Il museo dai mille volti. Spunti di lavoro per una narrazione museale post covid-19 (seconda parte)

Francesca Condò

04/06/2020

5. Cosa e come raccontare?
Essendo il termine racconto museale ancora in corso di definizione, o avendone accettato la polisemia o, meglio, il suo essere un termine che include tante categorie, possiamo considerare tutte le possibilità che ci si offrono vedendo quale di esse sia più vicina al museo in questione. Romanzo o racconto? Racconto breve? Poesia? Una guida oggettiva? Un diario di viaggio? Una guida di viaggio su micro itinerari tematici? Di un viaggio lungo un percorso a bivi in cui diventiamo parte della narrazione? Nella scrittura non è corretto imporre una regola. Se la narrazione però ha lo scopo di essere a servizio di un preciso obiettivo la regola si dovrà invece scegliere. Quello che importa è che, una volta scelta, essa venga seguita con coerenza. Pongo sul piatto la mia versione della regola, una scelta accanto alle tante possibili.
 
Raccontare per il museo - Per raccontare nel museo o raccontare il museo si dovrebbe partire da qualcosa che ne è parte. Sembra una banalità ma non lo è. Siamo circondati, specie dopo il lancio delle aziende che si occupano di realtà virtuale, da numerose animazioni che non hanno un legame reale con l’istituzione che le ospita. Non ritengo corretto prendere a pretesto un elemento del museo per non dire di fatto nulla né su esso, né sul museo. Il museo diventerebbe l’astratta cornice di un esercizio letterario che potrebbe essere svolto in qualsiasi altro luogo.
 
Riconoscibilità dell’integrazione artistica - La narrazione museale non può inventare una realtà che induca il visitatore a credere in un’informazione non verificata. Esattamente come avviene nel restauro, la riconoscibilità, in un’istituzione scientifica, è fondamentale. La narrazione può e deve essere meravigliosa e onirica ma in quel caso deve sempre essere riconoscibile in quanto tale, ossia come narrazione o interpretazione e non come verità oggettiva se gli elementi a nostra disposizione sono insufficienti a porgerla al pubblico come dato scientifico. Vale per la realtà virtuale visuale, per le installazioni artistiche e vale anche (o forse di più, dato il valore testimoniale che storicamente ancora attribuiamo alla scrittura in questa parte di mondo) per un testo. Tutti questi potenziali veicoli di coinvolgimento sono utili a creare un rapporto emozionale e a suggerire interpretazioni ma vanno, in ogni caso, chiaramente letti come opere d’arte legate al proprio tempo di creazione e non devono generare falsi verosimili deformando la storia e la morfologia di quello che è esposto.
 
Cercare l’uomo dietro al reperto - Spesso guardiamo a ciò che esposto come a oggetti inerti perchè abbiamo dimenticato che chi li ha fatti ci assomigliava. Averli pensati e fatti nasce da esigenze simili alle nostre. Le epigrafi che lamentano la morte di un compagno, i recipienti per cucinare e conservare, le tabulae honestae missionis dell’agognato e raggiunto pensionamento dopo i pericoli della guerra. Questa umanizzazione degli oggetti esposti sta già emergendo in forme narrative che si stanno sperimentando in diversi istituti museali (Ad esempio presso il Museo Nazionale Romano). Leggere l’uomo dietro all’oggetto ce lo rende familiare e crea un’affezione più difficilmente attingibile attraverso un testo puramente scientifico-descrittivo.
 
