Piccolo periplo del naufragio

Simone De Santi

01/07/2020

Prima che la citazione di Friedrich Wilhem Nietzsche “Non combattere contro i mostri o diventerai tu stesso un mostro. E se guardi nell'abisso, anche l'abisso guarderà dentro di te” diventasse una frase da cioccolatino, buona per ogni occasione, mi ci fermai a riflettere, non grazie al mio professore di filosofia, ma perché la trovai in una delle più grandi opere d’arte degli anni ottanta: “Watchmen”, scritta da Alan Moore e disegnata da Dave Gibbons tra il 1986 e il 1987, arrivata in Italia come inserto della rivista, edita da Rizzoli, che portava il nome di Corto Maltese. Non furono i mostri ad incuriosirmi ma l’abisso, e l’attrazione che esso ha per chi trova nel naufragio una perfetta metafora della vita.

Cercando quindi di tracciare un piccolo “periplo immaginario” (mostra di Hugo Pratt, Siena, 24 marzo - 28 agosto 2005) del naufragio, non posso che iniziare dall’anno della mia nascita. Nel 1967 irrompe sulla scena un marinaio, il personaggio disegnato da Hugo Pratt, Corto Maltese, figlio di una gitana di Siviglia, con una nonna strega, e un padre della Cornovaglia. Sarà uno straordinario protagonista della storia della nostra letteratura recente, perché di questo si tratta, citato da Woody Allen in “Hannah e le sue sorelle”, amato da François Mitterrand, da Tim Burton da Paolo Conte (per il quale Pratt nel 1990 disegnerà la copertina del disco “Parole d’amore scritte a macchina”) e Umberto Eco, solo per ricordarne alcuni. Proprio quest’ultimo scrive la prefazione di una “Ballata del mare salato” e amava dire che: Se voglio divertirmi leggo Hegel, se voglio impegnarmi leggo Corto Maltese. Il marinaio appare per la prima volta come un naufrago, disperso nel mare dei mari: il Pacifico, che per primo prende la parola nell’incipit di una Ballata del mare salato e ci ricorda: Sono l'Oceano Pacifico e sono il più grande di tutti. Mi chiamano così da tanto tempo, ma non è vero che sono sempre calmo. A volte mi secco e allora do una spazzolata a tutti e a tutto. Oggi per esempio mi sono appena calmato dall’ultima arrabbiatura. Ieri devo aver spolverato via tre o quattro isole e altrettanti gusci di noce che gli uomini chiamano navi. Corto Maltese, è disperso, alla deriva, un naufrago appunto, ma ciò che poteva essere l’ultima pagina della sua vita diventa la prima. Il naufragio quindi non è solo la fine, può rappresentare l’inizio o un nuovo inizio.

Avviene così anche nella Rimini di Pier Vittorio Tondelli, proprio quella Rimini dove nel giugno del 1927 nasceva Hugo Pratt.  Nel libro di Tondelli, appare, ad un certo punto all’orizzonte, la profezia della fine del mondo, del grande naufragio collettivo, che dovrà avere l’epicentro proprio nella riviera romagnola. La profezia non si avvererà, ma a naufragare nella Rimini di Tondelli sono i personaggi e le vite, mentre dall’ultima sera di caos che doveva precedere la fine del mondo, ne uscirà come sopravvissuto, come risparmiato al naufragio, il protagonista Bauer che ci confida: Sull’autostrada, correndo verso Milano, mi sentii come improvvisamente liberato da un grosso peso. Forse mi stavo finalmente liberando da me stesso e dal mio sogno. Parrebbe che per liberarsi dalle costrizioni si debba sfidare il naufragio, guardare l’abisso, immergercisi dentro, in Rimini, Buaer lo sfida e ne esce fuori rinato, ma Bruno Mey, l’altro protagonista del romanzo, ne viene travolto e non si salva. Il naufragio non da esiti certi, può andare bene o può finire in tragedia, ma farci i conti sembra essere inevitabile.

Due anni dopo la nascita di Corto Maltese, nel 1969 a fare naufragio nello spazio sarà Major Tom di David Bowie Your circuit's dead, there's something wrong. Can you hear me, Major Tom? Succederà anche a Samuele Bersani nel 1997 con “Giudizi Universali”: Torre di controllo, aiuto, sto finendo l'aria dentro al serbatoio; ai Baustelle nel 2010 ne “I mistici dell’occidente” (titolo della monumentale opera di Elémire Zolla scomparso a Montepulciano il 29 maggio 2002, proprio quella Montepulciano luogo di origine dei Baustelle) gentili ascoltatori siamo nullità, equipaggi persi in alto mare. Lucio Dalla è dal 1972 che ci ricorda che un naufragio può avvenire anche in un bicchiere, senza bisogno di dover navigare sulla rotta di Cristoforo Colombo. E ogni sera all’osteria io racconto al mio bicchiere di tempeste che ho incontrato quando il cielo incontra il mare, e una notte senza stelle ho visto Dio dentro nuvole leggere, era ad ovest di Tahiti anche lui è un marinaio e a vederlo fa piacere.

