Tutta e subito, totale e illimitata. I millennials e la libertà

Francesco Ricci

12/03/2018

“Un nutrimento indispensabile all’anima umana è la libertà. La libertà, nel senso concreto della parola, consiste nella possibilità di scelta. Si tratta, beninteso, di una possibilità reale. Ovunque c’è vita comune, è inevitabile che regole imposte dall’utilità comune limitino la scelta”. Come gemme di grazia e di luce, le parole che Simone Weil affidò a “La prima radice” – il saggio pubblicato da Gallimard nel 1949 nella collana “Espoir” curata da Albert Camus – continuano a venirci incontro con la loro profondità e la loro delicata poesia. Ma anche con la sottile malinconia, che sempre accompagna la contemplazione di un mondo – fatto di principi, idee, consuetudini – di cui rimane oramai ben poco. Molte delle voci, infatti, nelle quali ci imbattiamo scorrendo l’indice di “La prima radice”, appaiono alla coscienza contemporanea sfumate, vaghe, forse addirittura mute, specie se le rapportiamo all’universo dei millennials. Tra queste voci, accanto a responsabilità, ordine, gerarchia, radicamento, ubbidienza, compare anche il termine libertà.  

Agli adolescenti di oggi a risultare incomprensibili non sono soltanto le parole che Giorgio Gaber affidava al ritornello di una sua celebre canzone, scritta nel 1972 insieme a Sandro Luporini: “La libertà / non è star sopra un albero / non è neanche il volo di un moscone / la libertà non è uno spazio libero / libertà è partecipazione”. Incomprensibile a loro appare anche il dibattito tra gli esponenti del liberalismo e del comunitarismo che si sviluppò tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta e che, tra le altre cose, ebbe il merito di ridefinire (di bilanciare) il rapporto tra quella che in inglese è chiamata freedom from (“libertà da”) e la cosiddetta freedom to (“libertà di”), mostrando che  l’assenza di impedimento e di interferenze da parte dello Stato non esaurisce il significato che l’espressione “essere libero” possiede, espressione che non può affatto prescindere dall’idea di cittadinanza attiva.

Per i nostri ragazzi la libertà è semplicemente il desiderio di fare ciò che vogliono, in un’ottica prettamente individualistica: termini come partecipazione e comunità non appartengono al loro vocabolario, che di anno in anno si fa sempre più povero. Quello che chiedono ai genitori prima, alla scuola poi, è di farsi da parte, di non intralciarli con regole ed orari, con pretese e imposizioni, obblighi e restrizioni. La libertà che reclamano è una libertà totale e illimitata. Sono loro che vogliono decidere quanto tempo stare al computer, ad ascoltare la musica, a studiare; sono loro che pretendono di stabilire quali attività extra-scolastiche svolgere, in quali giorni della settimana uscire con gli amici, a che ora della notte rientrare, cosa bere e cosa fumare, come vestirsi e come pettinarsi. Questo, però, – si dirà – è sempre avvenuto. Il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, infatti, rinviene uno dei suoi elementi caratterizzanti proprio nel desiderio che i figli manifestano di decidere da soli e nella reazione sovente di chiusura, dinanzi a tale richiesta, da parte dei genitori. Ciò accade e sempre è accaduto, tanto che lo psicologo americano Stanley Hall, già all’inizio del Novecento, individuava proprio nel conflitto con il padre e la madre una delle costanti dell’adolescenza, e alcune bellissime pagine di Kafka, Tozzi, Moravia, sono lì a ricordarcelo.

