Le parole non sono più innocenti. Per il Giorno della memoria

Gianni Manghetti

27/01/2016


Quello che segue è un estratto da "Nomi nella cenere" di Gianni Manghetti, uscito nel 2012 per la coedizione Primamedia editore/Betti editrice. Proponiamo oggi, 27 gennaio designato dall'assemblea delle Nazioni Unite Giornata della memoria, il brano intitolato "Le parole non sono più innocenti". Qui il protagonista Romano incontra casualmente lungo las trada da Volterra a Siena la giovane tedesca Eofor. Ne nascerà un amore ma lei avrà modo di spiegare il suo dramma e come intende superare l'abisso nel quale ha compreso venne coinvolto il suo avo. Buona lettural.

“Anch’io ho vissuto la stessa vergogna.” Pronunziò molto lentamente la parola “vergogna”, e sospirò. “Sì, anch’io ho avuto, ho avuto, ho…” Si bloccò, e i suoi denti stretti raccontavano più delle parole non dette. Romano girò la testa, ma la ragazza, di nuovo a testa china, gli dette l’impressione di non averlo nemmeno guardato.

“Ho capito, fuori dalla scuola, quando avevo vent’anni, quel che aveva fatto [mio bisnonno, NDR], nessuno mi aveva mai detto niente.” “La gente in questo tempo ha paura del ricordo: fa pensare. Tutti vogliono bruciarsi nel presente, e le società che producono antidepressivi fanno affari d’oro. Distribuiscono utili a palate: aiutano a dimenticare.” Si passò due dita sulla lingua, come per togliersi qualcosa di amaro, ma era solo un moscerino alla ricerca di chi sa che cosa. Sillabò: “Noi tutti siamo quel che ci raccontano i nostri ricordi, ma siamo anche quello che abbiamo dimenticato, o voluto dimenticare”. Calcò la voce su quel “voluto”.

“Ho capito” continuò, “che la storia dei popoli può dirci molto di più se si studia il consumo collettivo di psicofarmaci, oggi divorati da giovani e anziani, e da tante donne. E io lo so bene. Sono le medicine più vendute, le chiamo il cibo per vivere solo l’oggi.”
“‘Cogli l’attimo’, forse l’avete visto anche in Italia, è stato un film di successo, ma non abbiamo ancora visto un altro, più importante: cogli le notti del passato.” Aggiunse: “Senza lo scandaglio di quelle notti come stabiliamo cos’è giusto e cosa non lo è? La giustizia rischia di essere partorita dall’attimo.”

Romano continuava a guidare, attento a non farsi fotografare dagli occhi nascosti lungo la corsia della superstrada verso Siena.
“Dopo tanto silenzio” proseguì, “ho cominciato da sola a entrare dentro quelle notti: a discendere nell’inferno.” La ragazza teneva ancora la testa abbassata.
“Ma in quel pozzo senza fondo – tu vai giù e il metro per misurarlo ti si consuma tra le mani- ci sono delle parole che non posso guardare ancora,  mi fanno paura, non le posso cogliere, e le rifiuto. Sono costretta a risalire.”

Romano strizzò gli occhi. “Sì, è difficile per me anche ascoltare quelle parole.” Si fermò, rifletté un attimo e aggiunse: “Per me sono suoni dove l’innocenza si è persa.”
“L’innocenza delle parole?” Gli occhi di Romano rischiarono di divenire strabici.
“Sì, le parole sono come noi, innocenti o malvagie, né più né meno.”
“Le parole che diciamo?”

“Sì, tutte, perché tutti abbiamo perso la nostra innocenza. Per te, ho capito, i soldi del Palio , hanno un meaning solo tuo.”
“Un meaning?”
“Come dite in italiano, sig-ni-fi-ca-to, solo per te.”
“E’ vero.” Allontanò la testa verso sinistra, e mentre lo sguardo si perdeva fuori del finestrino le chiese: “E per lei quali sono le parole diverse?” Non si accorse nemmeno di quel “lei”, tanto gli venne naturale.
“Non è colpa tua se il tuo nonno - il bisnonno, mi sembra, hai detto - si è comportato male, però tu ora ti vergogni, e prima eri felice.”

