La lezione di Francesco Piccolo: e se anche i calzini spaiati fossero una cosa seria?

Luigi Oliveto

06/08/2020

Dopo i “Momenti di trascurabile felicità” e quelli di altrettanto “trascurabile infelicità”, Francesco Piccolo conclude la sua trilogia con “Momenti trascurabili”, e basta. I momenti in questione sono la quotidianità della vita che – se ripensata fuori dal suo flusso ripetitivo e ovvio – mostra cose niente affatto trascurabili: divertenti, tenere, bizzarre. Del resto, come ci ricorda l’autore citando Pasternak (“Il dottor Živago”): “Proprio le cose cui si è appena badato durante il giorno, le idee non chiarite, le parole dette senza pensarci e alle quali non si è prestata attenzione, tornano di notte in immagini concrete e vive, e diventano oggetto dei sogni, quasi a rivalsa di essere state trascurate.” In ragione di tutto ciò vanno riconsiderati anche quei momenti che ci vedono alle prese con un paio di calzini spaiati o impegnati a stricare i fili degli auricolari o interdetti dinanzi alla notizia che una cartomante ha predetto a nostra moglie un nuovo amore. Allora, se la quotidianità si dilata oltre la sua apparente irrilevanza, se l’attimo si fa un più significativo ‘presente’ e se il presente obbliga a pensare a ciò che lo ha preceduto e a ciò che vorremmo gli facesse seguito, il discorso si fa (quasi) serio. Ebbene, Francesco Piccolo, con la levità che gli è propria, ci induce a questo tipo di pensieri. Perché “ogni singolo gesto, i sapori, l’aria, il tempo, la stoffa, la strada, la persona accanto, il profumo, il panorama, il vento, la porta, il sorriso. Tutto, tutto. La vita non finisce più, se si sa comprendere ogni singolo momento di un giorno solo».
 
***
 
Da anni, io e mia moglie discutiamo sempre della stessa cosa: del presente e del futuro. Io penso al futuro continuamente – lei dice: ossessivamente. Lei pensa al presente continuamente, anzi ossessivamente. Abbiamo scoperto che in ogni evento della vita, anche scegliere se comprare pane bianco o integrale oppure decidere chi porta il bambino in piscina, la questione del presente e del futuro si ripresenta ogni volta. Se per esempio dico che bisogna pagare il nuoto, e dico paghiamo ogni mese o in una rata unica?, lei mi guarda con l’espressione filosofica di chi conosce le cose del mondo, e dice: in una rata unica? E se poi moriamo? Paghiamo un mese alla volta.
Mia moglie è contraria a ogni prospettiva che scavalchi la settimana corrente. Dice: e se poi moriamo, che ci occupiamo a fare di cosa deve succedere lunedì prossimo?
Dobbiamo mettere un po’ di soldi da parte, dico io, diventeremo vecchi e dovremo sopravvivere, abbiamo dei figli, il nostro compito è anche quello di costruire, di pensare, di progettare. E lei mi guarda come se conoscesse davvero come è fatto il mondo, e dice: e se poi moriamo? Così, vuole fare un viaggio nei paesi tropicali, vuole comprare i vini più costosi del mondo, vuole fare esperienza di qualsiasi cosa (vabbe’, non proprio qualsiasi – cioè non lo so, spero non proprio qualsiasi…), perché dice: facciamola, possiamo morire all’improvviso e non l’abbiamo fatta.
È facile immaginare la sua espressione, quindi, se provo ad avanzare l’ipotesi di acquistare una casa, facendo un mutuo: un mutuo mensile lo possiamo pagare, certo dobbiamo stare un po’ attenti, ma è importante fare un investimento in modo che poi, quando diventiamo vecchi – lei mi guarda e dice: e se poi moriamo?
Per mia moglie, quindi, il futuro non esiste. Esistono tanti presenti consecutivi di cui dobbiamo subito approfittare perché potremmo morire all’improvviso.
Quando dice queste cose, quando dice prendiamo tutti i soldi che abbiamo e andiamo in Polinesia, che ce li teniamo a fare i soldi, e se poi moriamo? – io mi chiedo sempre: ma se poi moriamo, chi se ne importa di essere andati in Polinesia? Cioè, quando siamo morti, a chi lo diciamo che siamo stati in Polinesia? Che differenza c’è tra un morto che è andato in Polinesia e un morto che non ci è andato? Mettiamo anche che ci sia davvero il Paradiso e ci sia davvero San Pietro sulla porta, cosa gli diciamo: guardi che però noi siamo andati in Polinesia? Lui probabilmente risponderà: e a noi che ce ne importa, scusi.
Lo so che è più simpatica mia moglie; lo so che appena ho parlato di accendere un mutuo, l’interesse su di me si è afflosciato; lo so che poiché lei vuole sperperare tutti i soldi appare molto affascinante, seducente; e lo so che poi se devono fare un film, fanno un film su un professore che dice ai suoi studenti di cogliere l’attimo fuggente e non su un signore che mette da parte i soldi destinati all’iva così quando deve pagarla ce li ha perché è stato previdente. Però, del resto, la questione della vita è che esistono sia il presente sia il futuro. Ed è assolutamente vero che succede troppe volte che uno fa tanti progetti, pensa alla sua esistenza come a un periodo lunghissimo in cui fare molte e diverse esperienze, e all’improvviso muore e tutto questo non ha avuto nessun senso; lo so. Però c’è una questione di cui mia moglie non tiene conto, anche se il suo ragionamento è legittimo: mia moglie elimina dalla sostanza della vita una questione perfino più probabile di quella che pone lei.
E se non moriamo?
Perché è verissimo che possiamo morire all’improvviso investiti da un’auto o in un incendio o per una malattia grave o per un infarto. Ma se non succede?
Se poi diventiamo veramente vecchi e tutti i soldi li abbiamo spesi in Polinesia o non so dove altro, cosa ci diciamo, che purtroppo non siamo morti e adesso non abbiamo più niente? Ci chiediamo: ma perché non siamo morti, mannaggia?
Così, alla fine, tutte le discussioni tra me e mia moglie si condensano in questo dialogo di essenzialità filosofica.
Lei dice: e se moriamo?
E io dico: e se non moriamo?
Il presente e il futuro in questo dialogo esistenziale si biforcano, si mettono contro, diventano due schieramenti avversi che vogliono ottenere uno più voti dell’altro. Ma la verità è che il presente e il futuro si combinano, non si oppongono. Sono uno conseguenza dell’altro. E che si può prendere tutto ciò che si può dal presente ma continuando a tenere un piede nel futuro, nell’eventualità che una tragedia improvvisa non ci colpisca. Perché è assolutamente vero che può colpirci; ma è altrettanto vero che può non colpirci.
E così devo sempre confessarle che io al futuro ci penso, non posso farne a meno. Il fatto stesso di essere uno che scrive è fonte di progettualità, tempi lunghi, idee che qualcuno vedrà dopo qualche anno. Se dovessi pensare: e se muoio?, non scriverei più.
Mia moglie annuisce, per niente convinta. E poi appena ci dicono che qualcuno ha avuto un infarto, una malattia grave, un incidente – non voglio dire che è contenta, per carità, anzi; è dispiaciutissima. Però conserva la lucidità di venirmi subito a cercare per dire: lo vedi? Lo vedi la vita com’è? È inutile costruire, fare un progetto, perché se poi fai un incidente, hai un infarto o scopri una malattia grave… L’unica cosa sensata da fare nella vita è prendere un aereo e andare in Polinesia (io poi non so cosa ci sia in Polinesia che la attira tanto).
Ma allora, se davvero vogliamo andare fino in fondo alla filosofia di mia moglie, quando mi propone il viaggio in Polinesia perché tanto poi moriamo, potrei dirle con la stessa logica: che ce la siamo goduta a fare la vita, se poi moriamo? O in modo più definitivo: vivere? E che viviamo a fare? E se poi moriamo?
 
