveva cancellato?” si chiese. La sua mente poi, come trasportata da un uccello nero e maligno, volò a quel tatuaggio che aveva sul braccio, al filo sottile ed invisibile che legava quel segno a Grottacalda e, dentro di lui, qualcosa, come in un mosaico, si ricompose. Guardò per l’ultima volta quella città fantasma e voltandosi verso la nipotina disse: ”Lo sai che il nonno era poco più grande di te quando iniziò a lavorare qui?”
“E che facevi?”
 
Vito non rispose subito, prese tempo. Si accorse di provare ancora la stessa sofferenza, ma ora sapeva che non poteva più crogiolarsi nel dolore. Quel taglio profondo che non aveva mai smesso di sanguinare doveva chiudersi, così come doveva chiudersi il coperchio dell'abisso in cui ogni tanto precipitava. Così con l’animo sereno di chi, finalmente, ha compiuto il proprio percorso le rispose “Il caruso”.

Il racconto rientra nell'iniziativa di Toscanalibri.it "Racconti di scrittori toscani per i giorni del Coronavirus"
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Dianora Tinti

Dianora Tinti

Dianora Tinti è funzionaria della Provincia di Grosseto, scrittrice, giornalista, critico letterario e blogger. Ha conseguito la Maturità Scientifica, poi la Laurea in Scienze Economiche a Siena e alcuni Diplomi post lauream. Organizza concorsi letterari dal 2002 quando, come Presidente della Commissione Consultiva Provinciale Superamento barriere architettoniche si è occupata del Concorso letterario/artistico per gli studenti delle scuole medie e superiori dal titolo Diversi ma uguali con lo scopo di sensibilizzare al tema dell’handicap. Negli anni 2014 e 2015, insieme alla giornalista Francesca Ciardiello, ha organizzato per il comune di Magliano in Toscana l’Asta delle poesie, concorso letterario riservato a poeti locali e nazionali che vedevano le proprie opere, materializzate da loro stessi in un oggetto, vendute al miglior offerente. Ancora con Francesca,...

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