Monteriggioni. Storia di un territorio e della sua gente

Roberto Cresti e Maura Martellucci

07/04/2009

La presenza umana nel territorio del comune di Monteriggioni risale ad epoche remotissime, risultando una tra le aree di più antica frequentazione nella provincia di Siena, insieme alla vicina Val di Merse. È, infatti, databile al Paleolitico medio, e più precisamente ad un arco temporale che va da 64.000 a 36.000 anni fa, l’industria litica rinvenuta nel 1968 in campi coltivati posti lungo la superstrada Siena-Firenze, a circa tre chilometri da Monteriggioni, dove vennero alla luce 917 manufatti di piccole dimensioni. Il complesso è di estremo interesse soprattutto perché rappresenta un’eccezione nel panorama toscano di quel periodo, trovando inesplicabili contatti con reperti scoperti addirittura migliaia di chilometri più a sud, nella penisola salentina. Sono, però, tracce labili che lasciano pensare ad un tipo di popolamento preistorico piuttosto discontinuo e disomogeneo, perlopiù concentrato in siti direttamente o indirettamente collegati al bacino dell’Ombrone. Doveva trattarsi di uomini prevalentemente dediti alla caccia e alla raccolta, che conducevano un tipo di vita semi-nomade, stando chiusi dentro calde caverne durante il periodo invernale, anche se spesso dovevano lottare con gli orsi per aggiudicarsi quelle migliori, da cui uscivano durante la stagione più favorevole stanziandosi in accampamenti all’aperto. Proprio durante l’estate cacciavano gli animali che l’avrebbero sfamati d’inverno, anche se la “selvaggina” di allora non era costituita da prelibate lepri o gustosi fagiani, ma piuttosto da più “impegnativi” elefanti, ippopotami o rinoceronti. Le condizioni climatiche, e di conseguenza ambientali, cambiarono drasticamente durante il periodo successivo, provocando un abbandono di queste aree, evidenziato dall’assenza di industrie litiche riferibili al Mesolitico. Ad ulteriore conferma di ciò, queste zone tornarono a popolarsi dal VI millennio a.C., durante il Neolitico, grazie al consolidamento di un clima di tipo oceanico, come provano i rinvenimenti avvenuti nella Piana di Rosia e nella Val di Merse, ma anche a Pian del Lago, in località Selvaccia e a Santa Colomba. L’uomo neolitico, però, era assai diverso da quello paleolitico: da cacciatore qual’era si trasformò in agricoltore e allevatore, insediandosi in aree geografiche più favorevoli a queste attività, quali i ripiani fluviali o lacustri.
È, tuttavia, con la tarda età del Ferro (VIII - prima metà del VII secolo a.C.) che l'intero territorio provinciale conobbe un periodo di sensibile incremento demografico, dislocato soprattutto sui rilievi collinari dominanti la Val d'Elsa, il Chianti, la Val di Merse e la Val di Chiana, anche se ben lontano da quello che nello stesso periodo portò alla formazione delle grandi città costiere dell'Etruria. L’attività principale continuò ad essere di tipo agricolo e allevatizio, presentando, però, un elemento innovativo: si cominciò a vivere all’interno di piccoli villaggi autosufficienti e decisamente più stabili se confrontati con il parziale nomadismo dell’età del Bronzo. E proprio nel comune di Monteriggioni è stata scoperta la più evidente testimonianza di questo tipo di strutture agricole, ossia il villaggio capannicolo soprastante il podere di Campassini. Posto su un pianoro situato di fronte alla collina in cui spicca la cinta turrita di Monteriggioni, e perciò a controllo dell’area pianeggiante che conduce in Val d’Elsa, il sito fu individuato alla fine degli anni Ottanta e scavato negli anni Novanta del secolo scorso; durante la campagna archeologica vennero immediatamente alla luce un fondo di capanna a struttura ovale provvista di una struttura a portico antistante e contenente vari reperti ceramici, una pavimentazione costituita da una massicciata di incerta lettura, delimitata da una palizzata rivestita di argilla, diverse buche per pali attestanti la presenza di un vero e proprio villaggio formato da una decina di capanne, nonché un’area sepolcrale poco lontano dall’abitato con due sepolture, una maschile ad incinerazione e una femminile ad inumazione priva di corredo. Andando avanti negli scavi, gli archeologi hanno potuto concludere che inizialmente il villaggio era formato