Parola e segno. L’iconografia dimenticata - In Italia negli ultimi anni il lavoro degli illustratori è stato ritenuto marginale, come se il disegno dovesse servire unicamente ad abbellire un pannello o un testo. Da poco tempo stanno emergendo libri in cui l’immagine ha riacquisito un ruolo importante. Salvo rari casi, nei musei italiani questo strumento narrativo è molto trascurato pur essendo una potente modalità di amplificazione nella trasmissione del contenuto permettendo anche di limitare la traduzione. Lo scarso uso dell’immagine per comunicare un contenuto ha una sorta di triste parallelo nella diffusa perdita di capacità di decodificare il linguaggio visuale delle opere. Non siamo più abituati a leggere oltre, non siamo più abituati a interpretare i simboli del passato. È un fenomeno da non trascurare: l’arte e la raffigurazione, dall’antichità a oggi, attinge a piene mani al doppio, al simbolo, al segno significante. Perdere questa capacità interpretativa non è soltanto perdere frammenti di conoscenza: è come perdere materialmente pezzi dell’opera (Questo porta a gravi conseguenze anche nelle operazioni di conservazione: il restauro infatti è strettamente legato alla capacità di riconoscere l’opera. Se non si riconoscono parti importanti si rischia di cancellarle anche solo con un banale intervento di pulitura). Questa incipiente perdita costituisce paradossalmente una grande occasione di narrazione. Permette di raccontare interi mondi nascosti e seppelliti in opere che, per la maggior parte delle persone, ormai sono solo quello che sembrano.
 
6. Governare la barca: apologia del timone
"Il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli"
 J.L. Borges, L’aleph (1952; citazione da ed. Feltrinelli 1989)
 Dal punto di vista oggettivo è utile, nel momento in cui si affronta un nuovo allestimento, ossia una nuova narrazione (penso infatti che non sia possibile distinguere le due cose: nella macchina-museo si narra con tutto: con lo spazio, coi colori, con la scrittura, con la musica, con la poesia, con le superfici lisce o ruvide, con odori e sapori) avviare l’operazione con la redazione di un timone. Timone, oltre che un termine nautico, è un termine del gergo tipografico che funziona perfettamente anche per la gestione di un racconto museale più o meno complesso. È spesso difficile, in media, far accettare l’idea di uno strumento potentemente organizzativo e progettuale al direttore di un museo o ad amministratori che hanno molta fretta e poco tempo a disposizione e che sono abituati a gestire l’emergenza innescando un accrescimento caotico nella fretta di dimostrare l’efficienza. Il timone può essere un potente e versatile strumento di organizzazione dei contenuti.  Contiene ogni elemento, ogni oggetto, ogni testo, ogni impianto analogico o virtuale che costituisca la macchina-museo inserito nello spazio; non è rigido perchè può essere nel tempo arricchito, deformato, modificato in una dilatazione potenzialmente infinita. Ci permette però, allo stesso tempo, una visione d’insieme, ossia di essere consapevoli in ogni momento e per ogni pezzetto di spazio che cosa c’è e accade, di immaginare come e cosa ci potrebbe essere, e, soprattutto, di valutare le parti nelle loro relazioni reciproche e in relazione al fruitore.
 
Lo si può considerare un ibrido fra la composizione grafica di un libro e l’organizzazione dello spazio scenico di uno spettacolo teatrale -spazio e movimento degli attori- o la sceneggiatura di un film.  Avere un timone per ogni museo – che associa la descrizione, anche grafica, dello spazio fisico, alla narrazione che genera i percorsi, permetterebbe oggi, superato lo scoglio iniziale della prima redazione, una più facile gestione, inclusa la modifica degli spazi per il contenimento di un’emergenza.  È probabile ad esempio che, per ragioni di sicurezza, almeno in alcuni casi, si debba accantonare la fruizione libera dei siti e favorire quella vincolata a un percorso che proceda a senso unico dall’entrata all’uscita. Un timone permette di gestire nel complesso cosa vogliamo raccontare, come vogliamo farlo, dove vogliamo lasciare maggiore spazio di libertà e dove invece, per le ragioni più varie (dalla conservazione dei pezzi alla sicurezza delle persone, dalla limitazione del tempo alla difficoltà interpretativa) decidiamo di condurre il visitatore su binari precisi. E permette soprattutto di lavorare a più mani: come in una barca a vela, se si è in grado, si può stare alla barra a turno; in ogni caso l’apporto di tutti è essenziale a manovrare in modo da godere del viaggio ma anche di arrivare salvi in porto. Il covid-19 è un’inattesa tempesta: probabilmente passerà, ma nulla ci esime dal considerare la possibilità che il mare torni ad agitarsi.
 
