“L’eternità di un poetico aldilà”. Intervista a Riccardo Massai dell’Associazione culturale Archètipo

il 27/09/2010 - Redazione

“Il cimitero di Spoon River è dentro ciascuno di noi e mi appare come un’immensa Spoon River tutta la Toscana, dove voci si chiamano da una città all’altra come vite disperse”. Sono le parole di Riccardo Massai che, con il gruppo Archètipo, ha realizzato un progetto che proporrà la lettura di Spoon River all’interno dei cimiteri di alcune città toscane.

La lettura di Spoon River riproposta all’interno dei cimiteri di alcune città toscane. Come è nata l’idea e quale ne è stata la spinta emotiva e culturale?
“Le idee sono figlie degli dei, non sappiamo come nascono ma sappiamo però quando, generate, ci appartengono; questo connubio fra testo e luogo, se si vuole evidente, ha portato alla realizzazione del viaggio che crede in una rinascita della poesia presentata in maniera insolita. L’interpretazione di ciascuna lirica, riproposta a memoria e montata singolarmente, offre lo sguardo che ciascuno di noi in altro tempo e luogo può riservare a se stesso ed al mondo che lo ha circondato in vita, così da riconoscersi in tutte queste anime. Avevo già iniziato questo tipo di ricerca con I ciechi di M. Maetterlink dove un gruppo di ciechi si è perso in un bosco: allora con una dozzina di non vedenti andai a rappresentare questo capolavoro nel parco di Villa Demidoff a Pratolino: l’opera d’arte inserita nel suo contesto reale acquistava un valore ed una forma che restituivano altro”.
Nella nostra società si è ormai assistito ad una “rimozione” della morte. Se ne teme la visione e soprattutto le implicazioni intellettuali e sentimentali. C’è persino un impaccio a gestirla dal punto di vista rituale. Diciamo, dunque, che il suo progetto artistico (e non solo artistico) è per lo meno controtendenza…
“La morte non è stata rimossa ma anzi la si condisce col nostro appetito, assaporandola con il telegiornale a tutti i nostri pasti; quello che si tenta di riscoprire con quest’operazione culturale è il viaggio non solo culturale ma antropologico, religioso, letterario e anche, perché no, spettacolare: la morte diventa quotidiana, parte dell’esistenza, anzi frutto di gioia maggiore per la nostra vita. Inoltre c’è un approccio di tipo “anglosassone” col luogo-camposanto, dove poter riflettere su di noi, sugli altri, considerare il nostro tempo, dove è ancora possibile il silenzio, l’incontro, (la lettura?). Frequentando i cimiteri,nella costruzione dell’evento, quando mai nella vita privata li pratico, mi sono ritrovato a scoprirli luoghi dove il contatto con gli opposti è tangibile solo se si scardinano i luoghi comuni che purtroppo anche qui come dovunque ci rendono immobili”.
A cosa può essere riconducibile il successo, che continua negli anni, di quei testi scritti da Lee Masters? A cosa è attribuibile la loro efficacia letteraria?
“Queste liriche ancora ci trafiggono con semplicità nel vivo presente del nostro essere, cosicché Spoon River diventa l’umanità, il suo intrecciarsi, amarsi, odiarsi, evocarsi con nostalgia in un quello che fummo voi siete e i vostri figli saranno, così e per sempre. L’eternità delle liriche è dovuta alla loro corrispondenza col nostro vivere, col nostro quotidiano: la loro efficacia e direi il riconoscersi in esse è quanto ci condanna ad essere anche noi abitanti di Spoon River, nel bene e nel male. La compassione provata nello specchiarsi in ciascun abitante pacifica il nostro rapporto con l’aldilà”.
Quando Spoon River venne pubblicata in America (e in Italia, allorché fu tradotta da Fernanda Pivano per Einaudi) se ne dette pure una lettura morale nei confronti di un sistema tanto ipocrita quanto oppressivo. Altri tempi, indubbiamente. Da questo punto di vista, vi si può ravvisare un “giudizio” anche sul nostro oggi?
“La riscoperta di questo grande testo poetico che quelli della mia generazione hanno vissuto come uno dei libri in tasca, un compagno di crescita, ma che tanti dei giovani più contemporanei non conoscevano, forse in questo sta la vera protesta contro una tendenza, oggi troppo comune, a far dimenticare in tutti i campi quanto siano fortificanti, formative ed appaganti la cultura e l’arte”.

Simona Trevisi

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