Così vicini, così lontani. La “mutazione antropologica” dei nativi digitali

Francesco Ricci

20/03/2017

Siamo sommersi quotidianamente da così tante informazioni e notizie che non badiamo più al significato autentico delle parole. Le pronunciamo, le ascoltiamo, le scambiamo, le usiamo, ma in maniera automatica, generica, spesso smussandone le punte espressive. Se già Italo Calvino, nelle sue bellissime “Lezioni americane”, alla metà degli anni Ottanta, parlava di una vera e propria epidemia pestilenziale che ha colpito l’umanità “nella facoltà che più la caratterizza”, vale a dire il linguaggio, i decenni successivi hanno visto quest’ultimo divenire sempre più povero e semanticamente vuoto.

Così, anche un’espressione (a coniarla è stato lo scrittore americano Mark Prensky) che è oramai sulla bocca di tutti, quando si parla di giovani, cioè digital native (nativo digitale), viene impiegata senza coglierne a pieno la portata. Si presta attenzione, infatti, all’aggettivo “digitale”, che ci viene naturale collegare ad audio digitale, fotografia digitale, musica digitale, trasmissione digitale, televisione digitale, mentre si trascura il termine “nativo”, che è quello più importante. Dire, infatti, che i ragazzi che sono cresciuti con i computer, i telefoni cellulari, Internet, sono dei “nativi digitali” comporta il riconoscimento che ci troviamo nel bel mezzo di una “mutazione antropologica”, come l’avrebbe chiamata Pier Paolo Pasolini, o di una “trasformazione ominescente”, come preferirebbe esprimersi Michel Serres, il quale in “Non è un mondo per vecchi” ha scritto che gli adolescenti non “conoscono, né integrano, né sintetizzano come noi, che siamo i loro genitori e nonni. Non hanno più la stessa testa”. E una conferma in tal senso viene offerta dalla neurobiologia, che evidenzia come il cervello dei nostri ragazzi sia meno incline rispetto a quello dei loro predecessori a prestare attenzione alla lettura di un libro o alle parole di un insegnante. A forza di scorrere pagine web, di saltare da un sito Internet all’altro, di interrompere a più riprese la lettura di un articolo, che pure trovano interessante, per controllare la posta o per fare un aggiornamento di stato su Facebook, si trasformano giorno dopo giorno in lettori veloci e distratti: la lentezza, in questo campo, non è più concepita essere una virtù, ma un peccato o una inutile perdita di tempo. Oltretutto, quando si ha a disposizione un computer che possiede una memoria più potente mille volte della nostra, anche lo sforzo per esercitare questa facoltà passa in secondo piano. E così i ragazzi chiudono il libro e tornano a chattare, a navigare, a far sentire la propria voce all’interno di un gruppo virtuale, i cui membri magari non hanno incontrato di persona neppure una volta.  So near, so far away (Così vicini, così lontani) non sono più le parole che ratificano amaramente l’epilogo di una grande storia d’amore; piuttosto, sono la fotografia dei nostri ragazzi, apparentemente seduti alla scrivania o distesi sul letto della loro cameretta, ma in realtà collegati e connessi – con la Rete e con il GPS – col resto del mondo. “Mutazione antropologica”, “trasformazione ominescente”.

