Ovest. Una vicenda del Caribbean

Riccardo Boccardi

26/03/2020

La prima volta che lo vidi non potevo credere ai miei occhi. Aprì con irruenza la porta a vetri del bar, lasciandola spalancata, quindi avanzò barcollando fino al bancone di metallo. Nell’aria bollente del pomeriggio il nuovo avventore strisciava i piedi con indolenza, tenendo la schiena inarcata all'indietro e con guizzi nervosi misurava il locale: la zanzariera violacea dietro lo spillatore, i quotidiani stropicciati sui tavoli, la vetrinetta delle paste ormai vuota. Aveva uno sguardo inquieto, palpebre semichiuse, sottili come cicatrici. Lanciò una delle sue occhiate taglienti nella mia direzione. Sentii la guancia bruciare, come se avessi ricevuto una sferzata sullo zigomo, il morso di un crotalo. Deglutii. Ero l’unico cliente del “Caribbean” e come al solito sedevo incastonato tra il frigo dei gelati e la rastrelliera dei vini, sotto la tv perennemente accesa. Sorseggiavo un chinotto ghiacciato e ancora non potevo crederci.

Avevo di fronte un maledetto cowboy, questo però non ricordava i bifolchi impolverati degli spaghetti western, al contrario sembrava uscito da Topolino. Era azzimato di tutto punto: cappello con falde ricurve, fazzoletto al collo, gilet, gambali in pelle, stivali e persino gli speroni. Ma dove accidenti si comprano oggi un paio di speroni? Per un istante ebbi il dubbio che la macchietta fosse uno scherzo della mia fervida immaginazione. Poi, non troppo convinto, ipotizzai un miraggio prodotto dall’arsura sahariana, infine optai per una più plausibile chimera dovuto all’imminente congestione. Per scrupolo rimasi immobile, con la speranza che il vaneggiamento si dissolvesse. Ricordai che numerosi animali adottano lo stesso comportamento quando si sentono in pericolo. Così, turbato e senza via di fuga, scelsi la tanatosi come strategia di sopravvivenza e non mossi un muscolo.

Giovanni, il barista, al contrario non sembrava affatto impressionato dalla singolare apparizione, anzi salutò il mandriano come se fossero compañeros di scorribande: «Hei, Appaloosa, il solito spaccabudella?». L'altro fece un cenno d’assenso con la testa e si grattò il mento ispido coperto da una barba grigiastra. L’orologio rotondo sopra la cassa segnava quasi le tre, mentre la pala del ventilatore ronzava affaticata al centro del soffitto tentando di smorzare la canicola d'agosto. Appaloosa? Spaccabudella? Cristo santo! Ma che storia era mai quella?! Guardai Giovanni interrogativo. Lui ricambiò la sbirciata accennando un sorrisetto complice, poi versò del whisky al tizio col cravattino in cuoio. Questi osservò a lungo la superficie immobile del liquore ambrato quindi portò lentamente il bicchiere alla bocca e tracannò il contenuto tutto d’un fiato. Subito dopo chiese un secondo giro, poi un terzo. Infine, sbatté il cicchetto sul bancone e roteando il braccio in aria gridò un euforico «Yeehaw!».

Rimasi pietrificato. Come era venuto se ne andò, senza pagare il conto, più ondeggiante e inclinato che mai. Seguii il vaccaro con lo sguardo fin quando non fu scomparso, dopodiché mi avvicinai fulmineo al lavello. Giovanni stava sciacquando alcune tazzine mentre fischiettava il motivetto de “Il buono, il brutto e il cattivo”.
«Ma chi è quel tipo?», domandai agitato. Dovevo avere una faccia piuttosto atterrita poiché Giovanni iniziò a ridere di gusto.
«Quello? Quello è Appaloosa, vecchio mio! L’ultimo vero cowboy».
«Ma dai? Non dire stupidaggini».
«Come no?! Mangia fagioli e stufato, cavalca Pezza, il fido destriero, e nelle notti d’estate dorme all’addiaccio sulle panchine dei giardini comunali. Non perché sia un senzatetto, ma come ti dicevo… lui è un cowboy. L’unico in zona».
«Eh, ci credo! Immagino che gli altri svitati preferiscano dormire a casa la notte. Giovanni per favore…».
«Beh, adesso è Appaloosa, ma qualche anno fa era il ragionier Benelli. L’assennato, rispettoso, irreprensibile ragionier Benelli. Un giorno però la moglie lo ha lasciato per un venditore di materassi, se non sbaglio, e lui non ha tenuto botta. Tutto qua».
«Davvero?»
«Purtroppo sì. Dopo alcune settimane d’isolamento si è ripresentato al bar masticando tabacco e facendo strani discorsi su mandrie di bisonti, palizzate, fortini e tepee. Poi lo hai visto no? Adesso, le rare volte in cui esce di casa, è vestito come a carnevale».
«Meno male che non porta il revolver alla cintura», dissi assorto. Giovanni sogghignò.

Non chiesi altro, salutai il barman e uscii ancora piuttosto scosso. Non so perché, ma passeggiando sul marciapiede infuocato sentii l’impellente necessità di telefonare alla morosa. La chiamai all’istante: «Tesoro, tra dieci minuti sono da te».

Il racconto rientra nell'iniziativa di Toscanalibri.it "Racconti di scrittori toscani per i giorni del Coronavirus"
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Riccardo Boccardi

Riccardo Boccardi
Montalcinese, classe 1974, laureato in Scienze Naturali, Guida Escursionistica e Grafico Editoriale scopre tardi il piacere della scrittura. D’indole quieta trova curioso che sia la Tigre il segno cinese del proprio anno di nascita. Lo speranzoso impeto astrale sembra infatti non aver attecchito, tanto che i belluini ruggiti si smorzano alla scrivania impiegatizia. Appassionato di web, cinema e tecnologia utilizza l’acquerello e la fotografia istantanea per riconciliarsi con una vita maggiormente “analogica”. Ormai da anni tenta con sofferenza e poca dedizione di apprendere i segreti dell’arte chitarristica strimpellando al novilunio. Adora i cieli stellati d’ottobre.

Suoi i "Racconti Crestati", storie lillipuziane da gustare in pochi respiri. Narrativa in pillole per lettori voraci costretti a regime libro-dietetico. I brevi Crestati sono questo, micro-romanzi in poco più di cinquecento caratteri che nascono...
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