Romano si fece silenzioso, con la testa incollata a guardare la barriera che scorreva via. Gli pareva che, là fuori, ci stesse strusciando lui, e che quel metallo lo scorticasse, e non aveva il coraggio di guardarsi sotto la pelle.
“Per me è lo stesso, mi pesano le parole che raccontano la vergogna di chi è vissuto prima. Ma basta vergognarsi?”
 Romano si voltò a guardarla.
“Ecco, le radici che non avremmo mai voluto considerare come nostre ci buttano addosso le colpe degli antenati, non nostre in apparenza, eppure le parole ce le caricano sulle spalle. E quelle radici finiscono per far parte della nostra vita: ci cascano sopra come pesi, e ci possono seppellire. E nel pozzo, per certi eventi della storia passata, possono finire non solo i singoli ma anche i popoli, soprattutto quando rimuovono gli aspetti negativi di quegli avvenimenti.” Si fermò un attimo, e concluse. “Nessun Paese è immune, perché tutti hanno da farsi perdonare qualcosa del loro passato. E accadrà così anche per noi nel confronti delle generazioni future.”

Romano tolse una mano dal volante, si mandò indietro un ciuffo di capelli, toccò il santino di padre Pio che teneva sul cruscotto, ma non aprì bocca. Quella ragazza parlava troppo bene, era seria come si deve, e non c’era “b” o “k” che lo facesse ridere.
“Noi abbiamo bisogno delle radici, ci sostengono” proseguì la ragazza, “di tutte, anche di quelle marce, anche loro si fanno nostro tronco. Ma risanare il marcio non è facile. E rinnovare le parole è quasi impossibile.”
“E allora?”
“Non è facile” continuò, come se parlasse a se stessa, “far ritrovare alle parole la loro innocenza, anche Dio può far poco senza di noi.”
“Ma quali parole per lei?”

La ragazza alzò la testa, senza voltarsi, guardando in avanti.
“Continuo ad andare in auto, prendo l’aereo, ma è il treno che mi fa paura.”
“Il treno? Qualcuno della sua famiglia ha provocato un grave incidente?” La ragazza non disse nulla.
“Non va più nelle stazioni ferroviarie?”
Non gli rispose ancora, e quando lo fece, dopo qualche attimo, i suoi parevano velati.
“Ci si abitua a vivere anche senza certe cose, anzi si sta meglio. Vedi, vengo con te in autostop. Ma per troppo tempo mi sono persa negli abissi del passato, ho gridato la mia collera contro quell’oscurità, e urlare non mi bastava. Ho perso altro tempo a piangere, e la malattia mi rodeva di più. Ora la cura che sto facendo mi guarirà, e il marcio sparirà.”
“Cura, ha detto?”

Gli occhi di Romano, fissi sulla strada, si dilatarono, e la macchina correva tranquilla.
“Cura.” Si fermò, chiuse gli occhi e, lentamente e a bassa voce, gli spiegò: “Ogni mattina, all’alba, voglio rompere le tenebre degli sconfitti.” Si corresse: ”Le tenebre sugli sconfitti”.
“Non capisco.”
“Pronunzio a voce alta mille nomi di persone, le chiamo.”
“Mille? Cavolo, deve essere stato un grave disastro ferroviario. Ma sempre gli stessi?”
“No, sempre diversi, ogni giorno, per trecentosessantacinque giorni, perché la sofferenza non si fermò.” Aggiunse con un filo di voce che sentì solo lei: “Chi sa se si fermerà mai.”
“Se ho capito bene ricorda i nomi di quei morti.”
“Sì, di uomini dentro quell’abisso di morte.”
“Ma i morti ormai..”
“Sono finiti per sempre?”
“No, sì, volevo solo dire che c’è poco da fare per loro.”
“Non si può lasciarli solo nelle mani degli studiosi, i morti di ieri hanno i loro diritti tra noi vivi.”
“Tra noi vivi? Che vuol dire?”
“Che morti e vivi sono parte della stessa vita, tutti si cammina sulle stesse orme.”