Ci sono due cose che non riesco a fare più, man mano che passano gli anni e la mia pigrizia cresce: mettere benzina e fare il bancomat. E così tutti i giorni il mio cervello è impegnato a occuparsi del bancomat e dei distributori di benzina. Ci passo, li guardo, penso che non ce la faccio a fermarmi, spegnere il motore, scendere dal motorino, digitare il pin, oppure aprire il serbatoio. Sono azioni semplici, quotidiane, ma io non ho la forza di farle. Rimando. Rallento, guardo lo sportello del bancomat o il benzinaio accanto alla pompa, liberi, che mi aspettano, e mi dico: domani. (Non conteggio le volte in cui quando sto per fermarmi vedo che c’è qualcun altro a fare il prelievo o a fare benzina, perché non prendo nemmeno in considerazione la possibilità di aspettare).
Tutto ciò è insensato, lo so. Anche perché di continuo mi dico: devo fare benzina, devo fare il bancomat. Penso: ma che ci vuole, è possibile che sono diventato così pigro? E allora mi dico: domani lo faccio, giuro.
Intanto i giorni passano. Nel portafogli i contanti diminuiscono, resto con cinque o dieci euro più qualche spicciolo; nel motorino la benzina diminuisce, il serbatoio è in riserva, ma pur di non fermarmi calcolo che ce la faccio ancora, in fondo oggi devo arrivare solo fino a lì e tornare, poi domani giuro che faccio benzina. Intanto spendo quei cinque o dieci euro e quegli spiccioli, poi pago con la carta di credito anche due caffè, poi dico paghi tu per favore che non ho soldi, devo fare il bancomat?
E poi il motorino si ferma, per strada. La prima cosa che penso è che si è rotto, non accetto che la benzina sia finita, secondo i miei calcoli un altro po’ ce n’era, e poi domani sarei andato al distributore, mannaggia. E penso che devo portare a mano il motorino oppure lasciarlo lì e andare al distributore con una tanica. Vado, con gran fatica. Arrivo al distributore e mi accorgo della questione tragica: non ho soldi, non ho fatto il bancomat.
Non ho mai promesso a me stesso, in queste circostanze: giuro che adesso la smetto di essere pigro con bancomat e benzina. Non ho mai imparato la lezione.
Anzi. Penso che dovrebbero inventare un servizio di consegna a domicilio di contanti e di benzina. Uno chiama, e ordina a qualcun altro di prelevare al bancomat o di fare il pieno al motorino. Suonano alla porta e ti danno i tuoi contanti; suonano al citofono, scendi (sarebbe ancora meglio lanciare le chiavi dalla finestra e poi loro te le lasciano nella cassetta della posta), hanno portato la tanica e riempiono il serbatoio.
 
[da Momenti trascurabili di Francesco Piccolo, Einaudi, 2020]
 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato i libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchioli (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini, è curatore del libro di Arrigo...

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