Gli angeli di Affinati, ipertecnologici e poetici

Luigi Oliveto

09/09/2021

Che all’arcangelo Gabriele piacessero i noodles non lo sapevamo. Stava giusto gustandone una scodella insieme ai colleghi Michele e Raffaele quando ricevette l’ordine di scendere immediatamente in Terra, in Palestina per l’esattezza, ad annunciare la venuta di Gesù. Un incarico affatto di routine, tanto che “Michele lo abbracciò festoso, Raffaele gli diede un buffetto in segno di omaggio. Vai, amico dei giorni più lieti, compagno che non si può dimenticare, l’azione in cui t’impegnerai sarà foriera di sicuri, ulteriori, imprevedibili sviluppi.” Così leggiamo nell’ultimo libro di Eraldo Affinati, “Il Vangelo degli angeli” (HarperCollins), dove l’evangelo si fa romanzo e senza nulla perdere della sua potenza (anzi, dilatandone la provocazione) interpella credenti e non sugli interrogativi che da sempre tormentano l’uomo. Non inganni la giocosa invenzione narrativa degli angeli guerrieri dello spirito, addestrati, determinati, ipertecnologici, che dalla loro fortezza nei superni spazi, in qualsiasi momento sono pronti a planare, non visti, in mezzo alla “scomposta fiumana di volenterosi” altrimenti detta umanità. Certo, l’artificio letterario diverte, ma è architettato per far riflettere su cose molto serie. Nelle pagine di Affinati c’è esegesi dei sacri testi, filosofia, teologia. E c’è molta poesia, come quando leggiamo della seconda esaltante missione di Gabriele (l’annuncio della maternità a Maria) con la quale “si trattava di legare in modo indissolubile la terra al cielo e bisognava farlo usando un nastro speciale, di consistenza rara, col fiocco più bello che si fosse mai visto.” L’angelo, in tal caso, per quanto allenato a missioni speciali, faticava a governare l’ansia: “sapeva di trovarsi sul crinale della Storia, ancora un passo e tutto sarebbe cambiato.” Come insegnano i manuali di teologia biblica, il nome ‘angelo’ (che vuol dire ‘messaggero’) non è un nome di natura, ma di funzione. San Paolo spiegava che sono “spiriti destinati a servire, inviati in missione per il bene di coloro che devono ereditare la salvezza”. Perciò costituiscono un intimo legame tra mondo celeste e terrestre. Ebbene, l’apparentemente bizzarro libro di Affinati, proprio questo racconta. Riscrive quella buona novella che, in forza della sua radicalità, scalza certezze, fornisce risposte e subito insinua altri interrogativi, esalta e al contempo relativizza l’esperienza umana, offre argomenti ai nostri aneliti di giustizia, libertà, uguaglianza, fraternità.
 
