La tirannia dell’istante. Quando essere qualunquisti è un’arma di difesa

Francesco Ricci

27/03/2017

I nostri ragazzi sono qualunquisti. Indifferenti ai problemi sociali, disinteressati all’impegno politico, critici in maniera indistinta di ogni ideologia, conosciuta peraltro approssimativamente (informarsi stanca), spendono la maggior parte del loro tempo giocando alla PS4, navigando in internet, chattando. Quando capita loro di camminare per strada, di sfogliare una rivista, di guardare la televisione, vengono sommersi da una serie di immagini che raffigurano e celebrano sempre più spesso una gioventù bella, sorridente, magra, sicura di sé, vincente. Una tale rappresentazione costituisce per alcuni una sorta di specchio, che riflette alla perfezione l’idea che hanno di loro stessi: per altri è un limite al quale tendere, una meta da raggiungere; per altri ancora, infine, la conferma della propria differenza, della propria esclusione, della propria incommensurabile distanza dal paradigma estetico trionfante. In tutti i giovani, però, la comunicazione pubblicitaria insinua una duplice convinzione. La prima è che la cosa più importante è pensare a se stessi, sempre e comunque, e all’aspetto esteriore, dal momento che si è giudicati in base a come si appare agli altri. La seconda, come osserva Stefano Laffi ne “La congiura contro i giovani”, è che rimane soltanto il mercato a prendere sul serio i giovani, mentre nessun’altro (la famiglia, la scuola, le istituzioni politiche) è più disposto – non ha tempo – a dare loro retta quando parlano. In questa mancanza di ascolto diffusa, l’egoismo e il consumo dilagano, scolpiscono il corpo, condizionano l’immaginario, prosciugano l’anima. Forse è vero, i nostri ragazzi sono degli incurabili qualunquisti. Alle prossime elezioni politiche diranno di non sapere chi votare, alcuni confesseranno di ignorare chi siano i candidati alla Presidenza del Consiglio o quali siano i programmi delle forze in campo, altri dichiareranno che la consultazione popolare né li tocca né li appassiona, dal momento che alla fine “sono tutti uguali, tutti rubano e tutti pensano solo ad assicurare una poltrona a sé e ai propri amici e parenti”.

Forse è anche per questo che, ogni volta che mi accade di prendere in mano libri come “Boccalone” di Enrico Palandri (1979) o “Due di due” (1989) di Andrea De Carlo, che ci restituiscono intatta l’atmosfera che si respirava, rispettivamente, alla vigilia della rivolta creativa del Settantasette e negli anni a cavallo del Sessantotto, mi pare che a trascorrere siano stati non decenni, ma secoli. Provo la stessa impressione perfino quando torno con la memoria a un evento come Live Aid, il concerto rock organizzato da Bob Geldof e Midge Ure e tenutosi alla metà degli anni Ottanta in diverse località, tra cui Londra e Filadelfia, per raccogliere fondi (più di centocinquanta milioni di sterline) per combattere la fame in Etiopia. Avere vent’anni e seguire in televisione le esibizioni di artisti come David Bowie, gli U2, Elvis Costello, i Queen, Mick Jagger, Elton John, e sapere che la stessa cosa la stavano facendo altri due miliardi e mezzo di spettatori in tutto il mondo, aveva un valore che oltrepassava l’ambito meramente musicale. Significava sentirsi parte di un tutto che trascendeva il singolo, dimenticare per un po’ la propria esistenza per testimoniare la propria vicinanza a un popolo sofferente, scoprire (o riscoprire) il senso profondo di parole come solidarietà, comunanza, generosità. Ma, soprattutto, comportava il toccare con mano che quando si parla di uomini non c’è nessuna occasione (nessun evento) nella quale esserci o non esserci, partecipare o non partecipare, si equivalgono: la scia lasciata da un “sì” o da un “no” può non raggiungere lo sguardo delle persone, ma sempre lambisce – a volte decide –  il destino personale o quello altrui. Anche per questo fu bello sfilare in corteo, fare volantinaggio, rendere palese il proprio orientamento politico attraverso la lettura di un quotidiano o di uno scrittore, contestare e sostenere, ascoltare le prove di un gruppo alternativo in una fumosa cantina del centro fiorentino o esibire con orgoglio il biglietto per il concerto di una band affermata, indossare la maglietta con Bono Vox perché si stava dalla parte dei cattolici irlandesi o quella che riproduceva la foto del Che scattata da Alberto Korda per fare sapere che, chi muore per la libertà, riscatta tutte le miserie e tutte le meschinità di cui gli uomini sono capaci. C’era molta ingenuità, c’era molto idealismo in tutto ciò. Forse già i giovani degli anni Ottanta erano, senza accorgersene, dei reduci, dei sopravvissuti, abitavano un “mondo di rovine”, le quali, però, riuscivano ancora a lasciare intravedere, sotto pietre e vegetazione, i resti di un valore o di un principio capace di orientare l’esistenza, di additare uno scopo collettivo, comunitario, plurale, di parlare, in sostanza, anche di un “noi” e non solamente di un “io”, fragile eppure onnivoro.

I ragazzi del Terzo Millennio (la frattura si è prodotta con gli anni Novanta), invece, abitano un “mondo di macerie”, dominato dalla “tirannia dell’istante”, come l’ha definita Thomas Hylland Eriksen, privato della dimensione della profondità, e perciò senza durata, ridotto a un presente che non serba ricordo di nulla perché tutto brucia in fretta e smaltisce (questo esige l’economia consumistica), si tratti di una merce, di uno stile di vita, di un modo di pensare e di sentire, dove le appartenenze sono deboli, il presente è una minaccia e il futuro – insieme alla convinzione di poter incidere sulla realtà e trasformarla, magari anche semplicemente tracciando un segno sopra un simbolo nella scheda elettorale – è sentito ormai perduto. E quando si smarrisce l’avvenire, quando l’avvenire ci diviene completamente estraneo, è difficile non essere qualunquisti e disincantati. A quindici o venti o venticinque anni. O forse anche quando si è più grandi.
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Francesco Ricci

Francesco Ricci

(Firenze 1965) è docente di letteratura italiana e latina presso il liceo classico “E.S. Piccolomini”di Siena, città dove risiede. È autore di numerosi saggi di critica letteraria, dedicati in particolare al Quattrocento (latino e volgare) e al Novecento, tra i quali ricordiamo: Il Nulla e la Luce. Profili letterari di poeti italiani del Novecento (Siena, Cantagalli 2002), Alle origini della letteratura sulle corti: il De curialium miseriis di Enea Silvio Piccolomini (Siena, Accademia Senese degli Intronati 2006), Amori novecenteschi. Saggi su Cardarelli, Sbarbaro, Pavese, Bertolucci (Civitella in Val di Chiana, Zona 2011), Anime nude. Finzioni e interpretazioni intorno a 10 poeti del Novecento, scritto con lo psicologo Silvio Ciappi (Firenze, Mauro Pagliai 2011), Un inverno in versi (Siena, Becarelli, 2013), Da ogni dove e in nessun luogo (Siena, Becarelli, 2014), Occhi belli di luce (Siena, Nuova Immagine Editrice, 2014), Tre donne. Anna Achmatova,...

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