Rileggere “Amatissima”, il capolavoro di Toni Morrison

Luigi Oliveto

05/09/2019

Un mese fa moriva Toni Morrison, pseudonimo di Chloe Ardelia Wofford, prima e unica afroamericana a vincere il Nobel per la letteratura nel 1993. Era detta ‘la regina nera’ per come avesse rappresentato il suo popolo nella conquista dei diritti civili, nella difesa di un’identità continuamente minacciata. Barack Obama ne ha pianto la scomparsa dicendo: “Un privilegio aver respirato la stessa aria di chi ha sfidato le nostre coscienze e la nostra immaginazione morale”. Il romanzo che più di ogni altro esprime questo suo impegno (“Tornare a quella parte della propria storia che troppi hanno rimosso, dimenticato, lasciato inspiegato, ignorato”) è “Amatissima”, storia di un’indomabile donna di colore che, negli anni antecedenti la Guerra Civile, si ribella alla condizione di schiava cercando il proprio riscatto. È una storia vera che la Morrison rinvenne tra alcuni ritagli di giornale da lei conservati per l’antologia "The Black Book". In quell’articolo pubblicato nel 1855 si raccontava di una schiava fuggita dal Kentucky, Margaret Garner, che, quando si rende conto che sta per essere ricatturata, uccide la figlia per evitarle gli orrori della schiavitù. Da questa drammatica vicenda nascerà “Amatissima”, un romanzo di grande potenza narrativa che nel 1988 si aggiudicò il premio Pulitzer. È dedicato ai “sessanta milioni e più” di africani che morirono nei lunghi anni in cui si praticò il commercio atlantico degli schiavi. Nella finzione letteraria la protagonista si chiama Sethe. Fuggita dalla schiavitù, insieme alla seconda figlia Denver cercano di rifarsi una vita. La gente guarda con timore la loro casa, al 124 di Bluestone Road, perché infestata dagli spiriti. Il più assiduo nelle apparizioni è quello della figlioletta uccisa da Sethe. Nella casa di Bluestone Road risulta difficile distinguere i fantasmi dalla realtà. Se ne rendono conto tutti coloro che vi transitano, come Paul D, anch’esso fuggito dalla schiavitù, che riesce a far uscire le due donne per la prima volta dopo anni, portandole al circo. Ma, al ritorno, davanti casa, trovano ad aspettarli una ragazza. Ha sembianze infantili e dice di chiamarsi Beloved, lo stesso nome della figliolina uccisa da Sethe. Denver deduce che sia una reincarnazione della sorella. In un intreccio di personaggi, crudo realismo, ricordi, la storia termina con Sethe, in totale confusione, che vede il padrone ritornare. Come quando, fuggita da Sweet Home, stava dirigendosi verso la casa della suocera dove l'aspettavano i figli. Ma era stata scoperta dal padrone, che aveva già tentato di riprenderla. Lei si era rifugiata con i bambini nel capanno degli attrezzi e aveva tentato di ucciderli tutti; vi era riuscita solo con la maggiore delle figlie. Perché lei – dirà – "stava cercando di mettere i bambini al sicuro". La Morrison chiude il libro con parole che merita citare integralmente per come siano, al contempo, misurate e possenti: “Non era una storia da tramandare. Così la dimenticarono. Come si fa con un sogno spiacevole durante un sonno penoso. Ogni tanto, però, quando si svegliano si sente cessare il fruscio di una gonna e le nocche che passano su una guancia nel sonno sembrano appartenere a chi dorme. A volte la fotografia di un amico intimo o di un parente — osservata troppo a lungo — cambia e vi si vede muovere qualcosa di più familiare del volto caro che c'è lì. Possono toccarlo, se vogliono, però non lo fanno, perché sanno che se lo facessero le cose non sarebbero più le stesse. Questa non è una storia da tramandare. Dietro al 124, vicino al fiume, le sue impronte vanno e vengono, vanno e vengono. Sono così familiari. Se un bambino o anche un adulto vi mettessero i piedi dentro, combacerebbero. Se li togliessero, scomparirebbero di nuovo, come se nessuno avesse mai camminato lì. Ora ogni traccia è scomparsa e ciò che è stato dimenticato non sono solo le impronte, ma anche l'acqua e quello che c'è là sotto. Il resto è il tempo. Non l'alito di chi è dimenticata e inspiegata, ma il vento nei grondoni, o il ghiaccio che in primavera si scioglie troppo in fretta. Solo il tempo. Di sicuro non si sente reclamare a gran voce un bacio. Amata.”
 
