Il puerile rovescio delle cose

Alessandro Agostinelli

02/04/2020

Per Antonio

Adesso è Bruno al volante. Stiamo uscendo da Follonica verso la via delle Collacchie. Il paesaggio circostante è un susseguirsi di pinete che dalla strada si spingono fino a ridosso della spiaggia vicina. Doveva essere la mia vacanza abitudinaria, fasciata di tranquillità e quiete insieme alla mia donna; si è trasformata in un via vai nel caos. Andiamo su questa strada, con la pancia occupata di panini e l’ombra delle chiome dei pini che filtra il sole di metà agosto. Questo giro sulle orme di un’assenza acquista un significato tutto suo, non proprio preciso e schematico come può essere una ricorrenza, ma come se la vita mi avesse posto di fronte la necessità di rivedere se stessa. Alba è scomparsa. È scomparsa da due giorni. Non so perché, non so come.
 
La Volvo di Bruno sale spedita il dosso dopo il Puntone di Scarlino, da dove si apre, vasto, il golfo e l’Isola d’Elba di fronte. Mi pare di aver già fatto questa strada, pur essendo la prima volta che la percorro. Percepisco una sensazione di deja vù, proprio su queste curve docili che salgono e scendono, ormai quasi dentro il bosco che si perde a vista d’occhio lungo tutte le colline dell’interno. Appena Bruno percorre una lunga strada diritta, a Pian d’Alma, riconosco, ancora più intensamente, l’andatura della strada e mi sento come un viaggiatore con un itinerario doppio, quello del presente e quello della mente. Non solo, ma mi pare proprio di aver già udito anche i rumori esterni, fuori dai finestrini aperti. E, improvvisamente, comprendo.
 
-Siamo passati di qui! Bruno, siamo passati di qui!
-Chi?
-Io e Alba siamo già passati di qui, tre giorni fa, l’ho capito adesso da quel rumore degli innaffiatori automatici che spruzzano a intervalli regolari nei campi vicini…
-Ah, sei passato di qua e li guardavi col desiderio di farci una doccia sotto… Con questo caldo!
-No, ero bendato.
-Bendato? Che vuol dire bendato?
-Sì, facevamo un gioco con Alba.
-Cioè?
-Cioè, era lei che voleva fare un gioco. Mi ha bendato appena usciti dalla casa di vacanze, a Roccamare, e mi ha portato in giro in automobile, credo in cerca di un qualche luogo che lei conosceva già. Non so. Comunque ha voluto fare questo gioco…
-E allora?
-Allora mi ha sbendato dopo un po’, quando eravamo nel bosco, e mi ha detto che a lei quel posto piaceva e voleva sapere cosa ne pensavo.
-E che ne pensi?
-Non lo so, non mi pareva un luogo interessante, eravamo in mezzo al bosco. Sentivo che lei voleva dirmi qualcosa. Sai quando le donne ti chiedono le cose senza chiedertele. Come se si aspettassero qualcosa da te… E noi siamo sempre inappropriati in queste situazioni: non capiamo mai cosa fare.
-Perché non conosci la musica. Quando suono il contrabbasso sento sempre che c’è qualche nota in più a quelle che suono che avrei potuto suonare. Percepisco sempre un di più non detto che mi riprometto di suonare all’istante successivo…
-Può darsi Bruno, ma io intendevo proprio la differenza radicale tra un uomo e una donna. Quella distanza breve e siderale che si consuma in un rapporto d’amore.
-Certo…
-Comunque, in quel posto c’era una specie di locanda-ristorante.
-Locanda? Intendi un albergo?
-Più un bed and breakfast.
-Potrebbe essere scappata lì!
-Perché mai?
-Non lo so. Sei tu che mi racconti che ti ha portato là con qualche intenzione. Se poi siete rientrati a Roccamare…
-Sì, siamo tornati a casa dopo poco.
-Ecco, magari, come dici tu, si aspettava qualcosa che non hai fatto e allora se n’è andata. Ed è tornata là.
-Potrebbe essere andata così.
-Hai alternative? Hai altri indizi?
-No, hai ragione.
-Allora dai, andiamoci…
-Ma non so dove sia. Ero bendato, sentivo solo i rumori.
 