Cosa c’è, dunque, di nuovo nella concezione di libertà degli adolescenti del terzo millennio? È solo una questione di quantità, come sostiene Massimo Recalcati ne “Il complesso di Telemaco” (“Nessuna epoca come la nostra ha conosciuto una libertà individuale e di massa come quella che sperimentano i nostri giovani)”? O si tratta, piuttosto, di riconoscere che a un millennial viene naturale come respirare associare la parola libertà ormai esclusivamente alla sfera privata, intima, personale? Io ritengo che l’autentica novità nel modo di concepire – di vivere – la libertà da parte dei nostri adolescenti, sia rappresentata dell’erosione dell’idea di limite, quasi che le parole di Simone Weil avessero subito un’amputazione, là dove si dice che: “è inevitabile che regole imposte dall’utilità comune limitino la scelta”. Ciò che i giovani reclamano per sé, infatti, non è un po’ di libertà, ma la libertà, tutta e subito: ciò che esigono non è l’allentamento del legame con i propri genitori, ma la cancellazione dello stesso. Però questa completa autonomia familiare deve imporsi in maniera cortese, senza traumi, senza uscire di casa e sbattere la porta. La casa-albergo deve continuare a funzionare come sempre ha funzionato, garantire vitto e alloggio, assicurare beni necessari e beni superflui, consentire a chiunque lo desideri di connettersi a Internet 24 ore su 24.

Com’è che siamo giunti a questo punto? I “no” che non abbiamo detto ai nostri figli quando erano ancora piccoli, i regali che gli abbiamo fatto quando neppure ce li chiedevano, quando neppure mostravano di desiderarli, si sono trasformati in veleno, un veleno i cui effetti si cominciano a vedere a partire dai tredici anni di età. “Eppure”, qualche genitore azzarda un’autodifesa, “io e mia moglie a nostro figlio abbiamo fornito delle norme, abbiamo imposto dei limiti precisi. Perché non ha funzionato?”. Non ha funzionato – non poteva funzionare – perché la regola non basta da sola, se non è accompagnata dall’assiduità nello stare insieme, dalla frequenza nel parlare con i figli, spiegando loro perché è meglio non compiere una determinata azione e ascoltando le ragioni che, invece, la rendono desiderabile ai loro occhi. In gioco non c’è l’obbedienza. Per ottenere questa, basta poco, è sufficiente un comando urlato o una minaccia. La posta in gioco è più alta. È fare avvertire al figlio la presenza del genitore. Presenza limitante, certo, come lo è ogni presenza, ma che, proprio perché limitante, gli evita di credere che sia giusto e possibile fare sempre come si vuole, quasi che gli altri non esistessero, quasi che agli altri non dovessimo rendere conto, quasi che la condizione umana non conoscesse né ostacoli né delimitazioni. Le regole vanno stabilite, ma, ancora di più, per educare a una libertà che non scada a livello di anarchia e che non sia minata dall’egoismo, vanno accompagnate dalla pratica della quotidianità, accolta nella sua totalità impura, che contempla anche discussioni stremanti, confronti serrati, malintesi e chiarimenti, incomprensioni e riappacificazioni. Soltanto così è possibile insegnare ai più giovani che convivere è qualcosa di diverso (di infinitamente più grande) dal vivere sotto lo stesso tetto e che libertà è parola che non rimanda all’assenza di limite, ma che si definisce proprio a partire da un limite. “Dare una regola e andarsene”, ha detto, nel corso di un’intervista rilasciata ad Anna Maria Caresta, Federico Tonioni, responsabile dello staff che si occupa dell’Ambulatorio dipendenza da Internet del Policlinico Gemelli di Roma, “è un’assenza genitoriale”.
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Francesco Ricci

(Firenze 1965) è docente di letteratura italiana e latina presso il liceo classico “E.S. Piccolomini”di Siena, città dove risiede. È autore di numerosi saggi di critica letteraria, dedicati in particolare al Quattrocento (latino e volgare) e al Novecento, tra i quali ricordiamo: Il Nulla e la Luce. Profili letterari di poeti italiani del Novecento (Siena, Cantagalli 2002), Alle origini della letteratura sulle corti: il De curialium miseriis di Enea Silvio Piccolomini (Siena, Accademia Senese degli Intronati 2006), Amori novecenteschi. Saggi su Cardarelli, Sbarbaro, Pavese, Bertolucci (Civitella in Val di Chiana, Zona 2011), Anime nude. Finzioni e interpretazioni intorno a 10 poeti del Novecento, scritto con lo psicologo Silvio Ciappi (Firenze, Mauro Pagliai 2011), Un inverno in versi (Siena, Becarelli, 2013), Da ogni dove e in nessun luogo (Siena, Becarelli, 2014), Occhi belli di luce (Siena, Nuova Immagine Editrice, 2014), Tre donne. Anna Achmatova,...

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