L’indignazione sale in cattedra. Intervista a Giusi Marchetta, docente precaria e scrittrice

il 31/10/2011 - Redazione

Nel suo romanzo d’esordio uno spaccato socioculturale dell’Italia di oggi vista dai banchi e dalla cattedra di una scuola torinese. “L’iguana non vuole” (Rizzoli) è il titolo del libro di Giusi Marchetta, insegnante precaria, che la stessa autrice presenterà il 19 novembre a Siena all’interno del cartellone di Leggere è Volare. Nelle pagine la storia di Emma, una professoressa di lettere che finisce a fare sostegno a causa dei tagli che hanno decimato la popolazione docente. La vicenda amara di tanti professori nella scuola italiana e la storia di una giovane ragazza alle prese con una società che vieta speranze di futuro. La protagonista deve trasferirsi per lavoro da Napoli a Torino andando incontro, non con poche difficoltà, ad un domani necessariamente precario, appeso ad un filo perché un decreto può toglierle il posto di lavoro da un momento all’altro. L’altra difficoltà che Emma incontra è quella di confrontarsi con la disabilità e soprattutto con il tema dell’integrazione all’interno della scuola. Ecco come dalla storia di Emma e dalle pagine del libro nascono spontanee considerazioni di più ampio respiro sullo stato di salute della scuola e del nostro Paese, sul futuro delle giovani generazioni e sull’indignazione quotidiana.

“La scuola dovrebbe tendere alla formazione di una società più giusta, solidale, informata e onesta – racconta l’autrice -. Questo purtroppo oggi non accade in Italia a causa dei tagli a quell’attenzione sociale nella formazione dei cittadini di domani. Lo ha fatto lo Stato tagliando le ore professionali, trasformando la scuola pubblica in scuola di “serie b” a tutti gli effetti o anche semplicemente togliendo le ore di sostegno ai disabili. Si è tolto l’effettivo diritto allo studio che dovrebbe essere alla base della scuola. Ecco come, per paradosso, è la società che dà un’impronta alla scuola e non viceversa come invece dovrebbe essere”.
Quali sono le reazioni dei più giovani dentro e fuori le aule scolastiche?
“I più grandi, mi riferisco agli alunni delle scuole superiori, percepiscono chiaramente il fallimento della società che li circonda e sanno che avranno difficoltà nel trovare lavoro e confrontarsi tutti i giorni con il mondo esterno. Sono quasi disillusi. I più piccoli, quelli delle scuole medie, cominciano ad avere questo percorso di disillusione e questa è una costatazione molto triste. Ancora non hanno capito quanto sarà difficile inserirsi in questa società però cominciano a percepirlo”.
Unendo questa consapevolezza dei giovani ai fatti del 15 ottobre e al movimento degli indignati, quali sono le tue considerazioni?
“Svuotando d’importanza e di contenuti i significati di quella manifestazione si è tolto ai più giovani e non solo la speranza di poter cambiare le cose. Io credo che a causa dei black bloc e a come sono andate le cose, al risalto che ne è stato dato sui media, si sia tolto a questi ragazzi anche i mezzi per farsi sentire. Ai ragazzi più giovani e anche a tutti quanti noi”.
Quali sono le differenze tra la tua generazione e quella dei ragazzi a cui insegni?
“Loro stanno peggio. Noi abbiamo conservato un legame con il passato che ci permette, oggi, di renderci conto che ci hanno tolto dei diritti. Ma il ragazzino di 15-20 anni non ha la percezione di un modo di vivere diverso fatto di diritti acquisiti”.
Quale pensi che sia allora il futuro per loro e per la tua generazione?
“Credo che presto ci troveremo di fronte uno stato sociale che non ha più forze per esistere perché minato alle fondamenta. Questo lo trovo agghiacciante e se presto non cambiano le cose in questo Paese non c’è motivo per sperare in qualcosa di buono”.
Cosa si può fare allora per cambiare le cose?
“La risposta oggi può essere solo politica. Incompetenti e persone che lo fanno solo per interessi privati non possono e non devono fare politica. La risposta del Paese deve essere onesta con un ritorno al bene collettivo e non più a quello individuale. Dobbiamo metterci in testa che possiamo essere una democrazia partecipata e informata. Il singolo cittadino deve informarsi e partecipare democraticamente alla vita politica del nostro Paese pensando in primo luogo al bene collettivo”.
Alunni e docenti oggi si ritrovano insieme in una protesta comune contro l’attuale sistema scolastico. Un paradosso o una conseguenza?
“La protesta è partita un po’ alla volta ma con obiettivi comuni da entrambe le parti. La trovo ancora più significativa perché c’è stata una levata di scudi forte e capace di farsi sentire nella volontà primaria di difendere la scuola”.
Quali sono i valori che cerchi d’infondere ai ragazzi a cui insegni?
“Onestà e senso di solidarietà perché è necessario vederci insieme agli altri nei momenti più difficili come quello che stiamo vivendo”.
Sono anche i valori dell’Iguana che non vuole?
“Nel libro l’iguana è innanzi tutto una creazione di Andrea, l’alunno autistico che la sta costruendo in carta pesta perché l’animale che ha visto quando aveva cinque anni gli ha permesso di risvegliarsi da una forma di autismo molto grave. Per Emma, la sua insegnante, l’iguana diventa un simbolo di vendetta e di lotta, la reincarnazione della consapevolezza che, se certe cose non si vogliono, allora non succedono. E’ un’iguana indignata, cattiva fino all’idea che la violenza non sia sbagliata per punire i colpevoli”
E’ allora addirittura un’iguana black bloc?
“No. Nel modo più assoluto. Quella è una violenza che non condivido, stupida, fine a se stessa e non costruttiva per nessuno”.

Cristian Lamorte

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