L’amaro disincanto della maturità. I millennials e la (s)fiducia

Francesco Ricci

12/12/2017

Nel “Rischio di fidarsi” (2016) Salvatore Natoli indaga la genesi della fiducia, mostra l’importanza che riveste nei legami parentali, amicali, sociali, analizza l’incidenza che possiede in ambito politico, chiarisce il nesso che lega il fidarsi all’esperienza religiosa, pervenendo alla conclusione che essa costituisce per l’uomo – con un’evidenza maggiore o minore a seconda delle differenti fasi dell’esistenza – tanto un’esigenza quanto una predisposizione naturale.

La fiducia negli altri appare massima nel corso dell’infanzia. I bambini, infatti, si fidano completamente dei genitori, perché da questi ultimi sono stati accompagnati, sostenuti, rassicurati nel loro entrare nel mondo: “A questo stadio”, scrive Natoli, “la fiducia non è, come abitualmente l’intendiamo, un ‘concedere credito’ – magari con la riserva del dubbio –, ma al contrario coincide con l’incapacità stessa di dubitare: è un credere e basta”. Da questo punto di vista, la crescita può venire interpretata come il progressivo irrompere della diffidenza, la quale è destinata a rafforzarsi dinanzi a menzogne e smentite, ma non può, in ogni caso, mai cancellare completamente, pena l’isolamento sociale, l’originaria disposizione a concedere fiducia. Certo, non si tratterà più di una fiducia ingenua; piuttosto, si dovrà parlare di una fiducia soppesata, meditata. Ma resta fiducia a tutti gli effetti, che a volte verrà accordata, altre volte verrà negata. È quanto avviene nell’adolescenza, la quale vede l’amicizia sottrarre spazio, ogni giorno di più, alla famiglia come “luogo della fiducia”. Infatti, il graduale distacco dai genitori, che è il risultato naturale dello sviluppo cerebrale, comporta, tra le altre cose, che la cerchia dei propri pari divenga l’ambiente per eccellenza dove mostrarsi fiduciosi. Libri come “Due di due” (1989) di Andrea De Carlo, con l’amicizia fra Mario e Guido, “La strada per Roma” (1991) di Paolo Volponi, col sodalizio tra Guido ed Ettore, “Il bacio del pane” (2013) di Carmine Abate, che narra l’incontro di Beniamino alla stazione Termini con un gruppo di coetanei e la successiva partenza tutti insieme per la Calabria, sono lì a dimostrarlo. Né è certamente un caso che alcune delle parole che sembrano passare senza soluzione di continuità da un romanzo all’altro sono “protezione”, “reciprocità”, “appartenenza”, le quali nel complesso “evocano” – ha scritto Salvatore Natoli – “la fiducia o a essa sono associabili o ne dipendono”.

La novità del terzo millennio è rappresentata dal fatto che gli adolescenti ormai percepiscono quasi soltanto la famiglia e l’amicizia come gli spazi nei quali potersi fidare. L’insieme di persone alle quali sono legati da un rapporto indiretto (e non diretto), le istituzioni, la classe politica, sono invece pensate ed esperite come incapaci di sostenere, e di meritare, il bisogno di fiducia che è in loro. È come se si fosse innalzato un muro, di giorno in giorno più alto, tra ciò che è piccolo e prossimo (i familiari, gli amici, i buoni conoscenti) e ciò che è grande e distante (l’impersonale società, il pasoliniano “Palazzo”). Una barriera, questa, che né gli anni né lo sviluppo di un’identità solida e coerente riescono più a infrangere in maniera importante, come si ricava anche dalla lettura di “Generazione app. La testa dei giovani e il nuovo mondo digitale” di Howard Gardner e Katie Davies. In questo saggio, uscito in lingua originale nel 2013, gli autori mettono a confronto i dati emersi da un’intervista fatta a cittadini americani nel 1972 con quelli che si ricavano da un sondaggio effettuato nel 2008. Se negli anni Settanta era il 46% a condividere l’affermazione che “ci si può fidare della maggior parte delle persone”, nel primo decennio del ventunesimo secolo la percentuale si era ridotta al 33%: le cocenti delusioni dell’adolescenza si sono trasformate nell’amaro disincanto della maturità. 