Ma visto che le cose stanno così, un atteggiamento di mera demonizzazione dei media digitali appare ipocrita e inutile. Ipocrita, perché la critica più feroce molte volte proviene proprio da parte di coloro che di Internet, ad esempio, conoscono (e utilizzano) insieme ai difetti anche i pregi e le enormi potenzialità, e che a me ricordano tanto gli “ostinati avversari delle tecnoscienze”, di cui ha parlato Giulio Giorello ne “L’etica del ribelle”, i quali in teoria le avversano, ma in pratica non sanno rinunciare alle comodità che esse offrono, dai trasporti alla biomedicina. Inutile, perché tutte le volte che si ha a che fare con una trasformazione che interessa la natura dell’uomo e non soltanto la sua cultura, ogni discorso rischia di apparire sterile e incapace di incidere sulla realtà fattuale. Ciò che occorre è, invece, uno sforzo congiunto della famiglia e della scuola affinché recuperino almeno un po’ quella funzione dell’insegnamento che i media hanno avocato. Un buon punto di partenza per la prima potrebbe essere quello di ritagliare nell’arco della giornata dei momenti (il pranzo, la cena) nel corso dei quali, lasciando da parte tablet e smartphone, genitori e figli dialogano, magari si scontrano, ma comunicano. Si tratta di fare del fisicamente vicino – la casa – il luogo nel quale la parola “detta” sottrae spazio alla parola “vista” su di uno schermo, e il reale, anche con le sue insufficienze, i suoi spigoli, le sue fatiche, relega ai margini il virtuale. In quanto alla scuola, almeno per quanto attiene alle discipline letterarie ed umanistiche, occorre ripensare in profondità i programmi. Non è più concepibile continuare a fare in classe una storia della letteratura che comprenda tutti gli autori e che, peggio, si soffermi sulla lettura (sul riassunto!) delle loro opere cosiddette minori. Quelle lo studente le può trovare sul manuale in uso o in Rete. Il docente deve avere il coraggio di selezionare le pagine che favoriscono la comprensione della complessità dell’essere umano, quelle in cui l’adolescente riconosce i propri tormenti, le proprie aspirazioni, le proprie verità, i propri errori attraverso quelle dei personaggi, quelle, ancora, nelle quali la miseria e la nobiltà dell’esistenza – il suo essere “folle e significante” avrebbe detto Carl Gustav Jung – ricevono luce e, a loro volta, illuminano ciascuno di noi. E allora potrà capitare che un ragazzo, qualche ora più tardi, nel chiuso della sua stanza, riprenda in mano il libro di cui ha sentito parlare, da cui sono stati tratti i passi o le liriche lette a scuola, e vada a rileggerli, e lasci che quelle parole risuonino nelle profondità del proprio io, suscitando domande e generando emozioni. Sono i doni elargiti dai tempi distesi e dilatati, molto spesso, a rendere manifesta la povertà dei velocissimi tempi della comunicazione digitale, che non consente né di riflettere né di meditare.

Certi viaggi iniziano in questo modo, incontrando un viandante il quale, magari sottovoce, ti aiuta a capire che la strada che a te pareva essere l’unica strada possibile da percorrere – la più battuta, la migliore, la più agevole – è soltanto una delle tante. A Petrarca accadde con Sant’Agostino, a Nietzsche con Schopenhauer, a Bertolucci con Proust. Gli interessi (le passioni), al pari dell’amore, si scoprono, non si impongono. Se gli adolescenti di oggi non leggono più, non può essere colpa soltanto di Internet. Forse che rinunciano a incontrare i loro coetanei o a fare sport o a innamorarsi o, nei limpidi mattini di luglio, a salire sul treno per andare al mare? Ripensiamo, prima di accusarli, al modo col quale noi interpretiamo il nostro ruolo di genitori e quello di insegnanti. L’essere troppo amici dei figli (al punto da non dare loro delle regole e non distinguere più i ruoli) e l’offrire agli studenti un’istruzione noiosa, nozionistica, propedeutica alla professione futura più che alla vita, procurano molti più danni di un media digitale.
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Francesco Ricci

Francesco Ricci

Insegna letteratura italiana e latina presso il Liceo classico “E.S.Piccolomini” di Siena, città dove risiede. Nei suoi studi si è occupato in particolare del Quattrocento (latino e volgare) e del Novecento. Tra le sue pubblicazioni si segnalano Il Nulla e la Luce. Profili letterari di poeti italiani del Novecento (Cantagalli 2002), Alle origini della letteratura sulle corti: il De curialium miseriis di Enea Silvio Piccolomini (Accademia Senese degli Intronati 2006), La poetica di Idilio dell'Era (Edizioni Feeria 2009).

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