La fuga

Simone De Santi

03/09/2020

Sono sempre stato convinto che ciò che ci rende davvero diversi dall’universo animale sia la nostra consapevolezza dell’esistenza del mondo onirico come rappresentazione astratta di una vita parallela, il cui fine ultimo è la fuga dalla dimensione del reale. Non esiste nessuna forma di vita nel mondo onirico, se non quella che noi sappiamo disegnare di volta in volta e che scivola via lasciando spesso tracce che si dissolvono con il passare delle ore. Nell’unica altra vita possibile, si fugge dall’inesauribile noia del giorno, per rifugiarsi in uno spazio nel quale la fisicità è secondaria mentre la proiezione della nostra immagine è centrale. Siamo noi stessi o siamo altri, e gli altri che noi identifichiamo come conosciuti, hanno spesso tratti diversi da quelli che incarnano nell’altra dimensione. È impossibile per chiunque, dotato di un minimo di amor proprio, riuscire a vivere l’esistenza intera, senza vie di scampo, senza rifugio, senza una via di fuga. Però la dimensione del rifugio onirico è purtroppo limitante e questo spiega la diffusione di maniere alternative per fuggire al presente.

Negli anni ‘60 e ‘70 c’è la diffusione di massa delle droghe, che non cambieranno i connotati alla nostra società come molti credono, ma che al contrario si adatteranno ad essa, ai suoi consumi, alle sue esigenze. L’eroina, l’hashish, lsd, sono droghe che negli anni successivi al 1968 dovevano calmare, affievolire, portare altrove, una gioventù troppo agitata, spostandola in un sogno chimico dove viaggiare era possibile senza uscire da una stanza. Negli anni ottanta e novanta, si afferma la cocaina, che ben si sposa con l’ossessione del successo, della iperattività, del consumare per essere, proiettando la fuga verso un’immagine vincente di se stessi. Dopo la rivoluzione tecnologica la fuga in vite parallele avviene sui social, capaci di creare una rappresentazione di noi stessi come meglio ci aggrada, rubando un panorama, uno scorcio di cibo, un pezzo di corpo, per affermare che lì dentro, tutto quello che accade ci riguarda e può essere modificato, strutturato, piegato al nostro io che fugge alla realtà che non si posta.
Lawrence d’Arabia è un eroe del sognato per eccellenza, fugge dalle comodità dell’impero per rifugiarsi in un deserto sconfinato dove crea un nuovo se stesso, che non poteva esistere a Cambridge e che non avrebbe avuto nessun significato lontano da Aqaba.  In Kashmir scompare Daniele Nardi nato e cresciuto lontano dalle montagne, per anni culla un sogno, quello di scalare il Nanga Parabat in pieno inverno, un’impresa che non era mai riuscita a nessuno e che costerà la vita all’alpinista Italiano. Alcuni lo definiranno un gesto irresponsabile, senza capire fino in fondo che era semplicemente la prosecuzione di una visione. Una sfida, che nella tragedia, ci riconsegna sprazzi di luce e che ci regala una via di fuga nell’impresa, qualsiasi essa sia, che avremmo voluto provare, ma che è rimasta lì perché ce ne manca il coraggio.

Nelle innumerevoli rappresentazioni cinematografiche della fuga, la più convincente è quella pensata da Hitchcock per James Stewart. Nella Finestra sul cortile, pur avendo accanto Grace Kelly, non esattamente una sciacquetta da basso impero del reality, il protagonista con una gamba rotta, cerca di fuggire spiando la vita degli altri con un binocolo dalla sua finestra. Operazione che oggi facciamo più o meno tutti, ogni volta che prendiamo in mano uno smartphone, cliccando sull’icona con la f che ha saputo erigere a sistema l’esibizionismo e il voyeurismo.
«Un uomo solo è al comando; la sua maglia è biancoceleste; il suo nome è Fausto Coppi», questa frase pronunciata il 10 giungo del 1949 dal cronista Mario Ferretti passerà alla storia descrivendo forse l’impresa più bella della storia del ciclismo. Siamo al giro d’Italia è la tappa Cuneo- Pinerolo. C’è da fare: Colle della Maddalena ( 1996 m), Col de Vars (2108 m), Col d’Izoard (2360 m), Colle del Monginevro (1854 m) e Colle del Sestriere (2035 m), per un totale di 254 km. C’è pure una leggera pioggerellina a completare il quadro epico. Fausto Coppi, attacca alla prima salita, sul Colle della Maddalena in una fuga solitaria che entrerà nella leggenda per ben 192 km. Coppi vola contro tutto e tutti, assieme a lui ci siamo anche noi e per una volta vinciamo contro ogni previsione scappando dal grigiore quotidiano.

Julio Villar nel 1968 parte dal porto di Barcellona con il Mistral una minuscola imbarcazione da diporto, percorrerà 38.000 miglia marine in solitaria arrivando al porto di Lequeitio nel 1972, passando per il Marocco, le Antille, il mar del Caribe, Panama, Galapagos, Tahiti, Nueva Hèbridas, Fidij, Nueva Zelanda, Australia, Madagascar, Mozambique, Sud Afirca, Capo di Buona Esperanza, Isala de Santa Helena, Brasile. Il libro che ne racconta la storia - !He Petrel! Cuaderno de un navegante solitario (editorial Joventud) - non è un semplice diario di bordo ma un decalogo della fuga, non dentro, ma fuori se stessi, nell’immenso e nell’ignoto dove ogni giorno ci accoglie una dimensione diversa. “Al final me ha ocurido que no habia ninguna razòn para que yo, hoy, no tuviera también mi hoguera”. Alla fine ho capito che non c’era nessuna ragione perché io, oggi, non avessi il mio falò e poi, “Las nubes van tomando un color distinto, màs claro. Hai en su jirones un algo de luz; como una vida che nace”. Le nubi stanno prendendo un colore diverso, più chiaro, nei loro brandelli c’è qualcosa di luminoso; come una vita che nasce. Quella piccola barca, il Mistral, l’ho vista quasi dieci anni fa nel porto di Barcellona sembrava dicesse: perché non sei venuto? Quado vuoi fuggire, e non hai la forza di farlo nel deserto, su una montagna, in mare aperto, dormi o leggi, che poi è quasi la stessa cosa, qualcuno scrive. Ogni mezzo vale, ogni impresa è degna. Nella migliore realizzazione del sogno, c’è la fuga.
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