Se i millennials si fidano sempre meno, è perché hanno imparato precocemente, magari sulla loro stessa pelle, che c’è poco da aspettarsi da chi dovrebbe aiutarli e proteggerli. Non parlo dei genitori, non parlo di qualche amico o di qualche insegnante. Parlo del mondo della politica. Gli adolescenti, perennemente connessi, apprendono, magari in maniera distratta e rapida, che sia in Italia sia nel resto del mondo il legame che a lungo ha unito le parole e i fatti è stato reciso, indecorosamente reciso. Sempre più spesso le conseguenze smentiscono le premesse, la prassi vanifica la teoria, la menzogna soffoca la verità. Eppure gli studenti delle scuole superiori continuano a leggere e a sentirsi dire che le istituzioni nascono per venire incontro alle esigenze dei cittadini, per risolvere i loro problemi e che la politica è servizio e cura del bene generale. Ma mai, come in questo caso, letteratura e vita risultano separate. Ciò che appare scandaloso agli occhi dei più giovani non è che la politica sia un mestiere –  lo è sempre stata, anche all’interno delle democrazie dirette – ma che sia divenuta completamente autoreferenziale, attenta, cioè, unicamente ai bisogni dei loro attori, non rispondente più a un’intima vocazione, miope dinanzi alle esigenze del paese reale, orfana di uno straccio di ideale, né trasparente né efficiente. Ciò determina un arresto del processo che dovrebbe declinare la fiducia in ambiti progressivamente crescenti: la famiglia, gli amici, i conoscenti, gli altri. Unicamente i primi due si salvano, non perché siano immuni da incertezze, smentite, delusioni, ma perché sono comunque legami d’affetto, cementati dall’amore, e, soprattutto, perché almeno lì si è concretamente provato – e si continua a provare –  il piacere del fidarsi, dell’abbandonarsi senza timore all’altro. “Il dubbio”, ha scritto una volta il filosofo Ludwig Wittgenstein, “viene dopo la credenza”.
Torna Indietro
Lascia un Commento

Scrivi un commento

Scrivi le tue impressioni e i commenti,
verranno pubblicati il prima possibile!

Ho letto l'informativa sulla privacy e acconsento al trattamento dei dati personali ai sensi dell'art. 13 D. lgs. 30 giugno 2003, n.196

Francesco Ricci

Francesco Ricci

(Firenze 1965) è docente di letteratura italiana e latina presso il liceo classico “E.S. Piccolomini”di Siena, città dove risiede. È autore di numerosi saggi di critica letteraria, dedicati in particolare al Quattrocento (latino e volgare) e al Novecento, tra i quali ricordiamo: Il Nulla e la Luce. Profili letterari di poeti italiani del Novecento (Siena, Cantagalli 2002), Alle origini della letteratura sulle corti: il De curialium miseriis di Enea Silvio Piccolomini (Siena, Accademia Senese degli Intronati 2006), Amori novecenteschi. Saggi su Cardarelli, Sbarbaro, Pavese, Bertolucci (Civitella in Val di Chiana, Zona 2011), Anime nude. Finzioni e interpretazioni intorno a 10 poeti del Novecento, scritto con lo psicologo Silvio Ciappi (Firenze, Mauro Pagliai 2011), Un inverno in versi (Siena, Becarelli, 2013), Da ogni dove e in nessun luogo (Siena, Becarelli, 2014), Occhi belli di luce (Siena, Nuova Immagine Editrice, 2014), Tre donne. Anna Achmatova,...

Vai all' Autore

Libri in Catalogo

NEWS

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti i cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie.

Accetto Cookie Policy
X