La strutturazione fisica del timone è semplice: una tabella elettronica, un foglio dedicato a ogni sezione del museo. Il foglio conterrà, per ogni sezione e nell’ordine di percorrenza, il tema principale, i sottotemi, il testo generale, I testi specifici, ogni oggetto con le sue dimensioni fisiche, la descrizione, la relativa didascalia, gli approfondimenti e la bibliografia. Per ogni ambiente o porzione di ambiente dovranno essere descritte le modalità di comunicazione e le possibili interazioni fra esse. Il timone, quindi, viene a contenere non solo la descrizione di ogni tematica e di ogni strumento presente, ma avrà in sè loci deputati a ospitare i testi di ogni livello di lettura in una casella che corrisponde a una precisa localizzazione dello spazio fisico (dalla didascalia al pannello grafico complesso, dallo storyboard del filmato alla musica di sottofondo) a cui ognuno dei partecipanti alla formazione dei contenuti e degli strumenti veicolo di contenuti potrà lavorare in tempo reale aggiungendo e modificando fino al varo finale e nella contemporanea consapevolezza di quello che apportano gli altri. Il timone, infatti, può essere gestito come un unico contenitore/portale coordinato da un responsabile e accessibile ai partecipanti con chiavi che permettono la modifica dei settori di pertinenza.
 
7. Fuori dopo il virus: dallo spazio concluso ai legami col territorio; dalla visita collettiva alla visita selettiva.
Cosa cambia con un’emergenza di tipo virale? Alcune riflessioni e spunti di lavoro. Le regole legate al rischio di contagio impongono di considerare nuove soluzioni per I luoghi aperti al pubblico. Questo coinvolge direttamente i musei per i quali, oltre ai dispositivi cha abbiamo imparato a conoscere negli ultimi mesi e che in ogni caso verranno adottati – mascherine, distanziamento, possibilità di disinfettare le mani, et c. - dobbiamo chiederci come il percorso/la narrazione si possano relazionare alle nuove esigenze in modo da garantire una fruizione soddisfacente. Se il percorso tornerà obbligato non sarà comunque un ritorno al percorso ottocentesco. Non è infatti solo la possibilità di libera fruizione quello che ha connotato il mutamento – diversi musei conservano un percorso lineare e non tutti gli utenti lo disprezzano. Quello che è cambiato (o sta cambiando) è il modo di porgere i contenuti, il modo di interagire con le opere; e tale flusso informativo, direttamente collegato alla narrazione, prescinde dall’orientamento del percorso.
 
Itinerari selettivi paralleli - La narrazione può suggerire itinerari tematici che connettano alcune delle opere o ne prendano in esame un numero preciso, o anche una soltanto, favorendo l’approccio approfondito attraverso un percorso. Il percorso potrà essere attivato in parallelo ad altri percorsi con cui non si presentino interferenze.
Questo lavoro di scelta e sviluppo narrativo verrebbe enormemente agevolato dalla mappatura delle tematiche e delle opere data da un rilievo multilayer legato al timone cui si è sopra accennato permettendo una prima verifica virtuale sul modello 3D in merito alle possibili interferenze. La modalità di “visita selettiva”, già sperimentata in alcuni musei in circostanze normali per chi avesse poco tempo per visitare un determinato museo e per aiutarlo a selezionare le opere da vedere in base ai suoi interessi, potrà essere in circostanze come quella che stiamo vivendo, incoraggiata. Se non risulterà pensabile evitare che il visitatore che arriva da lontano possa vedere I capolavori per I quali ha intrapreso il viaggio, con rinnovata energia si dovrà percorrere la via tracciata negli scorsi anni che incoraggia la fidelizzazione attraverso abbonamenti e carte per chi non vive troppo lontano. Questo permetterà non solo di creare comunità, anche attraverso eventi, ma di favorire una fruizione slow, in cui si torna al museo più volte per soffermarsi su un numero limitato e sempre diverso di opere o per seguire itinerari suggeriti da narrazioni sviluppate ad hoc.
 