Intanto, passato il bivio per Tirli e Punta Ala la strada sale di nuovo per scavalcare la seconda Collacchia, prima di immettersi in un altro lungo rettilineo, verso Castiglione della Pescaia. Bruno guida più lentamente, sembra stia pensando qualcosa in particolare. Poi sorride e fa: Hai fortuna. Sono un musicista, ho orecchio io. Se ti impegni accuratamente possiamo tentare di ricostruire il percorso attraverso i rumori che ricordi.
-Bruno, dai! Stai scherzando? E come si fa?
-Si fa che si prova.
-Ma non saprei da che parte cominciare…
-Intanto credo che dobbiamo tornare indietro. È chiaro che Alba è uscita da Roccamare prendendo a sinistra, verso nord, se no non avresti potuto ricordare gli innaffiatori a Pian d’Alma.
-Magari ci sono innaffiatori un po’ ovunque, da queste parti. Che ne sai tu?
-Conosco bene questa zona, è la mia terra.
 
Bruno, prima di arrivare a Pian di Rocca, accosta sul margine della strada, controlla se arrivano altre auto e fa inversione a U. Si attraversa di nuovo la galleria delle Collacchie, tornando verso Pian d’Alma, verso quei campi con gli innaffiatori. Bruno mi chiede di stare molto attento ai rumori, di riportare alla memoria ogni ricordo del precedente percorso. Mi dice che se mi aiuta posso anche chiudere gli occhi. Così faccio. E ripercorriamo anche l’altra Collacchia, da dove si apre il panorama sul golfo di Follonica, e scendiamo in curva, giù, verso il Puntone. Rammento vagamente l’andamento delle curve e mi sento di dire che siamo sulla strada giusta. Poi dico a Bruno che ricordo un gracchiare di uccelli, e Bruno dice che gli unici uccelli che posso aver sentito qui sono i gabbiani del porticciolo del Puntone che stanno sempre intorno alle barche, al rientro nel canale del fiume Pécora. È un’ulteriore conferma. Cerco di concentrarmi dicendo a Bruno che non è il caso di tornare verso Follonica perché non avevo sentito rumori urbani. Allora Bruno prende a destra, dove forse aveva girato Alba, verso Scarlino. Così si prende a destra, verso Scarlino. Bruno guida piano, in modo che il rumore della sua Volvo non sia dominante.
 
Poco più avanti, ancora a occhi chiusi, riconosco i rumori e le sconnessioni del fondo stradale: d’un tratto sembra che cambi la consistenza dell’asfalto, diventando meno omogeneo, e poi ci sono una serie di piccole buche, dove i pneumatici cambiano il suono della battitura. Insomma, mi convinco che sia proprio questa la strada giusta e apro di nuovo gli occhi nel sole della Maremma. Sulla destra si intravedono alcuni ruderi romani e Bruno mi chiede se, a questo punto, ricordo di aver fatto una strada in salita, oppure se ho l’impressione di aver proseguito a percorrere una strada piana con alcune curve; io dico che ricordo solo che, a un certo punto, alla mia destra avevo sentito dei rumori di gente a chiacchiera e alcuni rumori come di qualcosa che cade in acqua. E Bruno mi fa cenno di aver capito. Infatti prosegue sulla stessa strada, evitando la deviazione per Scarlino. Dopo poche centinaia di metri si vede un campeggio sulla destra della carreggiata e là dentro, come su uno spiazzo rialzato, una piscina dove molti bambini fanno tuffi da un trampolino. Era proprio quello il suono: il rumore dei tuffi.
 
