La ristampa di “Tibi e Tàscia”. I sogni di due ragazzi nel meridione del dopoguerra

Luigi Oliveto

23/01/2020

Bene ha fatto l’editore Rubbettino a ristampare il romanzo “Tibi e Tàscia” di Saverio Strati (1924-2014). Scrittore dimenticato e annoverato troppo sbrigativamente in quel filone neorealista che ha raccontato l’universo contadino del nostro Meridione, con tutti i suoi retaggi ancestrali, abitato da esistenze in affanno tra terra e tribolazioni. E dove gli opposti erano davvero opposti: miseria e ricchezza, sottomissione e sopruso, fame e sazietà, ignoranza e conoscenza, maschio e femmina. Saverio Strati aveva conosciuto dall’interno quel mondo. Era nato in Calabria, a Sant'Agata del Bianco, in una famiglia di modeste condizioni. Dopo la licenza elementare interruppe gli studi per intraprendere il mestiere di muratore. Non smise, però, di leggere e studiare, tant’è che nel 1949 conseguì il diploma liceale e si iscrisse all’Università di Messina. Seguì le lezioni di Giacomo Debenedetti e fu proprio il critico letterario a leggere, agli inizi degli anni Cinquanta, le prove letterarie di Strati e a incoraggiarlo nella scrittura. Lo stesso Debenedetti caldeggiò, presso Mondadori, la stampa dei primi racconti raccolti sotto il titolo “La marchesina” (1956). L’anno successivo vide la pubblicazione il primo romanzo “La teda”, mentre nel '59, sempre per Mondadori, uscirà “Tibi e Tàscia”, che vinse il Premio internazionale Veillon. Il libro racconta i sogni di un ragazzo e di una ragazza (Tibi sta per Tiberio, Tàscia per Teresa) che desiderano evadere dall’angusto e opprimente mondo contadino del Sud, progettare un futuro diverso. Tibi riuscirà a farlo, ma a Tascia, in quanto donna, sarà inibita qualsiasi scelta di emancipazione. Significativo è il momento allorché i due debbono separarsi. Quel distacco marcherà per sempre la differenza tra chi parte verso un cambiamento e chi, invece, resterà nella fissità di un destino segnato. Eppure era stato insieme che avevano atteso e vagheggiato una vita diversa. A rischiarare i paesaggi, le cose, la quotidianità di una vita grama, sono proprio i discorsi dei due ragazzi, la loro ingenuità, il loro sguardo sulla realtà e su come se la raccontano. Bravo è l'autore a ricavare dalle parole dei giovani protagonisti la descrizione di uno spaccato antropologico, di una condizione sociale, persino l’afflato di un’istanza civile. Non di meno, nelle pagine di “Tibi e Tàscia” permane, a tratti, "l'allegro stupore e la ingenua malinconia” che Vittorini aveva colto nel primo romanzo di Strati (“La teda”). L’edizione odierna contiene una illuminante prefazione di Goffredo Fofi. A suo giudizio non esiste “un altro romanzo italiano così fitto di dialoghi, così impastato di un presente diretto, di concreta quotidianità, di infantile (e dunque assoluta) verità”. L’autore – osserva ancora Fofi – riesce ad “aprirci a un paesaggio completo e complesso, e però affrontato con la balda capacità dei bambini di farlo proprio”. In effetti c’è, in Saverio Strati, una sorprendente naturalezza ad osservare e raccontare la realtà da un ‘punto di vista’ fanciullesco. Perfetta è, in tal senso, la sua scrittura scarna che, proprio in virtù dell’asciuttezza, raggiunge esiti di grande lirismo. Così come vi si avverte un ritmo interno che sa di arcaico e che, a prescindere dalle geografie di riferimento, sentiamo appartenere a noi tutti. E ci tocca nel profondo.
 
***
 
Si era proprio nel fitto dello sporo e i contadini si alzavano molto presto, la mattina, per andare sui campi a lavorare. Ma c’era Rosa, la moglie di Gianni Ventura, che addirittura saltava dal letto quando cantavano i galli delle tre; accendeva il fuoco e si dava a preparare la colazione. Erano sempre fave o ceci impastati col pane, la colazione.
