I libri ‘senza autore’ di Rachel Cusk

Luigi Oliveto

30/01/2020

Se c’è oggi una scrittrice divisiva, questa è Rachel Cusk. Divide i critici per come abbia scombinato idea e struttura del romanzo moderno; divide le lettrici su temi quali donna, famiglia, divorzio, maternità (ha scritto crudamente che i figli rappresentano un ostacolo alla realizzazione della donna). Ma la Cusk è divenuta oggetto di interesse della critica, soprattutto da quando, abbandonata la forma del memoir, ha intrapreso la strada del romanzo scrivendo ‘non-romanzi’: niente trama, niente protagonista, basta con l’egotismo autoriale che tracima dalle righe e impone una narrazione soggettiva, partigiana. Rachel Cusk vuole, invece, offrire una rappresentazione oggettiva della realtà, tornare a ciò che lei chiama “le basi morali della narrazione”. E per fare questo è sufficiente ascoltare le voci più diverse e restituirle sulla pagina. Così avviene nei suoi tre libri cult intitolati “Resoconto”, “Transiti”, “Onori”. Una trilogia non a caso definita “dell’ascolto”, dove svariati personaggi raccontano sé stessi, entrano ed escono dalla scena senza un apparente nesso. Ad ascoltarli, a fare loro domande alle quali rispondono volentieri e senza remore, c’è sempre una scrittrice (è lei il nesso). Lo schema si ripete anche nell’ultimo libro “Onori”, pubblicato in Italia da Einaudi con la bella e puntigliosa traduzione (che tale è la scrittura della Cusk) di Anna Nadotti.
Faye, la scrittrice narrante, è in volo su un aereo verso l’Europa per partecipare a un convegno. Le siede accanto un estraneo, esageratamente alto, che non sa come stendere le gambe e che vorrebbe dormire perché ha trascorso tutta la notte a seppellire il cane. Ma non dormirà. Comincerà a parlare – senza più smettere – alla sua vicina di posto. Racconterà del cane, del lavoro, della famiglia, di ciò che l’angoscia. Faye ascolta, talvolta pone misurate e pertinenti domande. Così come, al meeting degli scrittori, seguirà i discorsi (non quelli ufficiali, ma le conversazioni tra una pausa e l’altra dei lavori) di colleghi, giornalisti, operatori culturali. Ed è da quelle parole che si ricava la sensazione di un’umanità variegata, stupenda, disorientata tra ciò che è (vorrebbe essere) e quanto decide di mostrare. Ecco, dunque, la ‘realtà oggettiva’, l’universalità che la Cusk intende raccontare – dice lei – semplicemente da testimone. Come in un libro senza autore.
 