Mi sento meno perplesso di qualche chilometro fa, e adesso inizio a credere anch’io che questo gioco del rovescio, questo inseguire e scoprire la strada inventata da Alba, sia a buon punto. Bruno si ferma in mezzo alla strada, mi guarda e mi chiede di essere preciso, perché adesso siamo di fronte a un trivio e si può sbagliare: il problema è sempre relativo al ricordo che ho di come è fatta la strada, della conformazione del suo percorso. Mi pare di ricordare una strada molto regolare, tutta dritta, così Bruno prende a sinistra, verso l’Aurelia, ma crede in qualche modo di non aver fatto la scelta giusta. Poi, quando dico di ricordare una specie di discesa e salita ravvicinata, dice che abbiamo indovinato. Secondo lui si tratta senza dubbio del sottopassaggio ferroviario di Scarlino Scalo. Resto ormai a occhi chiusi, come fossi cieco. In questo modo sento con l’udito, percepisco il mondo soltanto attraverso i suoni. Le frequenze dei suoni, dei rumori, delle musiche dell’ambiente sono il tentativo di sovrapporre il mondo del ricordo alla realtà che mi circonda. È una sensazione intuitiva e razionale che scatena un’emozione potente, come se andando cieco sulla strada cercassi di ritrovare qualcosa, ma al momento resta esclusivamente un movimento, un adagio tutto mio, solo interiore, mentre Alba si allontana in un’idea.
 
Scomparsa da due giorni e sono qui a fare un puerile gioco dei sensi, mente lei si è già allontanata in una rappresentazione che non riesco ancora a maturare in assenza. Adesso il problema si pone all’incrocio successivo, quello con l’Aurelia. Io non ho notato quel gran rumore di traffico che si suppone ci sia sulla vecchia Aurelia, in un tratto che Bruno dice essere pieno di traffico. Così si prosegue a dritto, Bruno dice verso Cura Nuova. È qui che ricordo improvvisamente un odore intenso come di un depuratore, o qualcosa del genere e lo dico a Bruno che soddisfatto può svoltare a destra al prossimo incrocio, perché dice che più avanti c’è un inceneritore. Così pare che il nostro itinerario prosegua piuttosto facilmente verso la destinazione sconosciuta di Alba. Andiamo avanti su questa strada che conduce a Massa Marittima, dove dico a Bruno che un po’ di anni fa venni a fare un servizio per la televisione in cui lavoravo, sul film di Marco Bellocchio La visione del Sabba, con Beatrice Dalle. Allora lui mi chiede se le ho parlato, se l’ho intervistata. E vuole conoscere i particolari, perché sostiene che quell’attrice gli era piaciuta tanto nel film Betty Blue.
 
Stiamo per arrivare a Valpiana e Bruno vuole sapere che cosa deve fare. Io non ricordo più, non ho memoria di un rumore particolare, quindi Bruno si ferma sulla destra della carreggiata per darmi il tempo di riflettere.
-Non saprei Bruno. Non ricordo niente di significativo.
-Sforzati, pensaci!
-Non lo so. Forse era un momento in cui Alba parlava con più partecipazione e io, seguendo i suoi ragionamenti, non ho sentito niente. Davvero! Non saprei dire.
-Non abbiamo fretta. Ragiona.
-Ma com’è possibile? Perché Alba sarebbe dovuta venire in un posto in mezzo al bosco, insomma in campagna. A fare cosa? Perché mai avrebbe dovuto abbandonarmi a Roccamare per venire da queste parti? Siamo… Eravamo in vacanza al mare. La nostra solita vacanza estiva. Mi pare tutto troppo stravagante.
-La vuoi trovare o no?
-Certo che la vorrei trovare. Ma perché dovrebbe essere lì?
-Non ne ho idea. L’hai detto tu che forse era possibile.
-Sì, ma forse mi sono lasciato prendere dall’entusiasmo del gioco...
-Bene. Non giocavi anche con lei?
-Sì, in un certo senso era gioco puerile a cui mi sono lasciato andare.
-Vedi! Allora perché non dovrebbe essere con un gioco che la ritrovi? Non pensi che lei si stia solo nascondendo per vedere se sei capace a ritrovarla? Lasciati andare e pensa.
-E che giochiamo a nascondino? Una se ne va e lascia il suo uomo nella merda solo perché vuole giocare a nascondino?
-Ma a te interessa ritrovare Alba?
-Bruno! C’erano delle curve, poi mi ricordo una strada semisterrata, ma quasi alla fine, quando ci siamo fermati e mi ha sbendato.
 