“La seguo poco, ma per mia ignoranza” ammise.
“Tua è la memoria, ma è il mondo che te l’ha data. E tu come la restituisci al mondo? Con quale ricchezza? La tua. La memoria è un lievito, tu la restituisci al mondo più grande. E allora la vita cresce nel mondo, e nell’abisso della notte ci sarà meno abisso.” Lo guardò, ma gli occhi assenti di Romano dicevano tutto.

“Forse” continuò, “con un esempio si capisce meglio. I cristiani  nella messa si uniscono ogni volta a Gesù, e solo uniti a quella Sua sofferenza trovano la salvezza, e  imparano chi sono, e a vivere fuori, ma se non lo fanno…” Romano la interruppe.
“Certo, fosse così, il mondo andrebbe meglio, ma mille nomi, cavolo, deve essere stato un grave incidente, come li ha conosciuti? Hanno fatto un elenco?”
“Sono una storica, li ho ricercati.”
“Ma di chi sono?”
“Sono di quelli che non erano più uomini.”
“E cosa hanno fatto?”
“Loro niente, ma gli hanno tolto il nome, e io glielo voglio ridare.”

Romano guardava avanti e, tra un occhio di controllo della Polstrada e quello successivo, pigiava l’acceleratore. Le mani parevano appiccicate sul volante, i muscoli delle braccia erano tesi, come se fossero, dopo i rallentamenti, impegnati a recuperare la velocità. Si raschiò la gola, ma le labbra non si volevano aprire.
“Ma le serve? Le è utile?” domandò, “come l’ha chiamata lei? La cura, ha detto.”
“Mi serve a ricordarli, a ridargli la vita.” Aggiunse: “Ma anch’io ho bisogno, attraverso la loro sofferenza, di ritrovare la mia vita”.
“Da quanto tempo?”

“Faccio così? Da sei anni e continuerò per altri dieci. Alla fine del sedicesimo anno chiamerò mio nonno, solo allora per me ritornerà a essere uomo, anche lui.”
“Ma, non capisco proprio, perché per sedici anni?”
“Tanti servono per quei sei milioni” gli rispose, e la voce era ferma, quasi metallica.
“Ma allora? Nooo! Ho capito bene? Quei nomi sono forse quelli che?”
“Sì, quelli che.”
“Ma lei dice quelli portati?”
“Sì, dico quelli portati.”
“E che poi.”
“Sì, e che poi.”
“Ma erano tanti.”
“Sì, erano tanti, e i vivi che pensano a loro sono troppo pochi, non bastano per farli risuscitare.”
“Ma non vengono ricordati nel giorno…?”
“I morti si possono ricordare solo per un giorno e dimenticarli negli altri? Farli vivere un giorno solo è come ucciderli di nuovo per il resto dell’anno.” Calcò la voce su “quell’ucciderli”, e Romano sentì un brivido.
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Gianni Manghetti

Gianni Manghetti

vive a Roma e fa il pendolare verso Volterra, dove presiede la locale Cassa di Risparmio. Ha controllato anche le assicurazioni, un mestiere del quale ricorda solo che le giornate sfrecciavano più veloci dei treni ad alta velocità. Ha anche insegnato economia aziendale a studenti universitari e diplomati in ragioneria. A settant’anni, dopo aver scritto tanto su banche e assicurazioni, ha pubblicato il suo primo libro sull’umanità delle persone incontrate per caso, “Vite pendolari. Ad alta velocità?”. Ha proseguito a scrivere romanzi, a raccontare le sofferenze e le risposte degli uomini tese a rendere più lieve il peso sui loro capi e sulle loro anime.

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