I paesaggi perduti. L’autobiografia originale di Joyce Carole Oates

Marialuisa Bianchi

08/06/2021

Dopo “Ho fatto la spia”, un romanzo spietato sulla società americana, torno a parlare della grande scrittrice Joyce Carole Oates, sempre profonda e solida nella scrittura che, posso proprio dire, non delude mai. Con il libro “I paesaggi perduti” (Mondadori) si cimenta nel genere autobiografico, come a dire: dove tutto ha avuto inizio. Un libro che non è un romanzo e nemmeno una raccolta di racconti. Come dice il titolo protagonista è il paesaggio: l’America ancestrale delle fattorie, vita a stretto contatto con la natura, lavoro faticoso e ingrato; un paesaggio che diventa parte integrante nei suoi romanzi. L’autrice estremamente prolifica - la ricordiamo per una serie di romanzi, avvincenti e legati alla cultura americana profonda e razzista - qui si concede di parlare di sé e lo fa in modo originale. Disvela i tanti misteri della sua infanzia e dell'adolescenza e così comprendiamo dove hanno avuto origine le storie che ci racconta e i personaggi bizzarri dei suoi romanzi. La sorella autistica; il fratello a cui è legatissima; i nonni, una in particolare la cui vicenda era stata raccontata ne “La figlia dello Straniero”; il pollo come animale da compagnia che poi è una gallina, ma rimane col nome Happy, suo grande amico e i genitori ovviamente.  Il padre e la madre che ringrazia per essere diventata quello che è.
 
“Nessuna storia d’amore è profonda e duratura come quella della prima infanzia. Per tutta la vita abbiamo nostalgia dei nostri genitori, giovani, attraenti e misteriosi, che ci erano così fisicamente vicini e al tempo stesso così distanti e inaccessibili e imperscrutabili. È questa l’origine dell’amore, che colora e determina tutto ciò che verrà dopo? Sento l’esigenza di guardare tutte le vecchie foto di famiglia amorevolmente conservate negli album e nelle buste. Sono attratta anche dalle foto di famiglia di sconosciuti, e nei negozi di rigattieri rovisto nelle scatole di vecchie cartoline e istantanee; anche se queste persone non sono la mia famiglia, spesso non sono poi così diverse da noi. Bambini in istantanee di tanto tempo fa, a cui l’affetto di un adulto conferisce un’illusoria forma di immortalità, e tutti ormai probabilmente defunti. Mi assale un desiderio che quasi mi travolge: Voglio scrivere le loro storie! È il solo modo, per me, di conoscere questi estranei, scrivere le loro storie…”.  E capiamo che proprio da questa infanzia che nasce il bisogno stesso di scrivere: l’esplorazione, sempre da sola, di case abbandonate, dove Joyce Carol entra, scruta, odora, desidera anche rimettere in sesto è un po’ la metafora della sua vocazione di scrittrice, che curiosa si addentra nei misteri della vita, rimette insieme i pezzi e compone le storie. La scrittrice dichiara che ha voluto evocare quello che accadde a sua nonna Blanche, quando si innamorò di un uomo bello, ma violento e traditore, di cui Oates bambina non sa quasi niente. Il non detto delle famiglie, i fantasmi, da cui si originano tanti drammi e soprattutto quel senso di esclusione, tratto caratteristico dei personaggi femminili nei suoi romanzi, come Violet di “Ho fatto la spia”.
 
“Le fotografie sono state la nostra salvezza. Senza fotografie i nostri ricordi si sarebbero dissolti, sarebbero evaporati. E quando sosteniamo di ricordare il passato stiamo ricordando le nostre foto”, le istantanee che ci inchiodano a quell’attimo preciso. Nel testo infatti compaiono moltissime foto, prese proprio dall’album della famiglia Oates, vecchi ritratti ingialliti e foto più recenti, sono i fantasmi delle mia infanzia, dichiara l’autrice, come oggetti ritrovati in un baule di una vecchia casa. Sono ricordi lieti ma soprattutto tristi, come il racconto della sua amica di cui ci racconta tante sfumature e ambiguità, che poi si suicida, e questo sarà devastante per Carole, o il rapporto difficile con la sorella, gli amori e i soprattutto i libri: “Il libro che ha cambiato la mia vita – da cui è nato il desiderio di diventare scrittrice, e mi ha ispirata a scrivere, è Alice nel paese delle meraviglie e attraverso lo specchio di Lewis Carroll. Questo bellissimo volume…, mi fu regalato dalla nonna (ebrea) Blanche Morgenstern nel 1947, in occasione del mio nono compleanno”.
 
Un memoir che matura nel tempo; dopo la prima lettura, ci si ritorna con la mente ed è utilissimo per chi voglia cimentarsi con l’autobiografia, pieno di spunti e riflessioni profonde, si legge bene, scorrevole e va assaporato piano piano. Lascia il segno. La sua scrittura è tradizionale ma appare sempre nuova, rinnovata. Un bel modo di conoscere le vita degli altri, importante da utilizzare per tutti, per ricordare, per non dimenticare, per insegnare e tramandare, perché “Con il senno di poi vediamo quello che speriamo di vedere. Vediamo quello che la nostra narrazione più lusinghiera ci permetterà di vedere. Ma in medias res ci rendiamo conto di ben poco, perché tutto avviene troppo in fretta per lasciarci il tempo di elaborarlo”.
 
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Marialuisa Bianchi

Marialuisa Bianchi, molisana d’origine, si è laureata in storia medievale a Firenze dove vive. Ha insegnato Italiano e Storia nelle scuole superiori.  Recentemente ha pubblicato il romanzo storico Ekaterina, una schiava russa nella Firenze dei Medici, edizioni End 2017. Ha esordito con un libro di racconti “Vie di Fuga. Storie di e per adolescenti”, Franco Angeli editore (con prefazione di Dacia Maraini) Milano, 2005 e nel 2009, un testo teatrale “Apparizioni....

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