Il rumore dell'acqua

Mirko Tondi

11/03/2020

Flop è il tutore di Bing.
Amma è la tutrice di Sula.
Sula è l'amica di Bing.
Ci sono altri personaggi.
Anche un pupazzo che si chiama Hoppity.
Tutti insieme vivono in un mondo meraviglioso, pieno di colori. I mobili delle loro case sono di design, sembrano progettati da architetti di grido. Nelle varie puntate c'è sempre una morale, qualche insegnamento che il piccolo spettatore può trarre dalla storia.
 
Spengo la televisione e accendo la radio. Ho bisogno di un costante sottofondo, perché il silenzio mi fa pensare. E io non riesco ad ascoltarmi. La radio fruscia. Cerco di sintonizzarmi, alla ricerca della canzone giusta. La mente balla, i ricordi mormorano. Ecco, qualcosa ho trovato. Penso che si tratti di un pezzo dei Kiss, e per un attimo mi appare l'immagine di Bing vestito e truccato come uno dei Kiss. Assurdo. Ci faccio su anche una risata. Passiamo oltre, però. Per un attimo sento Let's dance di David Bowie e comincio già a ballare. Ma sfila via, come una cosa bella della vita che non fai in tempo a trattenere. È vero, quello degli anni 80 non sarà stato certo il suo miglior periodo, ma qualsiasi cosa faceva gli riusciva bene. A me invece tutto il contrario. Quello che tocco sfiorisce, puzza di marcio, è possibile anche che muoia.
 
Lavare. Lavare via tutto: è l'unica soluzione.
Asciugare ogni singola goccia nel lavandino.
Rimuovere la polvere con il panno elettrostatico.
Lucidare il parquet con la cera.
Ripulire gli interstizi delle mattonelle con cura.
E poi acqua, molta acqua. Acqua ovunque. Schizzi regolari e potenti, come quelli di una pompa. L'irrigatore di un prato. Il getto di una fontana. Una cascata. La pioggia. È stupendo il rumore dell'acqua che cade. Ricordo che da bambina andavo in giardino e mi lasciavo bagnare dall'acqua che si era appena depositata sugli alberi dopo il temporale. Li scuotevo apposta, gli alberi. Alzavo la testa, chiudevo gli occhi e mi lasciavo colpire sul viso e sui capelli. Ma l'acqua finiva anche sui vestiti ovviamente, così tornavo a casa tutta fradicia. E ne prendevo dai miei, oh quante ne prendevo. Allora dimenticavo, lo facevo con la coscienza di farlo, in maniera ostinata e contraria al processo naturale delle cose. Perché siamo fatti per ricordare, in fondo. E certe cose tornano sempre a galla, che tu lo voglia o no. Lavare. Lavare via tutto: è l'unica soluzione.
 
Non sento più la musica, solo rumore.
Mi piacerebbe dirvi che si tratta di qualcosa di piacevole. Come i passi che smuovono i ciottoli. Le monetine che suonano nel salvadanaio. Il treno che passa in galleria mentre dormi con la fronte poggiata al vetro. Il phon mentre ti asciuga i capelli prima di andare a letto. Niente di tutto questo. Ora non voglio dirvi che sia come lo stridore del gesso sulla lavagna o i polpastrelli che sfregano con forza un palloncino, no, nulla di simile. E non è neanche come quando ci sono dei muratori vicino casa tua che fanno cadere all'improvviso un cumulo di calcinacci dall'alto e tu se lì e non puoi che fare un sussulto a sentire quel fracasso. È più un rumore perpetuo capace di ammazzarti lentamente, eppure un rumore che porta con sé un ritmo, ma niente a che vedere con l'acqua che cade. È un beep ad alto volume, ti entra nel cervello e non ne esce mai più. Una lavatrice o una lavastoviglie che abbia finito il suo ciclo emette un beep per tre o quattro volte, per avvisarti che ha finito. Poi il suono si interrompe. Qui invece no: il suono continua e diventa rumore. E non c'è verso di lavarlo via, con i rumori la cosa non funziona. Insopportabile. Bisogna che riprovi a sintonizzarmi.
 
Il crepitio delle frequenze. Questo invece mi piace. E mi fa dimenticare tutto, persino il rumore. Radiogiornale, con la cronaca in primo piano, epidemie, attentati, omicidi, suicidi, incidenti, tragedie annunciate e altre totalmente impreviste, poi tutto il resto, la sagra dell'inutilità: notizie sportive, spettacolo, gossip, invenzioni che dovrebbero salvare vite. Meglio cambiare. La musica può essere come l'acqua, può lavare via tutto. Trovo Tears in heaven di Eric Clapton, dio quant'è bella questa canzone. Ma è anche molto triste. Troppo triste per me, troppo triste per me in questo momento in particolare. Riprendo a cercare e trovo Dancing with myself di Billy Idol. Mi torna in mente l'immagine di Bing, ma stavolta ha i capelli biondo platino e il giubbotto di pelle di Idol. Questo pezzo comunque va bene, è proprio quello che mi ci vuole adesso. Sto già ballando, mi scateno mentre penso quale incredibile coincidenza sia aver trovato un'altra canzone che inviti a ballare così sfrenatamente, un'altra canzone che abbia nel titolo la parola stessa: dance, dancing, variazioni sul tema ma il concetto non cambia. Ma poi esistono davvero le coincidenze? O in qualche posto, da qualche parte nell'universo, qualcuno o qualcosa sta giocando con le nostre vite, scrivendone la trama e facendo in modo che ci accada un fatto in un determinato momento e così noi pensiamo proprio questo, ah ma guarda tu il caso? Meglio ballare, meglio lasciarsi bagnare dal sudore, che non è che acqua sotto un'altra forma. Poi, però, la musica finisce. E ora non ditemi che sono sempre le cose belle quelle che finiscono. Perché finiscono anche quelle brutte. Basta dimenticarle, come faccio io. O lavare via tutto.
 
