Il caso Montesi. Le lettere dal carcere inedite di Leone Piccioni al fratello riunite in un libro

Certaldo il 06/09/2018 - Redazione
Ventisette lettere, scritte un giorno sì e un giorno no, dal 23 settembre al 27 novembre 1954. Il mittente è Leone Piccioni, il grande critico letterario scomparso lo scorso 16 maggio, il destinatario suo fratello Piero, recluso nel carcere romano di Regina Coeli nel pieno del “caso Montesi”: la vicenda che Indro Montanelli definì «il più vergognoso, ignobile e infame scandalo che la stampa e la pubblica opinione abbiano mai scatenato contro un innocente». Il carteggio, finora inedito e oggi pubblicato da Polistampa con il titolo “Lungara 29. Il 'caso Montesi' nelle lettere a Piero", sarà presentato sabato 8 settembre, alle ore 16.30, nei locali di casa Boccaccio a Certaldo Alto (Firenze) nell’ambito degli eventi per la cerimonia di consegna del Premio Boccaccio 2018.
 
L’evento - A presentarlo saranno il giornalista Stefano Folli, che ha curato l’introduzione, e la scrittrice e saggista Marta Morazzoni, premio Campiello 2018 alla carriera, entrambi componenti della giuria del Premio Boccaccio. Sarà presente Gloria Piccioni, figlia di Leone e curatrice dell’edizione. Il corpo senza vita di Wilma Montesi, ventunenne romana, venne rinvenuto l’11 aprile 1953 sulla spiaggia di Torvaianica. L’anno successivo, dopo ipotesi investigative contraddittorie e indagini inconcludenti, accompagnate da una campagna di stampa improntata all’indiscrezione e allo scandalo, Piero Piccioni fu accusato dell’omicidio colposo della giovane donna. In realtà, come dimostrato dalla sentenza – venne assolto con formula piena tre anni dopo – la sua unica “colpa”, oltre a quella di essere un musicista che amava il jazz, era di essere il figlio di Attilio Piccioni, tra gli ultimi rappresentanti del Partito Popolare, padre fondatore della Repubblica italiana oltre che della Democrazia Cristiana e naturale successore di De Gasperi. Se non un complotto, dunque, il “caso Montesi” apparve ben presto come un’enorme opera di diffamazione e strumentalizzazione, in cui l’inchiesta giudiziaria fu probabilmente condizionata dalla bufera giornalistica. «Si affermò - scrive Stefano Folli - l’uso furbesco della cronaca per ricavarne un utile mediatico e politico».
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