***
 
Il reggimento angelico abitava nella fortezza di là dal cielo, oltre i mari, i monti, le città e i deserti, il sole e le stelle. I monaci alati che ne facevano parte, scelti nel novero dei più intraprendenti e volitivi, vivevano solerti e composti, guerrieri dello spirito, soldati azzurri con giubbe e calzari, fanatici delle missioni esclusive, pronti a tutto pur di eseguirle. Il destino aveva giocato sporco con questi ragazzi e ragazze quasi troppo belli per essere veri, prima illudendoli nella possibilità di avanzare rispetto alle condizioni di partenza, poi recidendo senza pietà le loro passioni distintive. Erano stati artigiani e lavoratori, artisti e poeti, donzelle e musiciste, sognatori e giocolieri, in poco tempo bruciati nel commercio amaro coi patti sociali, traditi e traditori, segnati dall’infedeltà e dal rimorso, schiacciati sotto il peso della colpa e dell’inerzia. Eppure, giunti al fondo della disperazione, dopo aver guardato in faccia i draghi dell’individualismo, con il corpo piegato e le mani poggiate alle pareti dei muri ciechi oltre i quali non potevano fuggire, erano riusciti a trovare la forza per contrapporsi innanzitutto a se stessi, guadagnando uno spunto utile alla risalita nella scoperta di un varco luminoso dove intrufolarsi e ripartire: in ragione di tali comportamenti erano stati premiati.
Adesso, entrati a far parte della Guardia Reale – la compagnia di gran lunga più ambita –, veterani dei bivacchi sopramondani, si addestravano con dedizione per dimostrarsi preparati alla chiamata. Che poteva avvenire in qualsiasi momento. Senza preavviso. Bastava che l’inconfondibile squillo dei trombettieri marzialmente schierati sui contrafforti si diffondesse da una parte all’altra del castello per eccitare gli animi degli eletti e scandirne il battito nascosto del cuore.
La Terra era una crosta scura laggiù nello strapiombo, scomposta fiumana di volonterosi: di solito bastavano pochi colpi d’ala per atterrarvi nella segretezza più assoluta. I cadetti, dalle fronti alte e scoperte, pallidi e tremanti ma carichi di gioia, uscivano dai portelli già inclinati in direzione dell’abisso. Pronti al lancio. L’aria schiaffeggiava i loro volti smaniosi. Alcuni ancora adolescenti, col sorriso infinito dei primi capitani; altri più maturi, temprati dall’esperienza. Molte amazzoni dal piglio severo e consapevole. Atlete abituate al sacrificio. Tanti feriti rimarginati, consolatori dei falliti. Appena giungeva il segnale, questi eroi del sostegno attivo nei confronti dei più svantaggiati, fratelli dei perdenti, animatori della buona fede, cultori della speranza, non esitavano a gettarsi nel vuoto. Dopo qualche turbolenza, trovavano subito l’assetto e partivano. Non avevano orario. Sapevano di doversi predisporre al servizio continuo. Scattavano sull’attenti ogni volta che si accendeva la luce rossa della convocazione: quelli anzi erano gli istanti più desiderati. Anche quando non dovevano andare in azione, i ragazzi avevano sempre qualcosa da fare. Si esercitavano alla sbarra sulla ringhiera d’argento allo scopo di migliorare l’agilità. Indossavano gli abiti dei possibili travestimenti. Provavano le voci. Imparavano la dizione. Non lasciavano niente al caso.
Sentivano di appartenere a un drappello speciale: individui unici anche rispetto ai numerosi compagni rimasti nella sfera superiore, addetti alle devozioni contemplative, quasi fossero, a differenza di quelli, ancora legati alla memoria della vita materiale, nell’intrico e nel tumulto delle emozioni, a mezza costa fra cielo e cratere: del resto, se così non fosse stato, non avrebbero avuto la forza e la spavalderia di scendere nel gorgo. Ciò conferiva agli araldi, preferiti dai generali nell’unità di comando – anche se questi non lo avrebbero mai ammesso –, una caratteristica emotività: appena captavano nell’aria la presenza di un mandato, i banditori entravano in fibrillazione.
Chi di noi sarà convocato?
Avrò la capacità di eseguire la mansione che mi verrà assegnata?
Saprò guadagnarmi la fiducia?
Queste domande, di norma non concepibili all’interno del regno angelico, continuavano a filtrare nel presidio, alla maniera di un resto d’umanità spumeggiante, rendendo i fantastici prescelti più deboli, sì, ma anche più affascinanti, almeno secondo la nostra interpretazione.
Ci fu un’epoca, accuratamente conservata nei manuali, in cui essi vennero convocati molto spesso. Un traffico degno di suscitare molteplici attenzioni: infatti nella cavità astronautica dei piani alti non passò inosservato il vorticoso viavai degli operosi corrieri. E, chissà, forse nelle stanze regali strappò qualche affettuoso rimbrotto la visione dei ragazzini, appena giunti nella beata cornice, che, cullati nell’ovatta addensata intorno alle guglie dalle bandierine sventolanti, al cospetto dei nunzi che andavano e venivano, sghignazzavano irriverenti, qualcuno di loro addirittura non esitando a fare la pipì in testa ai messaggeri.
 
[da Il Vangelo degli angeli di Eraldo Affinati, HarperCollins, 2021]
 
 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato i libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchioli (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini, è curatore del libro di Arrigo...

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