Ritratto di Signora. La meravigliosa Isabel che non volle sottrarsi al destino

Luigi Oliveto

09/03/2017

Tra i personaggi femminili della letteratura ditemi chi non si è invaghito di Isabel Archer, sublime protagonista del romanzo “Ritratto di signora” di Henry James (1843-1916). Fin da quando entra sulla scena (“rara apparizione”), James per primo la ama di un amore premuroso e devoto quale merita una creatura così vitale, intelligente, luminosa, curiosa del mondo. E purtroppo – come dirà Pietro Citati – “vittima attesa dalla ragnatela del Male”. Lei che desiderava essere libera, imbeversi di vita e di conoscenze, dovrà, invece, tarparsi le ali in un matrimonio sbagliato. Ma pure nella cupezza di quel destino, Isabel irradia luce, è ‘altro’ dalle meschinità, dalle cattiverie più o meno esplicite che la circondano. Isabel, insomma, è un essere superiore.

Mentre aveva luogo fra i due questo scambio di parole, Ralph Touchett si era allontanato soprappensiero, col suo solito passo un po’ incerto, le mani in tasca e il piccolo turbolento terrier alle calcagna. Quantunque andasse verso la casa, teneva lo sguardo a terra, assorto, cosicché, senz’accorgersene, poté venir osservato da una persona che era apparsa poco prima nell’ampio vano della porta. E fu il cane a svegliare la sua attenzione in proposito, il quale s’era d’un tratto slanciato verso quella persona abbaiando in modo però più cordiale che diffidente. Colei a cui eran diretti quei saluti, una giovine donna, sembrò comprenderli subito mentre la bestiola si era piantata davanti a lei e la fissava, gambe rigide, muso all’aria, senza smettere d’abbaiare. Subito la ragazza si chinò su di essa, la sollevò per le zampe tenendosela faccia a faccia, mentre essa continuava il suo veloce discorso. Frattanto il padrone aveva avuto tutto il tempo di avvicinarsi e di vedere che la nuova amica di Bunchie era una ragazza alta, vestita di nero e, a prima vista, graziosa. Non portava cappello come se fosse un’ospite della casa, ciò che colpì il giovanotto, data l’immunità da ogni visita che la salute cagionevole del padre conferiva alla casa. Nel frattempo anche gli altri due signori si erano accorti della nuova venuta.
– Mio Dio, chi è quella donna? aveva domandato il signor Touchett.
– Che sia la nipote di vostra moglie, la signorina indipendente? suggerì Lord Warburton.
– Anzi direi ch’è lei senz’altro, dal modo come ha riconosciuto il cane. Anche il collie ora aveva permesso alla sua attenzione di distrarsi e trotterellava verso la giovine donna dimenando impercettibilmente la coda.
– Ma dov’è allora mia moglie? mormorò il vecchio.
– Suppongo che la signorina l’abbia dimenticata in qualche luogo. È uno dei privilegi dell’indipendenza. Tenendo ancora in braccio il terrier la ragazza si volse a Ralph con un sorriso:
– È vostro?
– Era mio un momento fa, ma voi avete acquistata una cert’aria di padronanza con lui.
– Non potremo dividercelo?
– domandò la ragazza.
– È così caro… Ralph la fissò un momento. Era davvero bellina.
– Potete senz’altro considerarlo vostro, – rispose. La giovine donna aveva una buona dose di confidenza in se stessa e negli altri, ma la generosità repentina la fece arrossire.
– Non vi ho detto che probabilmente sono vostra cugina, – proruppe lasciando andare il cane.
[…]
Ralph prese una candela e cominciò ad andare attorno indicando i quadri che gli piacevano di più; mentre Isabel fermandosi ora davanti a un dipinto, ora ad un altro faceva osservazioni o usciva in mormorii ammirativi. Era, senza dubbio, una buona intenditrice, aveva un gusto innato che colpì il giovane. Dopo un po’ prese anch’ella un candeliere e ripercorse lentamente la galleria tenendolo alzato per veder meglio. Fu mentre ella s’indugiava in questa posizione ch’egli si accorse che la stava a guardare ammirato, invece di contemplare i suoi quadri. Ma non ci perdeva nulla, giacché essa meritava di esser guardata più di molte opere d’arte. Era innegabilmente, saldamente leggera e certamente alta. Tanto che la gente, per distinguerla dalle altre due ragazze Archer, la definiva quella che sembra un giunco. I suoi capelli scuri fino al nero più corvino erano stati oggetto dell’invidia di molte donne, i suoi vividi occhi grigi, forse un po’ troppo fissi nei momenti di gravità, avevano un’incantevole varietà d’espressione.
[…]
Isabel si avviò lenta all’altro capo della galleria e là rimase volgendogli le spalle incantevoli, lasciandogli campo di ammirare così la sua snella e armoniosa figura, il suo fragile collo bianco mentre chinava la testa, e la densità delle sue trecce scure. Si arrestò davanti a un piccolo quadro come se volesse osservarlo da vicino: c’era qualcosa di così giovane e di così libero nei movimenti della ragazza che la stessa loro armonia sembrava schernirlo involontariamente. Ma gli occhi di lei non vedevano nulla poiché si erano improvvisamente riempiti di lacrime. Quando egli le tornò vicino un momento dopo, le lacrime erano scomparse, ma il viso era pallido e lo sguardo turbato. Si volse a lui: – Quella ragione che non volevo dirvi, ve la dirò se lo desiderate. È che io non voglio sottrarmi al mio destino.

[da Ritratto di signora di Henry James, trad. di Carlo e Silvia Linati, Einaudi, 1993]
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città  e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato il libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchili (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini,  è curatore del libro di...

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