Poi anche il marito si alzava, scalzo, e si avvicinava al focolare con le grosse scarpe chiodate in mano. Si riscaldava i piedi, se li avvolgeva con degli stracci di lana, s’infilava le scarpe ed usciva, per fare i suoi bisogni fuori paese, nell’oliveto.
Rocco e Teresa dormivano sul cassone presso il focolare, ed erano sempre nel forte del sonno, loro.
La madre li chiamava:
«Teresa, Rocco... alzatevi, belli miei, ché è tardi!»
Ma come se parlasse ai muri; ed il paese ancora dormiva più di loro due. Ma il piccolo Ciccio si faceva presto sentire con i suoi strilli.
«Vengo, vengo, gioia mia!» gli gridava la madre, mentre impastava col lungo cucchiaio di legno il legume nella padella nera sul tripode di ferro, e, sotto, il fuoco ardeva con allegria. Andava nella camera buia, prendeva in braccio la speranza del suo cuore, il barone della sua vita e ritornava in cucina.
Il piccolo, la prima cosa che faceva era di sbottonare egli stesso la camicetta della madre. Lei gli sorrideva, metteva fuori un seno gonfio di latte e lui attaccava a succhiare, pacifico. La madre lo guardava amorevolmente e gli sorrideva. Ciccio lasciava il capezzolo e rispondeva alla madre con un altro sorriso, ma presto riprendeva a succhiare, a succhiare, e muoveva i piedi, contento, e si metteva una manina fra le gambe.
«Gioia di tua madre!» gli diceva Rosa, e lo baciava sulla pancia. «Speranza mia!»
Il piccolo lasciava il capezzolo e rideva, ed alla madre diceva, divertito:
«Più, più!»
E la madre gli faceva di nuovo il solletico con la bocca sulla pancia. Era beata, lei, in quei cinque minuti, a vedere il suo principe ridere. Ma presto si ricordava degli altri due dormiglioni e gridava:
«Alzatevi, spensierati! Ché, se vostro padre vi trova a letto, vi pizzica».
Pareva che i due ragazzi non sentissero neanche le scopettate. Ma ecco i passi del padre, e Rocco e Teresa saltano immediatamente dal letto. Si coricavano quasi vestiti sotto le coperte di lana.
«Quanto dormi!» diceva la madre a Teresa, ogni mattina. «Neppure dormire posso!» lamentava la ragazza, e sbadigliava e si passava i pugni sugli occhi assonnati. «Sei impastata di sonno, tu!» osservava la madre. «Dormiresti sempre, sempre dormiresti!»
«Sempre con me ce l’hai, tu!» si difendeva Teresa. «A tuo figlio non dici mai niente, mai».
«Lui zappa, il giorno. Non sta a fare il vagabondo come te, al paese» disse Rosa in difesa del figlio.
Teresa stava per gridare, ma entrò il padre e tacque.
«Tàscia, mettimi acqua nel lavamano» le ordinava il padre, ogni mattina. Tàscia obbediva sempre, ma a malincuore. Versava un po’ di acqua nella bacinella di smalto che metteva sulla cassa accanto. «Lavati!» diceva al padre. «Hai messa poca acqua, come sempre» la rimproverava lui. «A portarla dalla fontana non sei tu» si difendeva Tàscia. «Testa dura!» esclamava il padre, e rideva. Tàscia ritornava a sedersi.
«Che faccia tosta che hai!» la rimproverava la madre. «Al padre così si risponde?»
«La faccia tua e quella di tuo figlio non la vedi?» le ribatteva Tàscia. Rocco stava zitto e cheto cheto. Si riscaldava i piedi lordi di terra al fuoco.
La madre non rispondeva a Tàscia; e la lumiera ardeva, il legume friggeva nella padella, e Ciccio continuava a succhiare tranquillamente all’altro seno, ora.
