Il Quarantotto a Siena. L'unità d'Italia iniziò con gli universitari a Curtatone e Montanara

Michele Taddei

02/03/2011

Nei giorni scorsi su Il Corriere Fiorentino è uscita una bella pagina per raccontare i fatti della primavera del 1848 che portarono gli studenti toscani, e non solo, delle università di Pisa e Siena a combattere nella prima guerra d’indipendenza ed a sacrificarsi eroicamente nella battaglia di Curtatone e Montanara del 29 maggio. Senza dubbio una pagina di grande eroismo, una delle prime tappe verso quell’unità del Paese di cui ci accingiamo a festeggiare i 150 anni. Merita dunque di essere ricordata,  sebbene da molti ben conosciuta, anche per sgomberare il campo da quelle diatribe politiche che tentano di negare il valore popolare del Risorgimento.

Purtroppo in quell’articolo poco si diceva di Siena, dello spirito che animava la città in quei febbrili mesi e degli ideali che spinsero 55 studenti, quattro professori guidati da Alessandro Corticelli che si portò anche il figlio Riccardo, il cancelliere dell’Ateneo senese e l’avvocato Marziale Dini di Colle val d'Elsa, ad unirsi ai colleghi pisani ed oltrepassare gli Appennini e il Po in nome di un ideale di unità e libertà dagli stranieri. Viene allora in aiuto il libro che il professor Giuliano Catoni scrisse nel 1993, “I Goliardi senesi e il Risorgimento”, in occasione del centenario della inaugurazione del monumento nel cortile del Rettorato dedicato proprio ai caduti senesi di Curtatone e Montanara.

Questo volume, scritto da un autentico goliarda (Catoni è stato Principe delle Feriae Matricularum nel 1959), venne commissionato dai goliardi dell’epoca, eredi ideali degli studenti protagonisti di quei fatti, che, orgogliosamente, ancora si tagliano la punta del goliardo, questo sì in odor più di leggenda che di cronaca vera, per ricordare che la feluca veniva indossata mentre si sparava all’austriaco. Siena in quegli anni, pur non essendo avvezza a insurrezioni clamorose come Livorno, già da tempo dava segni di nervosismo. E non mancava occasione per sottolinearlo.

Nel luglio del 1847, l’anno prima che scoppiasse il “Quarantotto”, l’uccisione da parte della regia polizia di uno studente, Lodovico Petronici, reo di aver cantato insieme ad altri giovani nella pubblica via ed essere già stato attenzionato dalla polizia per le sue idee liberali, provocò tumulti e aggressioni contro i carabinieri: uno di essi fu ferito da due coltellate alla Lizza e il capitano della guarnigione lasciò la città per evitare l’ira della folla.

La gente tornò di nuovo in strada ai primi di settembre, saccheggiando alcuni forni perché il governo del Granduca non vigilava sul prezzo del pane e i costi salivano incontrollati. Il clima in città era sempre più pesante. Intanto dal 15 agosto aveva preso ad uscire il giornale “Il popolo” che nel suo programma editoriale prometteva di volersi battere “per quelle tradizioni comuni che fanno di tutti gl’italiani un popolo solo, non invano cinto dall’Alpe e dal mare”. Da poco Leopoldo II aveva concesso una legge sulla libertà di stampa e Siena subito aveva fondato il suo primo giornale per formare l’opinione pubblica su quel che accadeva in città e fuori.

Poi venne organizzata la Guardia civica e la Guardia Universitaria, corpi di cittadini con il preciso compito di difendere la città, senza bisogno della regia polizia. Intanto dal teatro dei Rozzi ad ogni rappresentazione si levavano grida patriottiche e composizioni poetiche “ingiuriose a Sovrani e famiglie regnanti”. Insomma, anche a Siena si viveva “su un vulcano”, come definì profeticamente quei mesi Alexis de Tocqueville durante un suo celebre discorso al Parlamento francese. Il vento di rivoluzione era nell’aria.

Nel dicembre del 1847, negli stessi giorni in cui Genova celebrava l’anniversario della cacciata degli austriaci del 1746 e Goffredo Mameli per la prima volta leggeva i versi del “Canto degli Italiani”, a Siena si intonava per le strade un inno, scritto da Giuseppe Scalabrini e musicato da Rinaldo Ticci. "Proveremo agli stranieri / che l’Italia è forte e viva / Viva Pio, Leopoldo evviva / Viva l’Itaia e Libertà”, recitava; mentre ai Rinnovati, durante la rappresentazione dell’Ernani di Verdi nel gennaio del ’48 un gruppo di studenti alla fine del III atto volle cantare anziché “a Carlo Magno gloria e onor” “a Carlo Alberto gloria e onor”.

Insomma, l’aria si faceva sempre più incandescente e l’arrivo in città delle notizie di rivolte in tutta Europa e delle cinque giornate di Milano fecero il resto. Il 6 marzo più di quaranta studenti, mossi a plotone, entrarono marciando nel convento dell’Osservanza al grido di “viva la Costituzione. Viva Pio IX”. I fraticelli impauriti rimasero chiusi nelle loro celle e l’episodio fu catalogato come una goliardata.
Sempre Catoni, poi, ricorda che gli studenti della Guardia Universitaria mandavano a memoria anche altri versi, quelli della Ronda della Guardia Civica: “Siccome un uomo solo / Italia si levò, / depose il lungo duolo, / il brando ripigliò. / Immemori degli Avi / noi fummo troppo, è ver: / ci addormentammo schiavi / ma ci destiam guerrier”.

E “guerrieri” si destarono in quel marzo ’48 quando con poca preparazione militare ma tanto entusiasmo si unirono ai loro professori e a piedi verso Firenze si congiunsero ai colleghi pisani. Di lì a qualche settimana sarebbero stati protagonisti , come scrisse Luciano Bianciardi, “di una data gloriosa per il valore toscano, rimasto sopito per secoli, dopo l’assedio di Montalcino”. L’unità d’Italia ebbe inizio anche dall’esempio e dal sacrificio di quei giovani studenti senesi.

pubblicato su Il Corriere di Siena, 2 marzo 2011

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Michele Taddei, giornalista, si occupa di comunicazione pubblica, socio fondatore di Agenziaimpress e Primamedia. Ha pubblicato “Siamo onesti! Bettino Ricasoli. Il barone che volle l’unità d’Italia” (Mauro Pagliai editore, 2010), "Scandalosa Siena" (Edizioni Cantagalli, 2013), "Cuore di Giglio" (De Ferrari editore, 2016), Siena bella addormentata (Primamedia editore, 2018), "Steppa...

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