Non è facile concentrarsi quando sei chiusa tutto il giorno nello stesso posto. In un posto dal quale non puoi uscire. Dove vedi tutti i giorni le stesse persone, che però non appartengono né alla tua famiglia né alla tua cerchia di amici. Dove tutto è uguale ogni volta: chiavi che aprono questa specie di gabbia e via tutti in cortile, la voce grossa e inopportuna di chi ha il compito di controllarti, le regole da rispettare, il pasto è pronto, spegnere le luci. Poi lo stesso rumore, il beep che si ripete ruvido nella mia testa. Del resto non c'è niente qua attorno capace di causare questo maledetto suono, niente. In questa mia eterna routine riaccendo la televisione a caccia di Bing, l'unico programma che mi riesca guardare. Ma non lo trovo. Nello stesso momento sento andare la doccia, è la mia compagna di stanza. Allora comincio a pensare, cosa che non dovrei mai fare. Eppure ogni tanto mi piace anche farmi del male, smettere di dimenticare e di lavare via tutto. Solo pochi istanti, non sarà così doloroso.
 
Il mio bambino vedeva sempre Bing e gli piaceva, ah cavolo se gli piaceva, rideva rideva, appena un anno e mezzo e già era in grado di seguirlo con interesse, forse non dovevo lasciarlo per tanto tempo ogni volta davanti alla televisione, ma lui era bravo, riusciva a stare da solo e io intanto potevo fare altro, a volte quasi mi dimenticavo che c'era, nel senso che insomma, era così autonomo il mio bambino, giocava anche da solo, e io così distratta, è vero, ma non ero una cattiva mamma, no, lo dicevano tutti, ne ero orgogliosa, e poi cosa è successo? Il motivo per cui sono qui, ma certo, e perché sennò? Ma va bene, ogni brava mamma ha qualche intoppo sul suo cammino e magari la prossima volta tutto andrà meglio, non uscirò dalla macchina credendo di averlo portato all'asilo e lui invece lì dentro, zitto zitto, forse credendo che stessi giocando a nascondino, chissà, magari mi aspettava senza piangere finché l'arietta fresca del mattino non si è trasformata e ha reso l'abitacolo rovente, senza un filo d'aria che potesse entrare, eravamo pur sempre a giugno d'altra parte, e io sono andata in spiaggia, era proprio calmo il mare quel giorno, e in cielo nemmeno una nuvola, una cosa mai vista, e quando sono tornata in macchina per l'ora di pranzo ho acceso la radio e ho dato un'occhiata nello specchietto retrovisore, così, per abitudine, mica per vedere se c'era il mio bambino, e invece lui era lì, sul seggiolino, dio se c'era, ho notato spuntare i suoi capelli e poi voltandomi l'ho visto con il suo vestitino preferito addosso, stava con la testa piegata da una parte, povero piccolino, come se dormisse, ma non riusciva a svegliarsi quando lo chiamavo, e io sono scesa dalla macchina e ho fatto il giro, ho aperto lo sportello e ho cominciato a urlare, ed è allora che si sono fermate delle persone a guardare, qualcuna si è anche avvicinata per capire cos'era che non andava, voleva aiutarmi, e io, e io... non ricordo più niente dopo, forse l'ho dimenticato apposta, non so, ricordo solo il camion delle pulizie che passava di fronte e lavava la strada con quei getti radenti l'asfalto, emetteva quel beep continuo e fastidioso, ma l'acqua era più forte, e intanto lavava, lavava via tutto, questo lo ricordo benissimo.
 
Il racconto rientra nell'iniziativa di Toscanalibri.it "Racconti di scrittori toscani per i giorni del Coronavirus"
 
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Mirko Tondi

Mirko Tondi
E' nato a Firenze nel 1977 e ha cominciato a scrivere dopo aver frequentato un corso di sceneggiatura cinematografica nel 2003/2004, presso la SNCI di Firenze. Dopo la menzione speciale al premio Troisi (2005), ha pubblicato poesie e racconti in riviste e volumi antologici (fra quelli anche un racconto per i Gialli Mondadori, 2010) e alcuni romanzi, tra cui l’ebook Come fili che s’intrecciano (Abel Books, 2012, dopo aver ricevuto una menzione speciale al premio “Autore di te stesso” l’anno precedente) e rock opera, con cui è entrato a far parte della rosa dei migliori romanzi del concorso “ilmioesordio” per due edizioni consecutive (2012 e 2013). Nel giugno del 2014...
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