I Venturieri. La travolgente ascesa degli Sforza raccontata da Carla Maria Russo

Marialuisa Bianchi

07/09/2021

Con “I Venturieri” di Carla Maria Russo, edito da Piemme, siamo di fronte a un’altra saga familiare, quella degli Sforza, signori di Milano che, nel giro di un secolo, si sono posti alla testa di uno dei ducati più importanti dell’Italia quattrocentesca. L’autrice si sofferma sul ruolo che hanno giocato le donne, attraverso varie figure femminili. Carla Maria Russo di origini molisane ha scritto molti romanzi storici, tra cui La bastarda degli Sforza e I giorni dell’amore e della guerra dedicato a Caterina Sforza, madre a sua volta di un altro capitano di ventura, Giovanni dalle Bande Nere, del ramo popolano dei Medici e nonna di Cosimo I, granduca di Toscana. Le vicende degli Sforza si intrecciano dunque con altri personaggi influenti dell’epoca. I venturieri erano soldati di ventura o mercenari, seguivano un comandante, che si metteva al servizio di chi avesse bisogno di un esercito; non esistevano all’epoca le truppe cittadine, nonostante i richiami che farà in seguito Niccolò Machiavelli ne “Il principe”. Alcuni comandanti divennero da semplici soldati capi per la loro intelligenza e capacità strategica. Cito a questo proposito, anche se si riferisce a qualche decennio successivo, il film Il mestiere delle Armi, diretto da Ermanno Olmi nel 2001 sugli ultimi giorni di vita del condottiero Giovanni dalle Bande Nere. In questo romanzo viene invece narrato un secolo di storia. In tre generazioni, da umilissimi contadini, gli Attendolo diventano duchi di Milano. Muzio è illetterato, costretto dal padre gretto e violento a lavorare i campi. Per una serie di circostanze fugge da casa e segue una compagnia di mercenari; da qui passo dopo passo diventa un capitano di ventura e genera con la donna che ama, ma che non sposa, molti figli fra cui Francesco. Tanti colpi di scena, tante vicende d’amore, mantenendo sempre un rapporto stretto con la storia.
 
“Ho profondo rispetto, per la storia non cambio i fatti, per me è attraverso la storia ufficiale che posso entrare nella mente dei protagonisti. Mi interessa la storia privata”. Dichiara l’autrice, che ne esplora la psicologia, indagando per ricercare l’ambizione, i vizi ma anche l’amore. Forte la spregiudicatezza. L’invenzione personale sta qui, dagli spunti storici ricostruisce i fatti della vita. Muzio e Francesco determinano la storia perché coltivavano ambizioni e progetti. Una storia con una forte connotazione umana, per cui è importante documentarsi. Ricostruisce il contesto familiare, sociale, l’ambiente, documentandosi attraverso cronache, lettere, le fonti primarie dei coevi, che squarciano il velo sul privato. Il metodo che usa è andare in profondità. I temi del libro sono gli stessi di altri suoi romanzi, temi universali che toccano l’esperienza di tutti: la famiglia, Il ruolo della donna e il rapporto padre-figlio. La famiglia è un nodo e un nido, spesso di intrighi, recriminazione, odi, non detti e qui ritroviamo questi elementi, specie nella seconda parte. La posizione della donna nella società vista attraverso figure femminili diverse. Lucia, la madre di Francesco, forte determinata, coraggiosa, però accetta di stare un passo indietro e subisce condizioni discutibili. Agnese, donna di valore, giovanissima viene data in sposa a Filippo Maria Visconti e lei accetta la sua sorte senza vittimizzarsi, ma si riscatta con dignità. Bianca Maria, moglie di Francesco, decisamente una grande personalità, una donna che ha un senso profondo del suo valore e non accetta di essere calpestata. Un matrimonio d’amore, fortunatissimo, ma il rapporto di coppia è teso. Francesco capisce il valore di sua moglie, sul piano politico, la associa al potere, la tiene al suo fianco e si lascerà guidare. Bianca è gelosissima e vuole rispetto, Francesco è un maschio e non capisce le implicazioni, non comprende perché la moglie non accetti le sue avventure anche se lui dice che sono sciocchezze. Per Bianca ogni tradimento è un’offesa alla sua dignità. “Se c’è un valore nella fedeltà vale per entrambi”, ripete. Altro tema il rapporto padre figlio: le caratteristiche cambiano nelle generazioni. Francesco sa che il padre vale, ma lui di più, ne eredita le qualità ma le affina con la cultura, Ferrara e Napoli, due corti raffinate, dove risiede. Suo padre è illetterato, ma gli ha offerto queste chance. Francesco si rivela più lungimirante, più abile nell’uso della diplomazia. Difficilissimo risulta il rapporto con il primogenito Gian Galeazzo, la madre lo capisce al volo, mostra disturbi caratteriali. Bianca è severissima ma Francesco perdona tutto, lo vizia ed è orgoglioso di lui, nonostante comprenda che il potere cui tende è solo per se stesso e non mira al bene del paese. La madre invece sarà odiata e pagherà un alto prezzo.
 
“Purtroppo, rifletteva Bianca, quanto intenso e felice sia stato un periodo della vita lo si comprende solo quando finisce e si disgregano gli elementi che lo avevano reso tale. Anzi, mentre lo si vive, spesso ci si lamenta proprio per quell’intensità, che ci procura tensione e preoccupazioni e che poi verrà rimpianta come un momento epico della propria esistenza, palpitante, inebriante, fitto di ansie, certo, ma anche di ambizioni, di energie, di realizzazioni esaltanti, di incredibili risultati. Perché – questa è la cosa strana, che si comprende alla fine – i periodi belli e gratificanti sono proprio quelli che ci provocano i maggiori affanni, che ci impongono di dare fondo a tutte le nostre risorse e capacità, delle quali non saremmo mai stati neppure consapevoli, se non fossimo stati costretti a ricercarle in noi stessi. Non può esistere vittoria, senza lotta. E la lotta è persino più importante della vittoria, perché ci inebria, rende la vita difficile, certo, ma anche avvincente, genera un’enorme fiducia in noi stessi e nelle nostre qualità. Quanto più ricco e fervido sarà stato quel periodo, tanto meno saremo condizionati dalla paura di morire, perché teme la morte solo chi non è vissuto intensamente, chi ha sprecato invano il suo passaggio su questa terra. Piangendo la perdita di sua madre, Bianca rievocava la sua vita, rivedeva se stessa bambina, nel castello di Abbiate, accudita proprio da Agnese, discreta, sollecita, protettiva. E poi sposa fiera e felice di Francesco Sforza e infine lei stessa madre. Ricordava la fatica e i rischi per conquistare Milano, le battaglie, la paura... che momenti esaltanti! Era consapevole, allora, di quanto felice, intensa e privilegiata fosse la sua esistenza, pur nei pericoli, negli affanni, nelle difficoltà?”.
 
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Marialuisa Bianchi

Marialuisa Bianchi, molisana d’origine, si è laureata in storia medievale a Firenze dove vive. Ha insegnato Italiano e Storia nelle scuole superiori.  Recentemente ha pubblicato il romanzo storico Ekaterina, una schiava russa nella Firenze dei Medici, edizioni End 2017. Ha esordito con un libro di racconti “Vie di Fuga. Storie di e per adolescenti”, Franco Angeli editore (con prefazione di Dacia Maraini) Milano, 2005 e nel 2009, un testo teatrale “Apparizioni....

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