da abitazioni distanziate tra di loro, quasi si trattasse di piccoli “poderi” posti al centro dei campi coltivati e degli spazi destinati all’allevamento; intorno alla metà del VII secolo a.C., invece, l’insediamento subì una riorganizzazione, trasformandosi in una sorta di unica e più vasta “fattoria” collocata intorno ad un laghetto artificiale, ricavato in una depressione naturale del terreno, che fu regolarizzato mediante l’impianto di piccoli argini e rivestito di un battuto di pietre, resti animali e frammenti ceramici. Ma ciò che risulta maggiormente interessante e curioso è il cambiamento delle attività produttive svolte dagli abitanti del sito, non più dediti soltanto all’agricoltura e all’allevamento, ma anche a mansioni di tipo artigianale quali la lavorazione dei metalli (sono venuti alla luce frammenti di limonite allo stato naturale o appena arrostita) e delle ossa di cervo, nonché la cottura della ceramica, visto che al limite occidentale dell’area scavata sono emersi i resti di una fornace. Il villaggio di Campassini fu abbandonato intorno all’inizio del VI secolo a.C. in modo incruento, quindi a causa del trasferimento in altro luogo dei suoi abitanti; l’invaso naturale fu completamente interrato e rivestito con un lastricato.
Proprio a partire da questo periodo si riscontra nel territorio senese una ragguardevole concentrazione di reperti di elevato valore, ciò che denota in modo inoppugnabile l’arricchimento di alcuni strati della popolazione. Il modello sociale sostanzialmente egualitario che aveva caratterizzato l’età del Ferro, viene così sostituito da un altro dove la ricchezza si accumula in ristretti ambiti aristocratici, che tendono a differenziarsi dalle classi subalterne e vi riescono sfruttando le risorse economiche offerte dal territorio. Il fenomeno trova esempi lampanti nella residenza aristocratica di Poggio Civitate (Murlo), in quella che presumibilmente sorgeva sulla collina di Piano Tondo (Castelnuovo Berardenga) nonché a Castellina in Chianti e a Molinello (Asciano), dove si instaurarono potentati, in tutto assimilabili ai castelli medievali, aggregati intorno alla figura di un “princeps” e della sua famiglia, che intrattenevano con il resto della comunità rapporti di parentela e clientela; chi era subalterno rispetto al capo, riceveva protezione in cambio di manodopera lavorativa e forse militare. Il fenomeno, però, riguardò anche l’area pianeggiante di Monteriggioni, la cosiddetta piana del Casone, dove sorgeva un centro abitato di ragguardevoli dimensioni su cui ci soffermeremo tra poco, oltre ad insediamenti più piccoli ma non meno ricchi dei precedenti, come testimoniano i corredi tombali rinvenuti a Poggiolo, la Chiocciola e Montebuono presso Santa Colomba. Diversificata, semmai, era la base economica su cui poggiavano questi potentati: mentre nel caso di Asciano lo sfruttamento delle vicine cave di travertino rappresentò la più verosimile fonte di benessere per i signori del luogo, così come il controllo della parte occidentale delle Colline Metallifere determinò la fortuna della comunità etrusca di Murlo, quelli del Casone, di Castellina in Chianti e di Piano Tondo trassero la propria ricchezza dal possesso di terre e dal controllo delle principali vie di transito. Quest’ultima attività, in particolare, comportava forme di pagamento in tutto simili ai moderni pedaggi, che potevano arrivare fino alla “rapina” vera e propria, allora considerata alla stregua di un qualsiasi altro tipo di approvvigionamento e dunque perfettamente legale. E a proposito del controllo sulle vie di comunicazione, modelli territoriali recentemente realizzati con il supporto informatico, hanno evidenziato la possibilità che i centri di Murlo, Asciano e Piano Tondo, data la loro collocazione geografica, siano sorti per sorvegliare un importante asse viario; si tratterebbe di un tracciato con funzione prevalentemente commerciale che avrebbe collegato i centri dell’Etruria costiera con quelli dell’Adriatico, lungo il quale avrebbero assunto la funzione di “mansiones”, ossia di stazioni di sosta […].

Tratto da: “Monteriggioni. Storia di un territorio e della sua gente” (Betti Editrice). A cura di Roberto Cresti e Maura Martellucci

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