Alla fine Bruno c’è arrivato. Anche senza ragionarci sopra, con quel suo modo un po’ folle di sentenziare, ha detto quello che da un po’ mi sto chiedendo, come una domanda inquietante dentro di me. In poche parole: mi interessa ancora Alba? Non dico in questi due giorni, dico ultimamente, nella nostra vita di tutti i giorni, nel nostro rapporto costruito in questi anni, attraverso gioie e litigi. Sembra che oggi non ci sia niente dall’esterno che si oppone all’amore, ma che le frizioni le subiamo dentro di noi, per nostra stessa creazione. Insomma, nel momento in cui l’amore trionfa, quando nessuna convenzione, di nessuna natura, si oppone all’amore, ci opponiamo noi stessi. E ciò accade quando spesso non siamo certi di volere ancora ciò che abbiamo già ottenuto. Era qui che si doveva arrivare per riuscire a tirare fuori questa domanda. E Bruno, che quando gli ho riferito dell’ultimo pezzo di strada è ripartito con la faccia un po’ perplessa, mi ha detto se pensavo che le cose si ottengono senza fatica.
 
E adesso Bruno sorride e dice che ora lo sa dov’è, perché l’unica locanda in zona è poco più avanti. E guida su queste stradine di campagna, in un paesaggio che la contemporaneità sembra non averlo ancora attraversato del tutto. Poi arriva in un luogo in cui ci sono appena quattro case e dice che ci siamo, siamo alla Pesta. Sono ancora seduto dentro l’auto e riconosco l’edificio un po’ fatiscente con la piccola insegna arrugginita dei gelati.
Entriamo nella locanda e Bruno si fa avanti. È un vecchio podere, dove a piano terra, oltre l’ampio corridoio occupato da un piccolo tavolino con sopra un registro, c’è una stanza adibita a sala da pranzo.
-C’è nessuno? - chiede Bruno ad alta voce.
Dalla cucina, di là dalla stanza con i tavoli apparecchiati, sbuca un’anziana donna grassa, con un grembiule in vita.
-Buonasera signora - fa Bruno -. Senta, volevamo sapere se c’è una certa Alba qui da voi-
-Alba Sebastiani - incalzo io da dietro.
La signora è sorpresa e dice che lei non sa niente. Lei sta in cucina, e se vogliamo sapere qualcosa sui pochissimi clienti che dormono nell’agriturismo si deve chiedere a suo figlio Sirio.
-Grazie signora – dice Bruno -. Ce lo può chiamare? E lei risponde che mica è lì. Questo Sirio è sul lago, e se lo vogliamo si deve arrivare laggiù, poi aggiunge che si fa presto a riconoscerlo perché è quello che affitta la barca per fare le gite sull’acqua.
 