Rivalutazione dello spazio esterno - L’arrivo del covid e la conseguente esigenza di distanziamento sociale potrebbe portare a una nuova attenzione verso i musei all’aperto e a una loro migliore fruizione. Non tutte le aree archeologiche o storiche o di interesse paesaggistico sono dotate di una narrazione sufficiente. Lo stesso vale per le pertinenze esterne dei musei, considerate, salvo rare eccezioni, un’appendice meno importante della parte “al chiuso”. Le aree di questo tipo sono state spesso vissute come luogo di scampagnata o meta della visita scolastica outdoor. Forse l’occasione, considerando che nelle aree aperte il distanziamento sociale risulta più facile e il contagio meno pericoloso, è preziosa per dotarle di quella narrazione che è stata affidata, nella maggior parte dei casi, alla visita guidata o a scarsi pannelli costantemente in stato di degrado per l’impossibilità di manutenerli. Ancora di più rispetto a prima si potrebbe sollecitare il turista a visitare non solo l’opera all’interno del museo ma i luoghi che ne hanno determinato la nascita, ossia approfittare della circostanza attuale per ricucire finalmente le connessioni con l’esterno, facendo del museo un organismo che convive con ciò che è fuori (sfruttando la peculiarità del nostro paese che conserva molto dei monumenti, dei tessuti urbani e dei paesaggi storici che erano cornice o luogo di origine di quelle opere. Ad esempio,vedere la Pietà Bandini è un’esperienza che non necessariamente si conclude nel Museo dell’Opera del Duomo di Firenze: posso visitare le Alpi Apuane, vedere le cave di Carrara, scoprire la vita dei cavatori dal 1500 a oggi, imparare che cos’è il marmo e cosa lo rende diverso da altri materiali, quando si è cominciato a utilizzare quel particolare marmo e le politiche protezionistiche dei Romani, cosa mangiavano i cavatori e assaggiare cosa si mangia oggi in lunigiana: le diramazioni nello spazio e nel tempo sono infinite e le occasioni di narrazione si moltiplicano di conseguenza), rendendo ogni museo un ecomuseo. Nei casi in cui questo fosse possibile si potrebbe pensare a una redistribuzione sul territorio almeno di alcune opere che sono state negli anni scorsi, per diversi motivi, accentrate in uno stesso edificio museale importante a livello regionale (Il MiBACT aveva avviato progetti in tal senso per le opere conservate nei depositi dei grandi musei; v. I progetti Sleeping Beauty (http://musei.beniculturali.it/progetti/progetto-sleeping-beauty )  per la valorizzazione all’estero e un nuovo progetto rivolto ai musei italiani attualmente in corso).
 
Incremento degli spazi introduttivi -  Con le nuove esigenze di limitazione del numero orario di fruitori sarà necessario ampliare la comunicazione all’esterno, sia quella disponibile su web e reti museali dedicate, che quella informativa generale che introduce agli ambienti da visitare, dando, ove possibile, maggiore spazio per la sosta agevole e dotazioni informative (dai video alle brochure tematiche, anche come gioco o narrazione) alle “sale d’attesa” in caso si dovessero rispettare turnazioni per gli ingressi. Si andrebbe in sostanza a realizzare ex novo oppure ad ampliare quegli ambienti introduttivi che già esistono per quei monumenti in cui, per ragioni di conservazione, ci si mette di buon grado ad aspettare il proprio turno ascoltando una narrazione che ci permetterà, una volta all’interno, di cogliere dettagli che altrimenti potremmo trascurare a causa del tempo regolamentato della visita (si veda ad es. La Cappella degli Scrovegni dove, dopo il delicato restauro, per motivi conservativi si è limitato l’accesso che avviene a orari prestabiliti. Nell’attesa del proprio turno di visita si può vedere un video introduttivo in una sala appositamente predisposta).
 
