La vecchia e il bambino

Elisabetta Casagli

18/12/2015



La conta degli stretti, alti e consumati scalini di travertino per arrivare in casa metteva alla stessa prova le gambone coperte di calze spesse e attraversate da vene varicose che agli occhi del nipotino apparivano come colline nelle cartine geografiche sbalzate, e quelle gambe corte e secche. Tutti e due salivano sempre con lo stesso piede, appoggiandosi sempre all’altro e contando: uno, due, tre, quattro... quando s’arrivava a dieci lei col fiatone cercava la chiave nella tasca del vestito a fiori di un colore parecchio scuro che c’aveva un buco perché la chiave c’entrava pigiata dal pancione in quella tasca, e poi dentro c’era qualche caramella; ma anche stendendo tutte e due le braccine, le dita non ce la facevano a prenderla e tamburellavano sul pancione tirato, con la nenia: «Nonna me la dai una, me la dai una».  Era difficile rivederci quella donna che sorrideva nella foto sopra il canterano che non si poteva toccare mai, mai. Il valzer era il ballo che preferiva, non se ne perdeva uno, dondolava la gonna del suo vestito nuovo e nel giro mostrava la parte del suo corpo più bella.

«Quanto mi garbano le gambe lunghe della Gina, e quelle caviglie fine, è proprio una bella figliola, io me la sposerei».  E si sposarono, senza una lira andarono a stare in quella casina piccina della mamma di lui, con quella scalinata stretta, ripida che tenne muscolose quelle gambe per tutto il tempo della gioventù. L’anno della morte degli olivi la trovò ancora dritta sulle sue gambone, sotto una pioggia gentile estiva, con l’animo però che non si reggeva in piedi, davanti a quel buco nero fangoso. «Madonnina questa non me la dovevi fare, quando m’hai portato via il mi’ Alberto io t’ho pregato tanto, tutte le sere il rosario e il lumino sempre acceso in cucina davanti al crocifisso del tu’ Figliolo, ma te, proprio te che sai che vuol dire perde’ un giovane, lui non me lo dovevi porta’ via così presto, prima di me che ho 89 anni e che tutti mi guardano, la mi’ figliola, quei giovani pieni di capelli e secchi, secchi, e pensano perché unn’è morta lei! No, questo no Madonnina è stato un dispetto cattivo, proprio cattivo, e io mi vergogno e ‘un so come morì, poro il mi’ cittino».

La natura sembra avere leggi giuste ed equilibrate, ingranaggi che si incastrano perché  tutto possa scorrere: naturale; invece è una madre cattiva, impietosa la cui unica e sola legge è quella della morte per sostenere la vita. Il giorno che morì fu così veloce che non ebbe tempo nemmeno di levare il latte dal fuoco. Si alzò dal letto alle sei come tutte le mattine, andò subito al bagno, ché attraversare il corridoio le portava via tempo: i piedi ormai li pattinava, trascina uno, ritrascina l’altro, appoggiata al muro: «Madonna! Tutte le mattine me la fo addosso per attraversa’ questo corridoio freddo come la morte». Meno male erano solo cinque mattonelle bianche e cinque nere; poi l’esercizio da circo per sedersi: «Pori vecchi! E pensare che da giovane c’avevo du’ gambe che facevano invidia a tutti e gli garbavano tanto al mi’ Alberto» Rialzarsi e strascicare altre quattro mattonelle bianche e cinque nere fino in cucina, latte e caffè avanzato al fuoco e poi una sbirciatina fuori:  «Il Cioni è partito, si vede che la su’ moglie l’ha chiamato in tempo stamattina». E lì cascò per terra, la trovarono appoggiata al muro fra il fumo e il puzzo di bruciato.

Racconto scritto in occasione del Laboratorio del sonetto - Aresteatro, corso di scrittura 2013-2015. Insegnanti: Francesco Burroni e Valentina Tinacci
 
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