Respiro

Mauro Bonciani

20/04/2020

“Non ti sei mai mosso da Firenze; ci sei nato, vissuto, la ami. Chi meglio di te, che sei anche scrittore, può raccontare questi momenti?”. Non ha torto la mia amica, ma mica è facile. Ci vuole tempo - almeno per me - per poter mettere su carta quello che uno prova, quello che è ed è stato. Occorre la giusta distanza, far decantare parole ed emozioni. Però ci provo, in fondo è passato più di un mese, e la frase mi è rimasta in testa e nel cuore. Allora inizio dal Piazzale.

Quando i primi giorni di marzo sono andato al Piazzale Michelangelo e l’ho visto deserto, senza neppure una bancarella ed un’auto, immerso nel silenzio, nella luce e nel canto degli uccellini, ho sorriso e sentito caldo all’anima perché era come quando ci andavo da piccolo con i miei fratelli e babbo e mamma; poi ho fatto il giro di tutta la balaustra, circondato dal vento e dai cinguettii, mi sono affacciato sulla città, girato verso il monumento del David, su cui mi sono arrampicato molto tempo fa coi miei fratelli, e la meraviglia ed il ricordo hanno lasciato il posto all’incredulità. La ghiaia ha scricchiolato sotto i miei passi mentre sono salito a San Salvatore al Monte e poi i rintocchi di San Miniato mi hanno sorpreso ed ho respirato a pieni polmoni ascoltando le campane, fermo e felice, non mi vergogno a dirlo. Firenze è la mia città, da sempre, e la conosco in lungo e largo e non solo perché ormai ho la barba imbiancata ma perché questo rapporto non si è mai interrotto ed è iniziato da bambino quando babbo e mamma mi portavano agli Uffizi ed a scalare il Biancone in piazza Signoria, anzi ancora prima quando dal Piazzale Michelangelo ho visto la città invasa dalle acque sotto un cielo plumbeo - ci siamo andati da casa, siamo nati lì vicino, sono i luoghi della spensieratezza e da lì non mi sono mai allontanato - e non capivo cosa volesse dire quella parola nuova “alluvione” che il babbo pronunciava, non avevo neppure paura, e credevo che alluvione fosse l’acqua che veniva in salita sul viale e ci costringeva ad indietreggiare, invece di andare in discesa come sempre.

Lo sgomento è arrivato dopo, scendendo verso la città, camminando nel vuoto da virus del centro con solo il suono dei miei passi, dei tacchi di qualche ragazza, perfino del soffiarsi il naso di uno che è trenta metri distante o della suoneria del telefono di un tizio al quarto piano, passando accanto al Porcellino abbandonato da turisti e bancarelle, deviando al loggiato degli Uffizi triste e solitario, per rubare un’espressione non mia, e sul Ponte Vecchio bello ma quasi fragile e nudo con tutte le oreficerie chiuse. Rallentando in piazza San Lorenzo e davanti al mercato chiuso, elegante senza attorno tante cianfrusaglie e tendoni, in piazza della Repubblica con la giostra ferma e chiusa sotto una copertura quasi che così faccia meno tristezza, e indugiando in piazza Duomo tornata grande e preziosa come non sapevo o non ricordavo più. Mi sono girato a destra e sinistra aspettando che sbucassero le persone, gli orecchi tesi, mentre i militari "sorvegliavano" inutilmente. Ed ho incontrato Dante arcigno che squadrava la spianata infuocata di piazza Santa Croce, mentre l'armonia della facciata di Santa Maria Novella e le geometrie leggere ma inscalfibili della stazione del Michelucci non parlavano a nessuno e qualche ubriaco si aggirava nel pomeriggio bottiglia in mano, estraneo ad ogni cambiamento. E poi le code fuori dai negozi di alimentari e ancora più lunghe ai supermercati, il rumore di motorini ed auto prima ancora che appaiano all’orizzonte, le infinite fila di serrande abbassate e di luci spente, tutti che cambiamo marciapiede appena si avvicina uno, le mascherine via via più frequenti, i manifesti di spettacoli che non si terranno più che iniziano a scolorirsi, gli autobus che corrono semi vuoti verso dove e perché non si capisce bene. E la Pasqua isolati e senza Scoppio del Carro, come non avremmo mai potuto immaginare dato che non era stato fermato neppure dall’allarme terrorismo. Ho fatto anche un esperimento, andare alle 18, l'ora del traffico impazzito, sui viali ed erano... vuoti, larghi, enormi, senza un suono, anche ai semafori nessuno e mi è venuta voglia di mettermi a correre anzi avessi avuto un pallone di giocare a calcio! Il ponte solitario ho scoperto essere a schiena di asino, con la testa, le spalle, il corpo del ciclista che sono spuntati dalla salitina piano piano cigolando, la bici non lui, improvvise padrone del tutto, altro che piste ciclabili assediate dallo smog.

