La cecità reale e metaforica raccontata da Niffoi

Luigi Oliveto

16/05/2019

Salvatore Niffoi è narratore di storie crude e toccanti. Così sono anche le due vicende (un romanzo breve e un racconto) ambientate in uno sperduto luogo della Barbagia che troviamo nel libro “Il cieco di Ortakos”. La prima, quella che dà il titolo al volume, è la storia di Damianu Isperanzosu, il cieco del paese, che riacquista la vista solo un mese prima di morire. Può così vedere la propria fine, il mondo che ha circondato la sua terribile infanzia e adolescenza (un padre violento, una famiglia perseguitata dalle disgrazie) ma anche il riscatto, l’amore, l’esaudirsi di un sogno, la insperata nascita di un figlio. Dice Damianu: “Avevo capito che nessuno ama la vita quanto un non vedente che la odia”. Il tema del ‘vedere’ attraversa anche le pagine del secondo racconto. Qui il protagonista è Paolo, detto Pasodoble perché fissato con il tango. Lui fin da bambino decide “di non vivere la propria vita, per vivere tutte quelle degli altri attraverso i libri”, per poi rinchiudersi in un convento. In entrambi i casi c’è di mezzo la vista: di chi ne è privo, e dunque vede meglio il profondo dell’esistenza; di chi ritiene di dover diventare cieco in quanto certo di “aver visto tutto quello che c'era da vedere”. Come sempre, la prosa di Niffoi alterna l’italiano al sardo, poiché certe cose non possono che essere dette in dialetto. Questa commistione lessicale e sintattica imprime alla narrazione continui scarti di ruvidezza e liricità, guizzi crudeli e fiabeschi.
 
