Nord Sud Ovest Est

Lucia Cosci

19/06/2015

Quella mattina l’aria aveva qualcosa di diverso e il cielo scintillava in un’alba maculata di nubi rosa e viola. “Gino, oggi riordini il magazzino. Non mettere il naso fuori finché l’ultima scatola di biscotti è a posto”, il ricordo delle parole della moglie lo scurì per un attimo. Ma riprese svelto il sorriso e andò a lavoro, come sempre in bici, come sempre fischiettando. Canticchiò anche le parole di una canzone, l’aveva ascoltata mentre si faceva la barba. “Nord Sud Ovest Est e forse quel che cerco neanche c'è ...”. Era alle superiori quando le radio la passavano. “Che tempi ...”, si disse Gino. A ripensarci sentiva ancora il tepore che lo scaldava quando entrava in classe, il misto tra la candeggina della custode e i caffè del bar, il fumo di sigaretta nei bagni, le risate quando la prof. di italiano – praticamente ogni giorno - si assopiva in cattedra. Mentre sorrideva a quei ricordi, la signora Paoletti gli gridò: “Gino, le fragole, quelle nostrane, sono arrivate? Senti il pane ieri era tutta mollica...”. Lui gli dette una scampanellata di risposta e proseguì. Alzò la saracinesca del negozio, il bicipite tirava ancora. “Merito delle casse di acqua”, pensò Gino strizzando l’occhio al furgone che avrebbe dovuto svuotare. “Perché ti ostini a scaricarle a mano - brontolò in quell’istante Fiorella - Non hai più vent’anni. Se ti prendi un colpo di frusta, qui, a me, chi mi aiuta?”.

Ogni mattina alle 8:05 arrivava il treno regionale e la bottega si accalcava di ragazzini che uscivano dalla vicina stazione. Era tutto uno scalpitare di scarpe da ginnastica, jeans attillati, zaini colorati. Per parlare urlavano, si tenevano per mano, si spintonavano.
“Gi’ a me dammi quella ai carciofi, l’angolo”.
“Ma che hai stamani? Sembri diverso”.
“Grande Gi’, nemmeno mio padre s’è accorto. Parrucchiere, ieri. Sto male?”.
“Un gran figo”, gli sussurrò lui.
“Stasera esco con una”.
“Divertiti. L’hai scelta giusta?”.
Il ragazzo rise.
“Mi raccomando, trattala bene”.
“Ginooo - strillò Fiorella dalla cucina - muoviti di là e vai in magazzino. Ricordatelo!”.

La sua corporatura media, il viso sbarbato, i capelli brizzolati, appena stempiati sulla fronte tonda, lo confondevano con la moltitudine di uomini, così detti di mezza età. Solo la schiena era un po’ arcuata per via delle ore passate in cassa. Anche gli occhi erano insignificanti per colore e forma, piccoli e vicini. Quegli occhi, se lo sapevi vedere, nel fondo, ridevano sempre.
Gino era per via di Luigino, come lo chiamava la mamma perché era piccolo di statura. A sedici anni, in dieci mesi, fece diciotto centimetri in altezza. Lui era certo che quell’exploit fosse dovuto alla scoperta della rivista “Le Ore”. Il suo corpo aveva voluto crescere, lesto, per poter assaggiare prima possibile le bellezze femminili. Assaggiò per prima la Pina, erano in quarta. Accadde a una festa, di quelle dove ancora si ballavano i lenti. Lui era così sbronzo che non ha mai ricordato nulla. E la Pina era una trottola, di quelle che vista e presa, perché domani sarà già a farsi assaggiare tra le braccia di un altro. Era bionda la Pina, aveva tanti capelli, tanti bei denti. Ma soprattutto indossava sempre un paio di parigine, estate e inverno. Tese per un soffio sulle cosce, le cadevano giù mollemente. La Pina non aveva gambe bellissime ma lunghe sì, con il ginocchio magro e in dentro, il polpaccio rotondo e pieno. Quelle parigine le davano un aria femminile, trasandata, sicura e poi nessuna, a parte lei, le indossava. Pina il giorno dopo la festa lo prese da parte nel corridoio della scuola, tirandolo per il cappuccio della felpa. Gli aprì un gran sorriso, gli strinse la mano e disse: “Gino, fino a ora sei stato il meglio, in tutti i sensi”. Fu più di un bacio o di una dichiarazione per lui. “Se ci crederai anche domani, tra un mese, o vent’ anni, cercami”, gli aveva risposto lui, con gli occhi sorridenti. Lei sparì lasciandosi dietro una scia di shampoo alla frutta. Due mesi dopo Fiorella andò con Gino alla festa dell’ultimo dell’anno. Il suo ragazzo si era ammalato e lei di certo non poteva mancare. Era l’anima della scuola, rappresentante d’istituto, due belle tette e un gran culo. Dopo il diploma aveva già pronta la valigia per l’accademia del cinema di Roma. Ma sette mesi dopo lei e Gino erano in una chiesa del centro, con il prete, i testimoni e la pancia tonda che premeva nel vestito di tulle. La valigia la dovette disfare per entrare nel negozio di alimentari del padre. Quando, qualche tempo dopo, le parigine divennero di moda, Gino aveva ripensato spesso alla Pina.

Anche quella mattina tutti i ragazzi erano stati serviti. Gino stava lasciando la cassa per andare in magazzino, quando sentì aprire la porta e un inconfondibile odore di frutta. “Rolando” pensò, era l’agricoltore bio. “Gino si può sapere quanto c’hai?”, gridò Fiorella dalla cucina, un quarto d’ora dopo. Si affacciò ma il negozio era vuoto, a parte la signora Paoletti che aspettava di essere servita. Andò a cercarlo prima in bagno, poi al bar; lo avrebbe sistemato, al bancone mentre si beveva il caffè, beato. Ma non lo trovò. Nemmeno per pranzo. Eppure il cellulare, il borsello, la giacca, tutto era al suo posto. I soldi in cassa. Avvisò prima la polizia. Poi un programma televisivo. Ma niente. Di Gino era rimasta solo la veste verde da lavoro, appallottolata in un angolo del binario numero tre. La signora Paoletti diceva di averlo visto parlare con una donna che aveva indosso delle buffe calze a righe gialle e nere.

Racconto scritto in occasione del Laboratorio del sonetto - Aresteatro, corso di scrittura 2013-2015.
Insegnanti: Francesco Burroni e Valentina Tinacci.

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