Il padre, lavatosi ed asciugatosi, sedeva. Cominciavano a mangiare, tutti, nella stessa padella sul tripode.
Sul tavolo all’angolo buio c’era una bottiglia mezza di vino rimasto la sera avanti.
«Prendi la bottiglia, Tàscia!» ordinava il padre a Teresa.
«Tuo figlio non la può prendere? Perché devo essere sempre io a fare la serva?» disse Tàscia.
«Lui lavora, mentre voi rimanete sempre a casa» le disse il padre.
«Io lavoro più di lui e più di te» disse Tàscia.
Il padre rise e scosse la testa. «Tu l’abusi» gli disse la moglie. «Botte ci vogliono con questa pazza!»
A Gianni piaceva molto la risolutezza della figlia.
«Lui zappa, Tàscia» le ripete il padre. «E una cosa è zappare e altra è andare alla fontana... Prendete la bottiglia» aggiunse, e le mise, affabilmente, una mano sui capelli, spettinati.
Tàscia scostò la testa, seccata. Però si alzò, prese la bottiglia e la porse al padre.
«Brava!» le disse il padre, e bevve.
Bevve anche la moglie, anche Rocco bevve. Rocco, dopo che ebbe bevuto, passò la bottiglia al padre.
«Ed io?!» gridò Tàscia, gli occhi sfavillanti.
«Oh! Anche tu ne vuoi?» le chiese il padre, scherzosamente. «Perché, io non ho bocca? O la bocca ce l’hai tu e tuo figlio?»
«Come li spalanchi, gli occhi, quando si tratta di bere o di mangiare!» la rimproverò la madre.
«Tu sempre a me guardi» le gridò Tàscia, indispettita. Il padre rise, divertito.
«Le ragazze non devono bere» le disse.
«E lui non è un ragazzo?» disse Tàscia, muovendo la testa verso il fratello.
«Ma lui già incomincia ad essere uomo: zappa e si deve mantenere forte» le spiegò il padre.
«Anche io sto diventando donna e devo mantenermi forte, per poter andare alla fontana e poter tenere in braccio quella croce di tuo figlio Ciccio che pesa più di Cristo morto» disse Tàscia, e prese la bottiglia dalle mani del padre e attaccò a bere.
Gianni era contento di quest’ardire della figlia.
Il vino gorgogliava nella bottiglia, ed i muscoli del collo di Tàscia erano tesi.
«E basta!» le disse il padre, e le strappò la bottiglia dalla bocca.
«Com’è bello!» esclamò Tàscia, e si leccò le labbra.
«Ubriacona che sei!» la rimproverò il padre, e le passò la mano aspra sui capelli biondicci.
«Tu la rovinerai con le tue carezze» gli disse la moglie.
«Lasciala vivere!» fece Gianni, scrollando le spalle.
«Padre e figlia siete della stessa farina!» esclamò la moglie.
«E tu e tuo figlio non siete della stessa farina?» osservò Tàscia.
«Brava!» le disse il padre. «Brava la nostr’avvocata!»
Tàscia rise; gli altri tacquero. Continuarono a mangiare, e Ciccio non smetteva di succhiare al seno bianco, e si stringeva con una manina un piede e a tratti sorrideva alla madre.
Rosa disse, dopo un poco, come per riprendere il discorso di prima: «Se non chiuderò ogni cosa a chiave, quest’ubriacona si berrà tutto il vino, e si mangerà tutto il pane. Dio sa quanti compagni di gioco porta in casa, il giorno... È sola, tranquilla...» Tàscia guardava la madre, sbalordita, e corrugava la sua bella fronte. Poi guardò il padre, per capire se il discorso della madre fosse vero.
Gianni aggiunse, per divertirsi della rabbia di Tàscia:
«Hai ragione: bisogna chiudere tutto a chiave».
«Ed io, il pane per mangiare, dove lo prendo?» gridò Tàscia.
«Ti lasciamo mezzo pane al giorno nel cassetto del tavolo» le disse il padre, con tono molto serio.
