Addio ad Amos Oz: uomo saggio, grande scrittore

Luigi Oliveto

02/01/2019

Sulla mesta scia di un fine d’anno se ne è andato anche Amos Oz, scrittore tra i più significativi del secondo Novecento. Fu un uomo saggio, come ha dichiarato il suo amico David Grossman. Basti pensare a ciò che, da ebreo, aveva sempre sostenuto a proposito della questione israelo-palestinese (posizione per la quale non gli erano state risparmiate critiche). Oz sosteneva che quel conflitto non è una guerra di religione o di culture, ma piuttosto una controversia possessoria non risolvibile con la comprensione ma con un compromesso doloroso. Persona sempre schierata contro odio e fondamentalismi aveva scritto nel saggio intitolato “Contro il fanatismo” che “Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c'è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte”. Il capolavoro riconosciuto di Oz è il romanzo autobiografico “Una storia di amore e di tenebra”. Opera complessa, che attraversa centoventi anni di storia familiare (quattro generazioni) con una galleria di personaggi quanto mai variegata, un “cocktail genetico” che aveva generato pure lui. Ecco, dunque la sua infanzia e adolescenza a Gerusalemme, poi nel kibbutz di Hulda, le vicende drammatiche dei genitori (la madre morta suicida quando lui aveva 13 anni), i suoi ideali giovanili, la vocazione alla scrittura. Il suo fervore politico e la paura di un nuovo genocidio degli ebrei, ad opera degli arabi, degli inglesi, dell'intero mondo cristiano, dell'intero mondo islamico. Un libro di grande lucidità, sentimenti, poesia; attraversato, giustappunto, da amore e tenebra. Le due forze con le quali Oz (pseudonimo che in ebraico significa ‘forza’) ha dovuto confrontarsi per tutta la sua esistenza.
 
***
 
Sono nato e cresciuto in un minuscolo appartamento al piano terra, forse trenta metri quadri sotto un soffitto basso: i miei genitori dormivano su un divano letto che la sera, quando s’apriva, occupava quasi tutta la stanza, da una parete all’altra. La mattina presto ripiegavano il divano comprimendolo per bene, nascondevano lenzuola e coperte nel buio del cassetto che stava lì sotto, rivoltavano il materasso, chiudevano, sistemavano, stendevano su tutto un rivestimento grigio chiaro e infine disponevano qualche cuscino ricamato in stile orientale, occultando con ciò ogni traccia del loro sonno notturno. E così, la stanza fungeva da camera da letto, studio, biblioteca, tinello e persino salotto.
Di fronte a essa si trovava il mio cantuccio dipinto di un verde tenue e per metà occupato dal panciuto guardaroba. Un corridoio buio, basso e stretto procedeva un po’ storto dal cucinino al bagno e alle due stanzette: pareva un tunnel per dei carcerati in fuga. Un lume fiacco, imprigionato dentro una gabbia di ferro, spandeva sul corridoio, anche nelle ore del giorno, una luce incerta, torbida. C’erano soltanto una finestra nella camera dei miei genitori e una nella mia, entrambe riparate da imposte di ferro; entrambe provavano a modo loro ad ammiccare verso oriente, ma la vista concedeva solo un cipresso impolverato e una cinta di pietre a secco. Attraverso l’inferriata di un abbaino, invece, dalla cucina e dal bagno si intravedeva il piccolo cortile che sembrava quello di una prigione, circondato com’era da alte mura e con il pavimento di cemento. Lì, senza mai un raggio di sole, languiva sino allo spasimo un pallido geranio piantato dentro una latta di olive arrugginita. Sui davanzali dell’abbaino avevamo sempre dei barattoli chiusi di cetrioli in salamoia e un povero cactus piantato dentro un vaso da fiori che da quando si era rotto fungeva da vivaio.
Era una casa interrata: il piano basso dell’edificio era scavato nel dorso della montagna. Era lei il nostro vicino, dall’altra parte del muro: un inquilino pesante, introverso e silenzioso, un vecchio e malinconico monte con le sue inveterate abitudini di scapolo e una fissazione per il silenzio. Quel vicino così torpido e umbratile non spostava mai i mobili né riceveva ospiti, non faceva baccano né arrecava il minimo disturbo, ma tramite le due pareti in comune fra noi e lui filtravano sempre, come un testardo sentore di muffa, il freddo muto del buio e un’umidità malinconica.
E così, anche nel pieno dell’estate, un briciolo d’inverno restava serbato in casa nostra.
Gli ospiti dicevano: si sta così bene da voi, anche quando c’è afa, è così fresco e tranquillo, che sollievo, ma d’inverno come state? Non passa umidità, dai muri? Non è un po’ deprimente, qui, l’inverno?
 
Le due stanze, il cucinino, il bagno e soprattutto il corridoio erano bui. I libri riempivano tutta casa nostra: mio padre era in grado di leggere sedici o diciassette lingue e di parlarne undici (tutte con accento russo). Mia madre aveva dimestichezza con quattro o cinque, e ne leggeva sei, otto. Fra loro, conversavano in russo e in polacco, quando non volevano farsi capire da me (capitava quasi sempre. Quando mamma un giorno per sbaglio disse in mia presenza “stallone” in ebraico invece che in un’altra lingua, mio padre si arrabbiò e la rimproverò aspramente in russo: shto se taboy? Wiydesh malàk ryadom se nami!). Se il senso culturale li spingeva a leggere per lo più in tedesco e inglese, certamente era l’yiddish ad abitare i loro sogni, la notte. Quanto a me, mi insegnarono solo e soltanto l’ebraico: forse per paura che la padronanza di tante lingue esponesse anche me alle seduzioni della letale Europa.
Nella scala di valori dei miei genitori, tutto ciò che era occidentale stava culturalmente più in alto: Tolstoj e Dostoevskij erano in sintonia con la loro anima russa, tuttavia credo che – malgrado Hitler – considerassero la Germania più civile della Russia e della Polonia; e la Francia ancor più della Germania. L’Inghilterra era persino più su della Francia. Quanto all’America – la loro convinzione qui s’incrinava: laggiù, in fondo, si sparava agli indiani, si svaligiavano diligenze, si depredavano l’oro e le fanciulle.
L’Europa era la loro terra promessa proibita, landa incantata di campanili e piazze lastricate di antiche pietre, tranvai e ponti e chiese turrite, villaggi sperduti, sorgenti benefiche, boschi, nevi e pascoli.
Parole come “baita”, “pascolo”, “pastorella di oche” mi affascinarono lungo tutta l’infanzia. Possedevano l’aroma sensuale di un mondo vero, spensierato e lontanissimo dai tetti polverosi di lamiera, dagli spiazzi colmi di rottami e rovi, dagli squallidi pendii di una Gerusalemme strozzata dal giogo di un’estate incandescente. Bastava che sussurrassi fra me e me “pascolo” – per udire il muggito delle vacche con le campane appese al collo e il gorgoglio dei ruscelli. A occhi chiusi, osservavo la pastorella d’oche scalza, che mi turbava sino alle lacrime quando ancora non sapevo nulla.
 
[da Una Storia di amore e di tenebra di Amos Oz, trad. di Elena Loewenthal, Feltrinelli, 2003]
 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato i libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchioli (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini, è curatore del libro di Arrigo...

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