Di sicuro chi ha fatto la rotta di Cristoforo Colombo potrebbe aver incontrato Atlantide, così come fa Corto Maltese nell’ultima sua apparizione prima della morte di Hugo Pratt. Atlantide infatti si sposta, fa viaggiare il suo naufrago, tanto che la si ritrova nel Caribe, nel Nord Africa, nell’Africa Occidentale, nell’America Australe, ma anche nell’Arcipelago delle Azzorre, delle Canarie e di Creta, nel Madagascar o vicino a Santorini. Quando a naufragare non è un uomo, una vita, una storia d’amore, una nave, ma un intero continente, ci possono essere svariate ragioni perché questo avvenga, la più probabile è che Atlantide appartenga all’universo onirico, in cui ognuno di noi si rifugia e naufraga di proposito, e questo ne spiegherebbe anche le diverse ubicazioni. Atlantide appare e scompare, si inabissa e riemerge, distruggendosi e salvandosi di nuovo, un naufragio da cui si risorge purificati per poi ricominciare. Battiato attribuisce la scomparsa di Atlantide al carattere umano che si insinua negli Dei che la popolavano: I re mai ebbri delle immense ricchezze e il carattere umano s'insinuò e non sopportarono la felicità, in un giorno e una notte la distruzione avvenne torno nell’acqua, sparì Atlantide. Insomma un’isola felice, una civiltà florida, come la descrive per primo Platone ne “I dialoghi di Timeo e Crizia”, che scompare per le furie delle acque o per volere degli dei, ma che ricompare in ogni dove a testimoniare che non sono importanti le isole, le navi i marinai, l’uomo o le vite, ma il ripetersi del naufragio che è l’inevitabile punto di partenza e di arrivo.

Il dipinto di Caspar David Friedrich “Il mare di ghiaccio” conosciuto anche come “Il naufragio della speranza” ci fa pensare al naufragio che il Comandante Umberto Nobile fece, dall’alto verso il basso, con il dirigibile Italia. Nel maggio del 1928 Nobile e il suo equipaggio andarono a schiantarsi a circa 250 km dalla base italiana di Ny Aalesund alle isole Svalbard. Ne seguì l’epopea della tenda rossa. Nobile si salvo da questo naufragio per naufragare di nuovo nelle accuse che gli vennero mosse per imperizia e per aver abbandonato i suoi uomini; solo dopo la fine della seconda guerra mondiale il giudizio venne invertito e Nobile diverrà uno dei deputati dell’assemblea costituente. Non si salvò invece dal naufragio Luigi Vannucchi che interpretò un ruolo nel film “La tenda rossa” del 1969 diretto da Mikheil Kalatozishvili, che si ispira alla storia della spedizione polare del generale Umberto Nobile. Luigi Vannucchi farà naufragare la sua vita nel 1978 suicidandosi nella sua abitazione romana.

Ci si può salvare da un vero naufragio e provocarne uno di proposito. Di proposito naufragò Donald Crowhurst, per il quale ammetto di avere una certa forma di ossessione, tendo ad infilarlo ovunque, perché il giorno in cui scompare è un 29 giugno, che è anche la data del mio compleanno (tanto per chiudere il periplo). Donald era un marinaio dilettante, che ebbe la pazzesca idea di partecipare alla Golden Globe Race, organizzata dal The Sunday Times. In palio c’erano 5000 sterline. L’idea è semplice e folle: vincere e salvare la propria azienda. Alla regata ovviamente partecipavano alcuni tra i più grandi velisti dell’epoca. Donald capisce subito che non sarà in grado di fare il giro del mondo e allora escogita un piano, finge un guasto ai sistemi di rilevazione, stacca la radio e vaga nell’Atlantico, mente a tutti, soprattutto a se stesso. La regata, per chi la fa davvero sarà devastante, Crowhurst attende che i velisti ripassino per l’Atlantico e si accoda, e dopo il forfait di Tetley avrebbe potuto davvero vincere. Al traguardo lo aspettano la moglie la famiglia e 5000 sterline, invece il 29 giugno del 1969 dopo 240 giorni di navigazione si lascia andare alla deriva. Donald va alla deriva con la sua imbarcazione dopo essere andato alla deriva dentro se stesso, lì avviene il naufragio, in una speranza disperata di poter fare l’impossibile, più per gli altri che per sé, è dentro se stesso che avviene l’inevitabile, l’inabissarsi, l’andare a fondo. Ciò che succederà dopo quel 29 giugno è solo una fatale conseguenza. Donald, è una vittima, un eroe vero, perché sacrifica la sua vita all’immaginario, allo sperato, alla dimensione onirica, unico luogo dove esiste un approdo vero.

In conclusione, che sia una rinascita o la fine, che lo si trovi nei colori di Pratt, nelle note di una canzone, su un dirigibile, in un continente scomparso o in un marinaio folle, la vita è un naufragio che trova salvezza solo nel riconciliarsi con i propri sogni.
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