«E mezzo pane come mi può bastare?» strillò Tàscia fuor di sé. «E a quel cane di vostro figlio che mangia più di un lupo cosa do? Voialtri ve ne andate a zappare e siete tranquilli e lui lo lasciate a me, lui, che non è mai sazio e che sempre piange... Ah! pare che è mio figlio? Se voi non mi lasciate pane, lui non mangia, muore di fame e voi dovete andare in galera, perché lui non è mio figlio e la colpa non è mia, non è mia, no!»
«Avete visto come si sa difendere la figliola?» fece Gianni.
«Mangia e non sbraitare!» le disse la madre. «Nessuno ti chiuderà il pane, finché farai la seria».
«Scherziamo, stupida!» la rassicurò il padre, e rideva. «Volevamo vedere che viso facessi... Te l’eri presa? Credevi che fosse vero?»
Tàscia muoveva la testa in senso affermativo. Aveva i grandi occhi castani spalancati, lucenti, e teneva il cucchiaio vuoto sulla bocca fresca.
«Stupida!» le fece il padre, e l’accarezzò ancora una volta.
Il piccolo Ciccio aveva smesso di succhiare. Disse:
«Pappa, pappa a mia!»
«Dàgli pane, dàgli, anche a lui» disse il marito alla moglie.
La madre gli mise in mano mezza fetta di pane, dicendogli:
«Anche voi avete la stessa testa di vostra sorella. Siete vecchio ed ancora succhiate a questa povera pelle come se ci fosse una fontana».
Il bimbo sorrideva innocentemente. Era quasi di due anni e già camminava e pronunciava molte parole.
«‘Ino a mia!» disse.
«Lo vuole col vino, il pane» spiegò subito Tàscia, che conosceva alla perfezione il linguaggio e le abitudini del fratellino. E lei stessa prese la bottiglia, per inzuppare di vino il pane di Ciccio.
«Anche a lui dài vino?» le chiese la madre.
«È lui che lo vuole» disse Tàscia. «Gli piace, il pane col vino».
«A tutti piace!» disse il padre. «Ai grandi e ai piccoli... Manda via i grilli dalla testa e mette fuoco nelle vene!... Su, su! Muoviamoci, ché incomincia ad essere tardi!»
Finirono di mangiare; e Gianni si affacciò alla porta, per scrutare il cielo.
«Sarà buona, la giornata, oggi?» gli chiese la moglie dal focolare.
«Il cielo è sereno... È un inverno eccezionale, questo» disse Gianni, rientrando. Sedette e si mise a farsi una misera sigaretta con delle cicche che trovò nelle tasche della giacca.
«Sbrigatevi» ripeté alla moglie. «È già l’alba».
A Tàscia sembravano un secolo quei pochi minuti che ancora i suoi rimanevano in casa. Quando restava sola si sentiva più tranquilla, più felice, nessuno le faceva rimproveri, e giocava, giocava.
Rosa mise a terra Ciccio, si alzò e cominciò a preparare tutto. Versò il grano da seminare nel sacco, legò due pani con dei fichi secchi in un vecchio tovagliolo di ginestra, e disse:
«Io sono pronta».
Rocco s’infilò le scarpe di cuoio, si alzò e si sciacquò la faccia colla stessa acqua, già nera, con cui si era lavato il padre.
«Bada di non fare al tuo solito» cominciò a dire Rosa alla figlia, mentre si metteva il sacco col grano in testa. «Sta’ attenta a tuo fratello, vai alla fontana; prepara il legume, per stasera e non far venire ragazzi estranei in casa».
Tàscia guardava la madre e le diceva di sì ad ogni parola, con una mossa della testa, e pensava: “Andatevene, lasciatemi in pace! Andatevene, ché voglio giocare”.
Infatti se ne andarono padre, madre e figlio. Ancora era buio, ché la luna non c’era, e certo le stelle non illuminavano la strada; e per arrivare al campo ci volevano circa due ore, muovendo le gambe come si deve, di cammino.
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato i libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchioli (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini, è curatore del libro di Arrigo...

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