***
 
Il tizio seduto accanto a me sull’aereo era così alto che il sedile letteralmente non lo conteneva. I gomiti sporgevano dai braccioli e le ginocchia premevano contro il sedile davanti, così che il passeggero che vi era seduto si guardava intorno irritato ogni volta che lui si muoveva. Dopo contorsioni varie, mentre cercava di accavallare le gambe e poi distenderle, ha dato involontariamente un calcio alla persona alla sua destra.
– Mi scusi, – ha detto.
È rimasto immobile per alcuni minuti, respirando a fondo col naso e serrando le mani in grembo, ma non è durata molto, poco dopo ha di nuovo cercato di muovere le gambe, facendo sussultare tutta la fila di sedili davanti. Ho deciso di chiedergli se voleva cambiare posto, dal momento che il mio era di corridoio, e ha prontamente accettato, come se gli avessi proposto un affare.
– Di solito viaggio in business, – ha detto mentre ci scambiavamo di posto. – C’è molto più spazio per le gambe.
Si è allungato nel corridoio poggiando con sollievo la nuca contro lo schienale.
– Le sono molto grato, – ha detto.
L’aereo ha cominciato a rollare adagio sulla pista. Il mio vicino, con un sospiro soddisfatto, si è addormentato quasi all’istante. Una hostess che percorreva il corridoio si è bloccata davanti alle sue gambe.
– Signore? – ha detto. – Signore?
Lui si è svegliato di colpo e si è goffamente raggomitolato nel suo poco spazio per lasciarla passare. L’aereo si è fermato per qualche minuto poi ha fatto uno scatto in avanti poi si è fermato di nuovo. Dal finestrino si vedevano gli aerei in coda, in attesa del proprio turno. La testa del mio vicino ha cominciato a ciondolare e poco dopo le sue gambe erano di nuovo allungate nel corridoio. La hostess è tornata.
– Signore? – ha detto. – Il corridoio deve restare libero durante il decollo.
Lui si è raddrizzato.
– Mi scusi, – ha detto.
La hostess si è allontanata e la testa del mio vicino ha ripreso a poco a poco a ciondolare. Fuori, una bruma copriva il piatto paesaggio grigio che pareva fondersi col cielo in strisce orizzontali dalle variazioni così sottili che quasi somigliava al mare. Nella fila davanti una donna e un uomo stavano parlando. È così triste, ha detto lei, e l’uomo per tutta risposta ha grugnito. È davvero triste, ha ripetuto lei. Si è udito uno scalpiccio di passi lungo il corridoio moquettato ed è ricomparsa la hostess. Con una mano ha scosso la spalla del mio vicino.
– Temo di doverle di nuovo chiedere di spostare le gambe, – ha detto.
– Mi scusi, – ha detto lui. – A quanto pare non riesco a restare sveglio.
– Devo chiederle di riuscirci, – ha detto lei.
– Ieri notte non ho dormito.
– Temo che non sia un mio problema. Ostruendo il corridoio lei mette a rischio l’incolumità degli altri passeggeri.
Lui si è sfregato la faccia e si è risistemato nella poltrona. Ha tirato fuori il cellulare, l’ha controllato e se l’è rimesso in tasca. Lei aspettava, tenendolo d’occhio. Infine, apparentemente soddisfatta della sua genuina obbedienza, se n’è andata. Lui ha scosso il capo allargando le braccia in un gesto stupito, come se si rivolgesse a un pubblico invisibile. Doveva avere fra i quaranta e i cinquant’anni, con una faccia allo stesso tempo bella e qualunque, e il suo fisico slanciato era rivestito dalla nitida, ben stirata neutralità dell’abito da weekend dell’uomo d’affari. Aveva al polso un pesante orologio d’argento, e ai piedi costose scarpe senza marchio; trasudava un’aria di anonima e un po’ provvisoria virilità, come un soldato in uniforme. Intanto l’aereo era arrivato sussultando in testa alla coda e stava lentamente virando in un’ampia curva verso la pista di decollo. La bruma si era trasformata in pioggia e rivoli d’acqua scorrevano sul finestrino. L’uomo fissava con sguardo esausto l’asfalto lucente. Intorno a noi il rombo dei motori aumentava, poi l’aereo ha preso slancio e, inclinandosi e cigolando, si è sollevato attraverso spessi strati di nubi. Per un po’ la verde monotonia dei campi sottostanti, con le case a schiera e i ciuffi d’alberi, è rimasta visibile in sporadici varchi nel grigio, che si è infine richiuso sopra di loro. L’uomo ha tirato un altro profondo sospiro e pochi minuti dopo dormiva, con la testa ciondoloni sul petto. Le luci della cabina si sono accese e sono iniziate le attività a bordo. Poco dopo la hostess ha raggiunto la nostra fila, dove l’uomo addormentato aveva di nuovo disteso le gambe nel corridoio.
– Signore? – ha detto. – Scusi, signore?
Lui ha sollevato la testa guardandosi intorno disorientato. Quando ha visto la hostess bloccata lì con il carrello, ha lentamente e con grande sforzo spostato le gambe in modo che potesse passare. Lei l’ha squadrato con una smorfia delle labbra, inarcando le sopracciglia.
