Il giovane Holden non invecchia mai

Luigi Oliveto

10/01/2019

La prima ricorrenza in assoluto celebrata con l’arrivo del 2019 sono stati i cento anni dalla nascita (1 gennaio 1919) di Jerome Davide Salinger, lo scontroso scrittore americano, noto, appunto, per la sua misantropia e per ciò che è diventato uno dei romanzi più letti al mondo, “Il giovane Holden”, 65 milioni di copie vendute, pubblicato nel 1951. Altrettanto celebre la sua riluttanza nel dare alle stampe ciò che scrisse successivamente. In una delle rare interviste, concessa al “The New York Times” nel 1974, lo scrittore tenne a giustificarsi così: “Non pubblicare mi dà una meravigliosa tranquillità... Mi piace scrivere. Amo scrivere. Ma scrivo solo per me stesso e per mio piacere”. Così che – e l’occasione centenaria ha riproposto la questione – in molti attendono che vedano la luce altri romanzi inediti. È tale la smania che nel 2009 uno sconosciuto autore-editore svedese, tale Fredrik Colting, ebbe l’ardire di scrivere e pubblicare un sequel – ovviamente non autorizzato – dell’Holden. “Il giovane Holden” è stato definito una efficace rappresentazione dell’America del dopoguerra, con i suoi miti e simboli ingannevoli, con un diffuso disagio giovanile, con il linguaggio dell’epoca. Ed è con questo universo che si confronta il sedicenne Holden Caulfield sperimentandone insofferenza e solitudine. C’è dunque il rifiuto, lo scontro, lo sberleffo verso quel mondo adulto; poi un graduale adeguamento alla ‘normalità’. Ma nel malessere di Holden emergono anche gli eterni interrogativi sulla vita e sulla morte, lo scoraggiamento e la depressione, la gran voglia di fuggire in un ‘altrove’, fino a quando, per amore della sorellina Phoebe (la bambina di dieci anni che lui chiama spiritosamente “la vecchia Phoebe”) decide di non andare «in nessun posto», di tornarsene a casa. Il romanzo, infatti, si chiude con Holden che, felice sotto la pioggia, guarda la sorellina sulla giostra. È un libro che si continua a leggere, perché mutano le società, i costumi, le idee, ma non il passaggio critico dall’adolescenza al mondo adulto, che di generazione in generazione è motivo di contrasti, rifiuti, fughe più o meno reali.
 
