Il complesso rapporto con Cupido secondo Francesco Ricci

il 25/07/2011 - Redazione

Francesco Ricci, insegnante di Italiano e Latino presso il Liceo Classico E. S. Piccolomini di Siena, ci parla del suo ultimo libro dal titolo “Amori novecenteschi”, edito da Zona. Un invito a riscoprire la poesia del secolo appena passato per mezzo dell’analisi di quattro grandi autori. Un libro che nasce – ci dice Ricci – dall’amore per la poesia in generale e per quella del Novecento in particolare; da un amore per le poesie d’amore: ecco dunque la doppia valenza del titolo. Un amore non sempre sereno quello cantato nelle poesie scelte da Ricci: un sentimento talvolta infelice che testimonia l’incompatibilità della sfera maschile con quella femminile. Poesie che analizzano anche la forza sconvolgente dell’amore, quell’amore con la “A” maiuscola che da sempre squassa l’animo umano e che i poeti non hanno mai dimenticato di cantare.

“Amori novecenteschi”. Perché questo titolo? – “In primo luogo i quattro testi poetici che ho preso in considerazione sono testi che io ho sempre amato molto. Inoltre, al centro di queste poesie c’è il sentimento dell’amore, vissuto e cantato dagli autori in questione in maniera diversa. Per Cardarelli l’esperienza dell’amore ratifica la sostanziale estraneità dell’uomo e della donna, il loro abitare mondi diversi, i quali, se anche talvolta possono sfiorarsi, finiscono però col tornare sempre separati, al pari dei lovers di Magritte. Da Sbarbaro l’amore è paragonato ad una folata di vento “in una stanza chiusa”, rappresenta l’imprevisto, lo scarto brusco in una vita “colpita d’immobilità (…) segnata come il tram dalla rotaia”. Pavese, nel “Mestiere di vivere”, scrive che l’amore, al pari della poesia, è fondamentalmente “desiderio di esprimersi, di dire, di comunicare”, è veramente “la grande affermazione”, la voglia “di durare” di fronte al trascorrere di cose e persone. Purtroppo, però, le sue storie d’amore con Tina Pizzardo, Bianca Garufi, Constance Dowling, per la quale compose “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, gli hanno impietosamente confermato, ogni volta, la propria inadeguatezza alla donna, alla vita. Bertolucci, infine, con le sue poesie dedicate alla moglie, tra le quali figura anche “La rosa bianca”, ci ricorda che anche un amore comunissimo, soprattutto un amore comunissimo, fatto di notti e di risvegli insieme, di care abitudini quotidiane condivise, può essere fonte di grande gioia”.

Il libro è incluso in una collana per l’Università della casa editrice Zona. Si tratta dunque di un libro per “addetti ai lavori”? – “No, assolutamente. Luigi Baldacci, che reputo uno dei maggiori critici letterari del secondo Novecento, ha scritto che l’oscurità è sempre imperdonabile. Io la penso come lui. Per questo ho cercato di scrivere un saggio che, pur non rinunciando ad una analisi stilistica rigorosa, introducesse in modo chiaro, discorsivo, alle quattro liriche antologizzate”.

“Amori novecenteschi” è dunque un invito – neppure troppo celato – a leggere la poesia. Come nasce in lei l’amore per questo genere letterario? – “Da un lato il mio è un amore disinteressato, gratuito, come sempre lo è l’amore per la bellezza. Dall’altro è un amore che tradisce anche una profonda gratitudine. Io sono già da un po’ in quella fase della vita nella quale, come ci insegna Jung, è inevitabile fare un consuntivo di quello che siamo, di quello che abbiamo fatto. Un tempo questa operazione, credo, era più agevole. Ma oggi, all’interno della società della modernità liquida, come la definisce Bauman, nella quale è difficile distinguere il messaggio dal rumore, diviene estremamente difficile anche separare ciò che è importante, che è importante per noi, da ciò che non lo è. Ecco, la poesia con la lettura pausata che impone, con le risonanze mentali e sentimentali che suscita, ci aiuta a riappropriarci del tempo e dell’esistenza. Da qui nasce la mia gratitudine”.

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