***
 
Il 124 era carico di rancore. Carico del veleno d’una bambina. Le donne lo sapevano, e così anche i bambini. Per anni ognuno aveva cercato a modo suo di sopportare il rancore di quella casa ma, nel 1873, le uniche vittime rimaste erano Sethe e sua figlia Denver. La nonna, Baby Suggs, era morta e i due ragazzi, Howard e Buglar, erano scappati via a tredici anni, non appena, al solo guardarsi nello specchio, questo si era frantumato (il segnale per Buglar), non appena erano apparse sulla torta le due minuscole impronte di una manina (il segnale per Howard). Nessuno dei due aveva aspettato di vedere altro: l’ennesima pignatta ricolma di ceci fumanti rovesciata sul pavimento, le gallette in briciole sparpagliate a terra lungo una linea parallela all’uscio di casa. Né avevano atteso uno dei soliti periodi di calma: le settimane, i mesi persino, in cui niente veniva a turbare la quiete. No. Erano svaniti entrambi all’improvviso, nel momento stesso in cui la casa si era resa colpevole di ciò che ognuno di loro riteneva l’unico insulto da non potersi sopportare o vedere una seconda volta. Se n’erano andati nel giro di due mesi, nel cuore dell’inverno, abbandonando la nonna, Baby Suggs, la madre, Sethe, e la sorellina, Denver, nella casa bianca e grigia di Bluestone Road. Questa, allora, non recava un numero civico, poiché Cincinnati non arrivava ancora fin laggiù. In verità erano solo settant’anni che l’Ohio si era proclamato stato, allorché i due fratelli, prima l’uno e poi l’altro, dopo aver infilato l’ovatta della trapunta nel cappello a mo’ di imbottitura e aver agguantato le scarpe, si erano allontanati furtivamente da quella casa che nutriva un vivo rancore nei loro confronti.
Baby Suggs non alzò neppure il capo. Quando li sentì andar via era a letto, malata, ma non fu quella la ragione per cui se n’era rimasta sdraiata immobile. Già la stupiva il fatto che i suoi nipoti ci avessero messo tanto a rendersi conto che non tutte le case erano come quella di Bluestone Road. Sospesa tra la malvagità della vita e la cattiveria dei morti, per lei era indifferente se vivere o passare a miglior vita, figurarsi se le interessavano due ragazzi che se la stavano svignando per la paura. Il suo passato era come il suo presente – insopportabile – e poiché già sapeva che la morte tutto poteva essere fuorché oblio, aveva deciso di usare le poche energie che le restavano per meditare sui colori.
«Porta dentro del lavanda, se ce n’è. Se no, del rosa.»
E, pur di accontentarla, Sethe si sarebbe servita di qualsiasi cosa, dalla stoffa alla propria lingua. Se uno aveva la smania per i colori, l’inverno dell’Ohio poteva risultare particolarmente duro. Il cielo forniva l’unico contrasto possibile e pensare di poter contare sull’orizzonte di Cincinnati come fonte di svago principale per la propria esistenza era davvero temerario. Così Sethe e la piccola Denver facevano tutto quello che potevano e tutto quello che la casa permetteva. Combattevano frettolose battaglie contro il comportamento indegno di quel posto, contro i vasi da notte rovesciati, le pacche sul didietro, le folate improvvise di aria acre, poiché per loro l’origine di un comportamento tanto indecente era chiara come la luce del sole.
Baby Suggs morì poco dopo la partenza dei fratelli, senza interesse alcuno nello stabilire se a prendere commiato fosse stata lei o fossero stati loro. Subito dopo Sethe e Denver avevano deciso di porre termine a quella persecuzione, evocando lo spirito che le metteva a così dura prova. Pensavano che forse un po’ di conversazione, uno scambio di vedute, alla fine potesse rivelarsi utile. Unirono quindi le mani, dicendo: «Dai, fatti avanti. Se ci sei, fatti avanti».
La credenza avanzò d’un passo, ma non successe altro.
«Dev’essere Nonna Baby che blocca tutto», disse Denver. Aveva dieci anni e ce l’aveva ancora con Baby Suggs perché era morta.
Sethe aprì gli occhi. «Non credo», rispose.
«E allora come mai non si fa avanti?»
«Dimentichi quant’è piccola», rispose la madre. «Quando è morta non aveva nemmeno due anni. Era troppo piccola per capire. E troppo piccola per parlare.»
«Forse non vuole capire», disse Denver.
«Forse. Però se solo si fa avanti, glielo potrei spiegare.»
Sethe lasciò andare la mano della figlia e insieme spinsero la credenza contro la parete. Udirono un cocchiere che, passando davanti al 124, sferzava il cavallo al galoppo, così come, del resto, tutta la gente del posto sentiva il bisogno di fare quando passava di lì.
 
[da Amatissima di Toni Morrison, trad. di Giuseppe Natale, Frassinelli, 2009]
 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato i libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchioli (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini, è curatore del libro di Arrigo...

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