Tra Bufalo e locomotiva

Tito Barbini

15/02/2016



Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi. La locomotiva ha la strada segnata, il bufalo può scartare di lato
 
Cito “Buffalo Bill” di Francesco De Gregori – una canzone che mi è sempre piaciuta molto – perché queste parole richiamano in un certo senso la mia storia. In fondo, un politico di professione è come una locomotiva. Almeno per chi è nato e cresciuto nella rossa Toscana, almeno per chi ha fatto politica nel partito dei comunisti italiani. Gente che, se possedeva voglia e stoffa, poteva contare su una “strada segnata”, su un futuro ragionevolmente sicuro. Più o meno, funzionava così: la militanza nei gruppi giovanili e nel movimento degli studenti, assemblee e tante notti in discussione in sezione. E poi vai a sapere, un avvenire di capogruppo in qualche assemblea elettiva, l’incarico in qualche ente locale o in qualche azienda municipalizzata, l’elezione a sindaco o a presidente di provincia… Si poteva anche andare piuttosto lontano, partendo da niente. Magari solo da un sogno, o piuttosto da una speranza un po’ più larga della propria vita. Questa è la mia storia. La storia di quel treno sempre in corsa, delle stazioni raggiunte. Sembrava non doversi fermare più quella locomotiva, lanciata com’era. E invece, ecco che sono arrivato alla penultima stazione, dopo più di quindici anni passati nei palazzi del governo regionale. 
 
Mi sono fermato e, come il bufalo di De Gregori, ho scartato di lato. La locomotiva aveva la strada segnata, potevo scegliere di andare fino in fondo su quel binario. E tutto si può dire, ma non ci si perde, lungo un binario. Invece, ho scelto di essere bufalo. Ho voluto provare a correre. Rischiando anche di cadere, ma almeno provandoci. Cosa significa, arrivare a un certo punto e fermarsi? Forse, in primo luogo, provare a riprendere la propria vita tra le mani. Provare a riflettere sulla realtà, sulla vita. Raccogliere una scommessa: perché, comunque vada, certi valori bisogna tenerseli ben stretti, prima che cadano come foglie morte. Per quanto mi riguarda, ho avuto la testardaggine del bufalo dopo che non mi è mancata affatto la pedanteria della locomotiva. Bella sfida, però. La testa dura dell’animale – forse anche l’istinto – e il metallo arrogante della macchina. Però, per farla breve: ho scartato di lato e sono partito. Ho lasciato ogni incarico politico, non mi sono ricandidato ad alcuna istituzione elettiva, ho cominciato semplicemente a viaggiare e a scrivere. Da ogni caduta si impara qualcosa di utile. Per non parlare dell’emozione di riprendere a volare e sentirsi vivi. Ho conservato bene la percezione di tanti momenti della mia storia politica. Oggi forse posso farli riemergere meglio che in altri tempi. Sarà che è più facile, con la vita che ha rallentato il suo ritmo e gli impegni familiari e lavorativi che sono diminuiti. O sarà piuttosto che, semplicemente, guardo di più all’idealista che ero. A volte c’è un evento preciso che spinge il ricordo verso la superficie della coscienza, altre volte sono le domande più intime che inducono a sondare i luoghi più reconditi della memoria. A volte invece quest’ultima ritorna a poco a poco, scrivendo. 
 
Questo, in ogni caso, non è un libro di storia. Potrei cominciare con l’ordine e la lucidità che si pretende da una buona autobiografia. Però questa non è nemmeno un’autobiografia, è il racconto di una vita. Anzi di più vite, tra le quali ci metto anche la mia. Vite collegate da fili, allungati nel tempo e nello spazio. Vite che si srotolano negli anni. E senz’altro c’è il rischio che tutto questo assomigli un gioco a nascondino con la nostalgia. È sempre così: la nostalgia si risveglia con i ricordi e trascina i pensieri dentro un territorio sconosciuto. Si presenta come un ricordo smarrito, come qualcosa lasciato chissà dove. Qualcosa accaduto in altre età, che non si riesce a mettere a fuoco, perché non è facile riavvolgere il nastro del passato.  Ma non è nostalgia. Nessuna nostalgia è così forte da non poter essere sostituita dalla memoria. Forse la mia è stata una caduta. Intendo quel cadere rovinoso, quel farsi male, quel finire nella polvere senza più la speranza di risollevarsi. Sono caduto e mi sono messo in viaggio: viaggio vero e viaggio interiore. Viaggio che, lo confesso, ha messo a dura prova la mia integrità intellettuale, o onestà che dir si voglia. Ho dovuto rimettere a fuoco i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza, riannodare i fili della memoria, ritornare a ritroso sui sentieri della politica, lungo un cammino di incarichi e speranze, successi e delusioni.  
 
Inizio del primo capitolo del libro di Tito Barbini “Quell’idea che ci era sembrata così bella” (Aska)
 
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Tito Barbini

Tito Barbini

Tito Barbini, classe 1945, sindaco di Cortona a 24 anni, poi presidente della Provincia di Arezzo, infine per 15 anni assessore regionale prima all’Urbanistica e poi all’Agricoltura, amico personale di François Mitterrand. Si mette dietro le spalle tutto questo e intraprende un viaggio lungo cento giorni, che lo porta dalla Patagonia all’Alaska. Cento giorni a piedi e in corriera, per bagaglio un zaino. Il risultato è il libro Le nuvole non chiedono permesso. È ormai, a tempo pieno, scrittore di viaggi. Non solo geografia fisica, paesaggi e luoghi, ma geografia della mente. In Patagonia o nel Tibet, un mondo altro, fatto di dolori, speranze, delusioni. Ha pubblicato Le nuvole non chiedono permesso (Premio Tagete 2007), Antartide (finalista Premio Albatros 2008), Caduti dal Muro scritto con Paolo Ciampi e premio Scrittore dell’anno Toscana 2009. Sempre con Vallecchi ha pubblicato...

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