Ed ogni giorno, giorni molto più lunghi del normale senza dubbio, ho visto e ammirato tanta natura: Il canto delle rondini e dei pappagallini verdi, un multicolore martin pescatore sul greto dell’Arno, uno scoiattolo e un incredibile pettirosso a San Miniato – bella da riempire il cuore così sola e incastonata nella bellezza del panorama – i falchi sul colle del Pian dei Giullari, i fiori ovunque, anche lungo strade e lungarni, i glicini che dopo un mese dall’avvio della clausura iniziano a sbocciare, i tramonti rossi e rosa che vedo mentre lavoro dalla finestra della mia camera e che in redazione sono sostituiti dal perenne neon acceso e dai muri. Natura e poesia così per qualche ora riempiono casa, placano l’inquietudine prima che il telelavoro con tutte le sue lungaggini e complicazioni e la clausura prendano il sopravvento, facendo diventare una trasgressione il giro dell’isolato dopo aver buttato via la nettezza, impedendomi di leggere la sera io che leggo sempre tantissimo… Ho riletto però "La maschera della morte rossa" dell'amico di vecchia data, mi perdonerà se mi permetto questa confidenza, Edgar Allan Poe e mi sono immaginato il racconto trai nostri palazzi, diventati improvvisamente set di un film di fantascienza (e non avevo ancora visto i volontari della Misericordia scendere dalla autoambulanza con "scafandri" che neppure nei reparti di ricerca o di malattie infettive indossano).

Li chiamo i giorni sospesi. Il tempo a volte fa strani scherzi e non trovo definizione migliore. Non per me che sono in bilico tra passato e presente, sogno e realtà, scaramanzia perché tanto non mi ammalo mai e commozione perché non posso andare a mettere i fiori sulla tomba dei miei e sono perfino fortunato perché non ci sono più e non devo preoccuparmi di un possibile contagio che li porti alla morte; per me che ondeggio tra luci e ombre assenze e presenze nuove solitudini e rapporti ritrovati, anche nel sonno e mi alzo più stanco di prima come se avessi corso sul posto tutta la notte come un naufrago che ha nuotato senza sosta. E vedo Firenze sospesa sotto un cielo che appare più blu - forse è solo immaginazione ma non ci giurerei - come immobile tra le folle di turisti, le voci in tante lingue che non distingui perché coperte dal frastuono, auto ed autobus incolonnati che sembrano lontanissimi anche se sono passate solo poche settimane, e il domani che è tutto da costruire. Anche nelle nostre teste, con il bivio tra la comodità di rapporti virtuali anche belli o bellissimi e le risate in video chat e la quotidiana difficoltà di incontrarsi e capirsi, scontrarsi se serve e vedere di persona. Però la cosa più incredibile è il silenzio di strade e vie dove sei passato mille volte, adesso perennemente vuote: il rumore - sono sicuro - sarà il primo segno che siamo tornati alla normalità, che la storia, le infinite tragedie perché dietro i numeri ci sono persone, sono finalmente alle spalle. E magari quando passerò in centro schivando le frotte di turisti vocianti e affannati e frenetici, come lo siamo tutti in realtà, incuneandomi tra mille dehors e cartacce unte, mi ricorderò di un frase di un’altra cara amica, capace di spiazzarmi per profondità e prospettiva: “Che bello il video che mi hai mandato, allo stesso tempo agghiacciante e seducente. E guardando il lato positivo gli uccelli tornano, le api e le farfalle, l’aria è fresca senza più polvere. E i vecchi monumenti come il Duomo stanno vivendo come nel Rinascimento, hanno momenti tranquilli”. E davvero il mio “Bel San Giovanni” avrà respirato e si sarà goduto il meritato riposo.

II racconto rientra nell'iniziativa di Toscanalibri.it "Racconti di scrittori toscani per i giorni del Coronavirus".
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Mauro Bonciani

Mauro Bonciani, nato a Firenze nel 1961, figlio di operai e contadini, biologo, appassionato di storia della sua città e di bicicletta, è giornalista professionista. Scrive sul Corriere Fiorentino e questo è il suo quinto libro. Per Le Lettere ha pubblicato "Le grandi battaglie toscane" sulla battaglie che hanno fatto la storia, il costume e il campanilismo del capoluogo e delle altre città, "Fratelli di Toscana" sul ruolo della regione nell'Unità d'Italia e "Amerigo Vespucci. Il fiorentino che inventò l'America". Per Romano il libro autobiografico "Il fioraio suona sempre due volte".

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