***

Lasciati gli orsi uscimmo dallo zoo, e dopo aver attraversato quella stradina nel parco, passammo sotto una di quelle piccole gallerie dove c'è sempre odore di orina. Di là si andava alla giostra. La vecchia Phoebe continuava a non volermi parlare, però adesso mi camminava quasi vicina. Io l'afferrai di dietro per la cintura del soprabito, così, tanto per fare, ma lei si divincolò. Disse: – Tieni le mani al posto tuo, per piacere –. Ce l'aveva ancora con me. Ma non come prima. Ad ogni modo continuavamo ad avvicinarci alla giostra e già si cominciava a sentire quella musichetta saltellante che suonano sempre. Stavano sonando Oh, Marie! Sonavano quella stessa canzone da una cinquantina d'anni, da quand'ero piccolo io. Ecco l'unica cosa simpatica delle giostre, suonano sempre le stesse canzonette.
– Credevo che d'inverno la giostra fosse chiusa, – disse la vecchia Phoebe. A conti fatti, era la prima cosa che diceva. Probabilmente si era dimenticata che doveva avercela con me.
– Forse perché è quasi Natale, – dissi. Non disse niente, quando io dissi così. Probabilmente si era ricordata che doveva avercela con me.
– Vuoi andare a fare un giro? – dissi. Sapevo che probabilmente ne aveva voglia. Quand'era piccola piccola, e Allie, D. B. e io la portavamo al parco con noi, andava matta per la giostra. Non si riusciva a strapparla da quel dannato aggeggio.   
– Sono troppo grande, – disse. Credevo che non mi avrebbe risposto e invece sì.
– No che non lo sei. Vai pure. Io ti aspetto qui. Vai, su – dissi. Eravamo proprio lì, oramai. Sulla giostra c'erano alcuni bambini, per lo più molto piccoli, e i genitori li stavano aspettando lì avanti, seduti sulle panchine e via discorrendo. Allora finì che andai allo sportello dove vendono i biglietti e ne presi uno per la vecchia Phoebe. Poi glielo diedi. Lei mi stava proprio vicina. – Tieni, – le dissi. – Aspetta un momento... prendi anche il resto dei tuoi soldi –. Feci per darle il resto dei soldi che mi aveva prestato.
– Tienili tu. Tienili per me, – disse lei. Poi aggiunse subito: – Ti prego.
È deprimente, quando uno ti dice “Ti prego”. Se è Phoebe o qualcuno così, voglio dire. Mi sentii depresso da morire. Però mi rimisi i soldi in tasca.
– Vieni a fare un giro anche tu? – mi domandò lei. Mi stava guardando in modo un po' buffo. Si capiva che non ce l'aveva più tanto.
– Il prossimo, magari. Adesso sto qui a guardarti, – dissi.
– Hai il biglietto?
– Sì. – Vai, allora, io mi siedo su questa panchina. Sto a guardarti –. Andai a sedermi sulla panchina e lei salì sulla giostra. Ne fece tutto il giro. Voglio dire che ne fece proprio tutto il giro, una volta sola. Poi si sedette su quel vecchio stallone scuro dall'aria malandata. Allora la giostra si mise in moto e io guardai Phoebe che girava, girava. Sopra c'erano solo altri cinque o sei ragazzini, e la canzone che stavano sonando era Fumo negli occhi. La sonavano in modo molto buffo, come se fosse jazz. Tutti i bambini si sforzavano di afferrare l'anello d'oro, anche la vecchia Phoebe, e io avevo un po' paura che cadesse da quel maledetto cavallo, però non dissi e non feci niente. Il fatto, coi bambini, è che se vogliono afferrare l'anello d'oro, uno deve lasciarli fare senza dire niente. Se cadono, amen, ma è un guaio se gli dite qualcosa. Finito il giro, lei scese dal suo cavallo e venne da me, – Stavolta vieni anche tu, – disse.
– No, sto solo a guardarti. Mi sa che sto solo a guardarti, – dissi. Le diedi un po' dei suoi soldi. – Tieni. Prendi qualche altro biglietto.
Lei prese i soldi. – Non sono più arrabbiata con te, – disse.
– Lo so. Sbrigati, ora ricomincia. 
Allora, tutt'a un tratto, mi diede un bacio. Poi tese la mano e disse: – Sta piovendo. Comincia a piovere.
– Lo so.  E allora lei fece una cosa che per poco non mi lasciava secco: mi infilò la mano nella tasca del soprabito, ne tirò fuori il mio berretto rosso da cacciatore e me lo mise in testa.
– Non lo vuoi tu? – dissi.
– Per un po' puoi portarlo.
– D'accordo. Però adesso sbrigati. Finisce che perdi il giro. Non troverai più il tuo cavallo né niente.  Ma lei continuava a esitare.
– Lo pensavi proprio quello che hai detto? È vero che non vai in nessun posto? È vero che dopo vai a casa? – mi domandò.
– Sì, – dissi. E lo pensavo davvero. Non le stavo dicendo una bugia. Andai a casa davvero, dopo. – Sbrigati, ora, – dissi, – Si sta muovendo.
Lei scappò via, comprò il suo biglietto e tornò su quella maledetta giostra appena in tempo. Poi ne fece tutto il giro finché non ritrovò il suo cavallo. Allora ci montò sopra. Mi salutò con la mano, e anch'io la salutai con la mano.  Ragazzi, cominciò a piovere che non vi dico. A secchi, ve lo giuro su Dio. I genitori e le madri e tutti quanti corsero a mettersi proprio sotto il tetto della giostra per non bagnarsi come pulcini eccetera eccetera, ma io me ne restai per un pezzo su quella panchina. Ero bagnato fradicio, soprattutto il collo e i calzoni. Il berretto da cacciatore mi riparava davvero, e molto, in un certo senso, ma ero fradicio lo stesso. Me ne infischiavo, però. Mi sentivo così maledettamente felice, tutt'a un tratto, per come la vecchia Phoebe continuava a girare intorno intorno. Mi sentivo così maledettamente felice che per poco non mi misi a urlare, se proprio volete saperlo. Non so perché. Era solo che aveva un'aria così maledettamente carina, lei, là che girava intorno intorno, col suo soprabito blu eccetera eccetera. 
Dio, peccato che non c'eravate anche voi.
 
[da Il giovane Holden di J.D. Salinger, trad. di Adriana Motti, Einaudi, 1961]
 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato i libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchioli (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini, è curatore del libro di Arrigo...

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