La poesia del calcio, una passione contro l’inerzia e l’apatia

Francesco Ricci

08/05/2017

Quando mi capita di pensare al gioco del calcio, a venirmi in mente sono prima di tutto una poesia e una fotografia. La poesia è Rinascono la valentia e la grazia di Vittorio Sereni, appartenente alla raccolta “Diario d’Algeria” (1947). La fotografia ritrae Pier Paolo Pasolini che gioca a pallone con dei ragazzi in un campino polveroso della Borgata Quarticciolo, a Roma, nei primi anni Sessanta. Al centro della lirica di Sereni vi è la rappresentazione di una partita di calcio tra prigionieri, che pare costituire agli occhi del poeta uno dei rari momenti di euforia e di serenità all’interno di giorni incolori, quali sono quelli trascorsi in una condizione di reclusione. Ciò che più colpisce, invece, nella fotografia in bianco e nero che raffigura Pasolini sono due dettagli: la sagoma anonima dei palazzi lontani sullo sfondo e la grande varietà nella tenuta dei giocatori, che tradisce una differente estrazione sociale (lo scrittore, ad esempio, è in giacca, cravatta, gilet, qualche ragazzo indossa una camicia, qualche altro una maglietta sporca e lisa), che il sorriso diffuso sul volto di ciascuno di loro, però, stempera e attenua.

Amo il calcio –  il calcio giocato, il calcio praticato – perché regala gioia, perché sa di vita, perché azzera ogni distinzione di censo, di cultura, di orientamento politico. L’ombra che si allunga “leggera e rapida” sui prati, come si legge in uno dei versi di Rinascono la valentia e la grazia, esprime alla perfezione la levità e l’imprevedibilità nei quali risiede buona parte del fascino di questo gioco: la levità di chi sembra danzare sul prato erboso, l’imprevedibilità di un passaggio, di un dribbling, di una conclusione. Poi, certo, c’è l’universo che circonda il calcio, coi suoi campioni troppo pagati, con le manovre dei loro procuratori, con i rapporti a volte opachi tra le dirigenze delle squadre e alcune frange del tifo organizzato, con il mercato dei diritti televisivi che condiziona i calendari e gli orari delle partite, con il costo elevato dei biglietti, con gli scontri dentro e, più spesso, fuori dello stadio. Ma nulla può incrinare la visione incantata di bambini, di ragazzi, di padri di famiglia, che rincorrono un pallone, che si congratulano col portiere che ha compiuto una parata difficile, che abbracciano il compagno che ha fatto gol – che per Pasolini costituiva il momento più “poetico” di un incontro di football –, che si rammaricano per la punizione calciata alle stelle – eppure la posizione era invitante, la barriera era sistemata male, gli avversari non avrebbero più potuto raddrizzare il risultato. In loro rinvengo una delle immagini più belle e più dolci del mondo degli uomini. Il fatto, poi, che terminata la gara ognuno faccia ritorno a casa sua e si immerga di nuovo nelle contraddizioni di una società profondamente iniqua, nulla toglie, nulla aggiunge, alla bellezza goduta, respirata, vissuta in quelle ore di gioco: homo ludens.

Osservare degli adolescenti giocare a pallone mi fa stare bene. Ovunque si trovino, qualunque sia la posta in palio. In loro mi rivedo, grazie a loro compio interminabili viaggi memoriali, al termine dei quali quello che ogni volta scopro – conferma, certezza, verità – è che nulla è cambiato da quando io ero un ragazzo. Almeno in questo ambito. Sì, è mutata la maniera di intendere la politica, di guardare al futuro, di vivere i rapporti in famiglia, di avere accesso al sapere, di comunicare, di abitare il tempo e lo spazio. Tutto il resto si è trasformato, in fretta e per sempre. Ma il piacere del gioco si è conservato intatto. La stessa passione, lo stesso agonismo, le stesse emozioni. In una sola parola, la stessa intensità – intensità di vita – che già Giacomo Leopardi nella canzone A un vincitore nel pallone annoverava come uno degli effetti della pratica di questo sport, replicando a coloro che lo giudicavano una cosa vana.

Casomai, i nostri adolescenti hanno bisogno di giocare, d’incontrarsi, di scontrarsi (con l’altra squadra) in misura maggiore rispetto alle generazioni passate. Mai come oggi, infatti, la loro vita emozionale –  la vita affettiva –   appare indebolita dal dominio dell’inautenticità e dell’abitudine. Né potrebbe essere altrimenti, tenuto conto che gli adulti conducono un’esistenza, come ha scritto Eugenio Borgna ne “L’arcipelago delle emozioni”, “di frequente raggelata dal dilagare della ragione calcolante (della raison)”, mentre la scuola mette al bando, o comunque né premia né incentiva, facoltà quali la creatività, la fantasia, l’originalità, che si sottraggono al calcolo oggettivo. E così, crescendo tra autismo sociale e teatralità di finte emozioni gridate in un salotto televisivo, i più giovani indossano, prima del tempo, un abito fatto di apatia, di inerzia, di disincanto, finendo con l’inaridire i propri giorni e privandosi della possibilità di un colloquio con gli altri, dal momento che sono le emozioni che consentono di trascendere i confini individuali, di uscire da se stessi.

Ma senza il calore di una passione non si vive, o almeno non si vive bene, specie quando si hanno quattordici, o quindici, o diciannove anni; piuttosto ci si trascina, con monotonia, a fatica, senza rendercene conto, quasi fossimo le carrozze di un tram che ora dopo ora compie sempre lo stesso percorso segnato dalle rotaie. E se accade che il mezzo scarti di lato – può succedere anche questo –  è disgrazia, è rovina. La verità è che non è possibile ridurre l’uomo alla sola ragione, al solo pensiero. A forza di spegnere fuochi, infatti, o cessando di accenderli, il mondo non diviene più sicuro, bensì più freddo. Occorre sapere accettare il rischio dell’incendio, occorre insegnare ai nostri ragazzi che la fiamma che recano dentro di loro può salvarli e può salvare, può rischiarare il cammino e sciogliere il ghiaccio: “Bisogna bruciare”, ha scritto una volta Pasolini,  “per arrivare / consumati all’ultimo fuoco”.
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Francesco Ricci

Francesco Ricci

(Firenze 1965) è docente di letteratura italiana e latina presso il liceo classico “E.S. Piccolomini”di Siena, città dove risiede. È autore di numerosi saggi di critica letteraria, dedicati in particolare al Quattrocento (latino e volgare) e al Novecento, tra i quali ricordiamo: Il Nulla e la Luce. Profili letterari di poeti italiani del Novecento (Siena, Cantagalli 2002), Alle origini della letteratura sulle corti: il De curialium miseriis di Enea Silvio Piccolomini (Siena, Accademia Senese degli Intronati 2006), Amori novecenteschi. Saggi su Cardarelli, Sbarbaro, Pavese, Bertolucci (Civitella in Val di Chiana, Zona 2011), Anime nude. Finzioni e interpretazioni intorno a 10 poeti del Novecento, scritto con lo psicologo Silvio Ciappi (Firenze, Mauro Pagliai 2011), Un inverno in versi (Siena, Becarelli, 2013), Da ogni dove e in nessun luogo (Siena, Becarelli, 2014), Occhi belli di luce (Siena, Nuova Immagine Editrice, 2014), Tre donne. Anna Achmatova,...

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