Scendiamo a piedi per uno stradello alberato finché ci si apre di fronte un piccolissimo lago. Bruno dice che è il Lago dell’Accesa, dove qualche estate fa sembrava fosse stato avvistato una specie di drago lacustre, un po’ la copia striminzita del mostro di Lochness. Non c’è da camminare oltre, il tipo è lì davanti, seduto su una sedia estiva, come quelle dei registi cinematografici, vicino a una barchetta a remi che dà veramente poca fiducia sulla propria tenuta. Ci avviciniamo e chiediamo se per caso nella sua locanda c’è Alba. Sirio ci chiede chi siamo e che cosa vogliamo, allora io cerco una scusa per spiegare alla meglio la situazione: Vede Alba è una mia vecchia amica, siccome mi ha telefonato dicendomi che veniva qui o a Massa Marittima, allora la sto cercando...
-Ah… Sì, c’era, ma è andata via.
-C’era? – chiedo io con ansia.
-Le ho detto sì.
-Era sola?
-Sì, era sola.
-E adesso…
-È partita ieri. Una ragazza tanto simpatica. Ma è americana, aveva il passaporto americano, e parlava italiano con uno strano accento…
-Sì, sì, è americana. Pensa te, faceva pure la finta dell’accento…
-Che vuol dire?
-No, non importa! Senta, dov’è andata?
-Non lo so. Sa, qui da me vengono molte persone straniere d’estate. Si fermano per poco… Oddio questa ragazza si è fermata davvero poco, una sola notte. Che vuole che ne sappia dov’è ora.
-Ma non ha potuto intuire niente? Non ha lasciato detto qualcosa? Insomma...
 
Interviene Bruno per frenare la mia agitazione: No, il mio amico vuol dire se magari lei ha potuto capire dov’era diretta, se ha fatto parola di qualche altro luogo che aveva intenzione di visitare. Ecco!
-Guardate, non saprei proprio. Aveva uno zaino…
-Sì, un sacco – faccio io.
-A me pareva uno zaino, come quello dei giovani che vanno in vacanza. Sembrava una turista di quelle da agriturismo, di quelle che vengono in Toscana per vedere le bellezze artistiche.
-Figuriamoci! – mi scappa detto, dato che Alba ha già visitato la Toscana in lungo e in largo -. Comunque grazie.
E anche Bruno si mette in mezzo: Grazie eh, grazie – poi mentre si va via -. Scusi, ma quella barca regge? – gli fa.
-Con questa barca non è mai annegato nessuno! – afferma Sirio.
-Allora arrivederci.
 
Ci avviamo di nuovo alla macchina, almeno con la certezza che Alba è viva, esiste. E allora mi sale la rabbia, ma poi subito scompare. Salgo in auto e dopo che Bruno mi ha detto che lui se lo sentiva, che non era accaduto nulla e che forse sta solo girando per trovare qualcosa, come si dice “cerca meglio se stessa”, io mi addormento con il capo reclinato sul poggiatesta. E anche questa del gioco del rovescio è fatta. Ora Alba è con sé, da sola, e ha lasciato da solo anche me. Dopo un’ora siamo a Roccamare, vicino alla mia casa delle vacanze. Bruno mi scuote un braccio e dice che siamo arrivati. Scendo un po’ intontito dalla Volvo e mi avvio sulla veranda. Il sole è ancora alto. Bruno mi chiede un cavatappi.
 
[Inedito 1991 – Alessandro Agostinelli ©]. Il racconto rientra nell'iniziativa di Toscanalibri.it "Racconti di scrittori toscani per i giorni del Coronavirus".
 
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Alessandro Agostinelli

Alessandro Agostinelli

Scrittore e docente di scrittura alla Fondazione Studio Marangoni di Firenze, Alessandro Agostinelli ha pubblicato molti libri tra cui i romanzi "La vita secca" (Besa, 2002) e "Benedetti da Parker" (Cairo, 2017), il diario di viaggio "Honolulu Baby" (Vallecchi, 2011), il saggio "David Lynch e il Grande Fratello" (Besa, 2011) e, in Spagna, la raccolta poetica "En el rojo de Occidente" (Olifante Ediciones de Poesía, 2014). Scrive su L’Espresso. Dirige il Festival del Viaggio e la collana Poesia Serie Rossa delle Edizioni ETS. Ha lavorato a Radio 24, Radio Rai, Lonely Planet. Ha fondato alleo.it, magazine culturale online e ha diretto alcuni documentari di...

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