– La ringrazio, – ha detto con malcelato sarcasmo.
– Non è colpa mia, – ha detto lui.
Gli occhi bistrati della hostess si sono posati su di lui per un attimo. Con un’espressione gelida.
– Sto solo cercando di fare il mio lavoro, – ha replicato.
– Me ne rendo conto, – ha detto lui. – Ma non è colpa mia se tra i sedili non c’è abbastanza spazio.
È seguita una pausa durante la quale i due si sono fissati.
– Questo dovrà farlo presente alla compagnia, – ha detto la hostess.
– Lo faccio presente a lei.
La hostess ha incrociato le braccia alzando il mento.
– Il più delle volte viaggio in business, – ha detto lui, – perciò di solito non è un problema.
– Su questo volo non offriamo business class, ma ci sono molte altre compagnie che lo fanno.
– Perciò lei mi suggerisce di volare con qualcun altro.
– Esatto.
– Magnifico! – ha detto lui. – La ringrazio molto.
Ha rivolto un’aspra risata rabbiosa alla schiena della hostess che si allontanava. Per un po’ ha continuato a sorridere, il sorriso impacciato di chi è salito per errore su un palcoscenico, poi, come per distogliere l’attenzione da sé, si è girato e mi ha chiesto per quale ragione andavo in Europa.
Ho detto che ero una scrittrice e stavo andando a un festival letterario.
Il suo viso ha immediatamente assunto un’espressione di educato interesse.
– Mia moglie è una grande lettrice, – ha detto. – Fa anche parte di un gruppo di lettura.
Poi silenzio.
– Che cosa scrive? – mi ha chiesto dopo un po’.
Gli ho detto che era difficile da spiegare e lui ha annuito. Tamburellava con le dita sulle cosce e con i piedi batteva un ritmo sconnesso sulla moquette. Scuoteva il capo da parte a parte e intanto si strofinava vigorosamente il cuoio capelluto.
– Se non parlo, – ha detto infine, – mi riaddormento.
L’ha detto col tono pragmatico di chi è abituato a risolvere i problemi a spese dei sentimenti personali, ma quando mi sono girata a guardarlo mi sono stupita vedendo la sua espressione supplichevole. Gli occhi con le sclere giallognole erano cerchiati di rosso e i capelli ben tagliati stavano dritti dove li aveva scompigliati.
[…]
Era stato dirigente di una società finanziaria internazionale, ha detto, un lavoro che comportava di star sempre via da casa. Non era inconsueto per lui, ad esempio, doversi recare in Asia, Nordamerica e Australia nell’arco di due settimane. Una volta era volato in Sudafrica per una riunione e appena finita aveva preso un volo di ritorno. Capitava spesso che lui e la moglie individuassero un punto a metà strada fra le rispettive ubicazioni e s’incontrassero lì per una vacanza. Una volta, quando la filiale australasiatica della società aveva avuto un tracollo finanziario e lui aveva dovuto fermarsi là per risolverlo, non aveva visto i suoi figli per tre mesi. Aveva cominciato a lavorare a diciott’anni e adesso ne aveva quarantasei, e sperava di aver davanti un numero di anni almeno pari a quelli della sua vita lavorativa per vivere all’opposto.
[…]
Raccontava tutto ciò con un riserbo impacciato e lieve dal quale s’intuiva che parlava più per intrattenere che per suscitare sconcerto. Un sorriso di disapprovazione gli aleggiava intorno alla bocca, mettendo in mostra una fila di denti candidi e robusti. Parlando si era animato, e la disperata scompostezza di prima si era attenuata nella maschera brillante del narratore. Avevo l’impressione che fossero storie che aveva già raccontato e che amava raccontare, come se avesse scoperto il potere e il piacere di rivivere i fatti avendoli privati del loro pungiglione. L’abilità, lo vedevo, stava nel mantenerti accosto a quella che presumibilmente era la verità senza consentire ai tuoi reali sentimenti di riprendere il sopravvento.
Gli ho chiesto come mai, visto il suo giuramento, si ritrovasse a bordo di un aereo.
Ha di nuovo sorriso con un vago disagio passandosi una mano tra i sottili capelli castani.
– Mia figlia suona in un festival musicale laggiù, – ha detto. – Suona nell’orchestra della scuola. Il... ah sì... l’oboe.
Sarebbe dovuto andare insieme alla moglie e i figli il giorno prima, ma il cane si era ammalato e aveva dovuto lasciarli partire senza di lui. Poteva sembrare ridicolo, ma il cane era forse il membro più importante della famiglia. L’aveva vegliato per tutta la notte, poi aveva preso la macchina ed era andato dritto in aeroporto.
 
[da Onori di Rachel Cusk, trad. di Anna Nadotti, Einaudi, 2020]
 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato i libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchioli (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini, è curatore del libro di Arrigo...

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