***
 
Io ve l’ho detto che sono nato cieco tutto, e a narrarvi la mia vita adesso che ci vedo mi sembra una cosa strana e impossibile.
Dal giorno che mi hanno scaccariolato su questa terra, più che del nero dell’inchiostro per le parole, la mia storia avrebbe bisogno di tutti i colori del mondo. Dipingere l’infanzia in una casa di pietre a vista tenute da calce e arenaria, dove le ombre profonde che solcavano i miei occhi sembravano fatte di carne e fango, è opera per maestri di pittura. Lì i giorni passavano lasciando nell’impiantito odore di muffa e lacrime.
La mia storia avrebbe bisogno di mille cieli e altrettanti arcobaleni per ripescare dai fondali della memoria un’adolescenza passata a pensare più a come morire in fretta che a come vivere a lungo.
Se tutto il buio che ho masticato inghiottendo rabbia e dolore potesse diventare una nuvola, al posto dell’acqua chiara verrebbe giù per mesi solo una pioggia scura, oleosa e fumante come il catrame caldo.
Come ho già detto, mentre ero ancora nella pancia di mama Paulina Nervios mi sembrava di stare dentro un nido di ragno e rimbalzavo in quel reticolo di fili sottilissimi come i suoi capelli. Era proprio come succede ai morti, che non possono raccontare i loro brutti sogni a nessuno. Ohi, che paura! Quando il battito del suo cuore rallentava nel sonno potevo ascoltare il suo respiro che si univa al mio e aspettavo sempre che accadesse qualcosa di brutto.
E un giorno d’inverno quel qualcosa capitò davvero. All’improvviso sentii una raffica di colpi, e poi uno molto forte alla testa.
Tùùùn!
Il cuore di mama Paulina si agitò, sembrava volesse uscirle con ali sanguinanti fuori dal petto.
Tùùùn!
Un colpo secco, come se fosse caduta, avesse preso una botta o avesse sbattuto da qualche parte.
La verità riguardo a quei colpi la seppi solo anni dopo, il giorno della prima comunione, quando babbu Beneittu Isperanzosu, per festeggiare la vergogna di un figlio cieco, si fece a beffe di vino e liquori e provò a mettere per l’ennesima volta le mani addosso a mia madre.
Eravamo rimasti soli in casa a scartare i regali e contare i soldi che i parenti avevano messo dentro le buste insieme al bigliettino degli auguri, quando senza motivo iniziò a insultarla trattandola come femmina di mutanda larga, sputandole addosso rabbia e veleno. Impugnava un nerbo di bue lungo quattro palmi, quello che di solito usava contro i suoi cani quando era di luna mala.
La prima staffilata arrivò fischiando sulla schiena di mia madre che di colpo si piegò in due dal dolore. La blusa di cotonina si aprì in un solco di sangue.
«Bagassona, tu a fare figli sani con me non ci sei buona! Era meglio se ti lasciavo dov’eri, invece di farti signora senza merito! Tanto ti sei fatta truvare anche dai miei fratelli, maleitta sias.»
Vinto dalla rabbia mi buttai su di lui, seguendo il filo di quella voce rauca e sprezzante. Iniziai a spingerlo tirando pugni fino a quando non cadde per terra. Cercai il suo viso, affondai le unghie e iniziai a strappargli i capelli a grosse ciocche. Lui restava fermo, come se gli fosse entrato un fulmine in bocca.
«Maleittu sias tue, babbu bastardu!»
Gli rimasi sopra a lungo sputandogli addosso, mordendogli la faccia, continuando a picchiare e graffiare.
Mia madre piangeva e, invocando Dio, cercava di separarmi da lui.
«Oh Deus meus caru, già me l’avete data buona la pena da scontare in questa terra! Perché, perché proprio a me?»
Mio padre trovò la forza di rialzarsi e cercò di avvicinarsi a noi pestando i piedi per terra.
Quando mia madre lo vide con la leppa in mano e lo sguardo feroce di chi è capace di tutto, mi tirò a sé e si appoggiò al muro, mentre lui ci urlava in faccia:
«Questa volta la facciamo finita per sempre. Prima scanno te, poi il bambino e poi tzàc, addio Beneittu Isperanzosu!».
Mama Paulina staccò la doppietta dalla parete e prese in fretta due cartucce da un cassetto dell’armuà. Aveva i capelli spilisati e le tremavano le labbra.
«Se provi di nuovo ad avvicinarti ubriaco a me o al bambino e ti azzardi ancora una volta a mettermi le mani addosso, sarà l’ultima cosa che ricorderai di questo mondo. Fai un altro passo, e giuro che ti stacco la testa a fucilate, tanto meglio la galera di una vita con un marito runzosu come te! Miserabile, bel regalo che hai fatto a tuo figlio Damianu che onorava con la prima ostia il sacrificio di Gesù! Solo disastri sai combinare, altro niente!» Lui rimase come trafitto da quelle parole, mentre lei continuava a parlare scossa dai tremiti. «Adesso prendi i piedi e saltami la porta, vattene a scrudare la sbronza fuori in qualche bettola. Quando torni, ricòrdati di non venirmi a cercare perché io da oggi dormo nel letto insieme al bambino! Conto fino a tre, e se alla fine sei ancora lì giuro che ti sparo! Uno… due…»
Mio padre se ne andò maledicendo tutti i santi e minacciando vendetta.
«Tanto, prima di morirmene, a te e a quel cecone vi lascio il segno!»
Quella notte io e mama Paulina la passammo abbracciati stretti. Ogni tanto piangeva, poi tra i gemiti raccontava pezzi della sua vita.
La morte violenta di mia nonna Regina Biccai quando lei aveva appena quattordici anni l’aveva costretta a invecchiare in fretta. Era rimasta l’unica femmina in una famiglia con sette maschi, sei fratelli più il padre, e non le avanzava neanche il tempo per la messa della domenica, perché le sue giornate erano tutte un lavare, stirare, cucire, cucinare. I suoi sogni erano finiti nell’immondezzaio quando poi babbu Mapociu Benitu Nervios aveva deciso di darla in sposa a quel proprietario che aveva quarant’anni più di lei e tanta terra e bestiame da potersela bragare come un giovanotto.
Prima di chiudere gli occhi per riposarsi un poco, la sentii anche bisbigliare di quel maledetto pomeriggio d’inverno. Era già prinza manna di otto mesi. Quel burdazzo di mio padre l’aveva lasciata per terra e si era dispedito da lei con un ultimo calcio di punta alla pancia:
Tùùùn!
Era allora che io avevo sentito quel dolore forte alla testa.
 
[da Il cieco di Ortakos di Salvatore Niffoi]

 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato i libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchioli (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini, è curatore del libro di Arrigo...

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