Incremento dell’uso dei mezzi elettronici - Saranno necessariamente potenziati gli strumenti che permettono di prenotare e acquistare biglietti on line, esigenza su cui il MiBACT stava già lavorando prima dell’emergenza. Il pannello, la didascalia, le narrazioni scritte e parlate in via indiretta restano, salvo la necessità di trasferire le informazioni di ognuno di questi livelli informativi su un portale da cui il visitatore possa liberamente attingere attraverso il suo dispositivo per evitare assembramenti.  L’uso del dispositivo personale offre maggiore sicurezza ed ha già di fatto in molti casi sostituito l’audioguida; nei nuovi interventi si dovrà agevolare la predisposizione di connessioni wi-fi e reti interne utili alla trasmissione di tutti i contenuti della visita. Per chi preferisse comunque la lettura tradizionale si dovranno predisporre fogli di sala plastificati che permettano la disinfezione, oppure lasciare la possibilità di acquistare con un costo contenuto fogli di sala in formato di semplice riproduzione. Si dovrà ampliare la disponibilità di supporti tattili ad personam come schede di sala a rilievo piuttosto che l’uso di dispositivi comuni per tutti, in modo da poterli disinfettare adeguatamente ad ogni uso. Una lancia si può spezzare a favore di dispositivi come I visori del tipo oculus: essi, nonostante la grande qualità di riproduzione che permettono (si veda l’impianto realizzato per un ambiente della Domus Aurea a Roma) sono stati spesso accantonati nelle scelte allestitive non tanto per i costi quanto per la limitata possibilità di farne fruire contemporaneamente un grande numero di persone. In questa fase potremmo dunque riguadagnare in qualità approfittando del fatto che il gruppo di persone che può fruire dell’animazione è già di per sé limitato dalla disponibilità di postazioni. La necessità di prenotazione e organizzazione di gruppi limitati non scoraggia la domanda se l’esperienza che si ottiene dalla visita è di grande soddisfazione. Anche in questo caso si dovrà aggiungere ai costi di gestione la disinfezione del visore e della postazione prima della fruizione da parte del gruppo successivo.
 
Visite guidate - La narrazione diretta affidata alla guida è difficilmente sostituibile: l’interazione con una persona cui si possono porre domande è per una parte di pubblico gradita e normalmente utilizzata; non dovrebbe comunque risultare difficile, ferma restando la necessità di dotare il gruppo di dpi, rispettare il distanziamento prescritto attraverso l’uso, già diffuso, di trasmettitori audio con cuffie. La visita guidata in ogni caso permette una migliore gestione del tempo e del percorso. Più complicata la possibilità di interazione per lo spettacolo dal vivo nella modalità di visita teatrale: prima del covid si è iniziato infatti a progettare sperimentazioni di interpretazione teatrale dei luoghi della cultura, tema in cui il lavoro del narratore/sceneggiatore diventerebbe vitale. Sarà purtroppo necessario limitare gli spostamenti degli artisti coinvolti mantenendo la giusta distanza dai visitatori.
 
Due piccoli vantaggi - Accanto ai numerosi problemi possiamo considerare le occasioni di rinnovamento: dovremo attenerci a un orario stabilito, ma quell’orario ci permetterà finalmente di godere di capolavori con la corretta distanza e senza dover assalire I nostri vicini; la concentrazione sarà stimolata dalla limitatezza temporale della visita. La condivisione consisterà non nel contendersi una sala con altre cento persone ma nel rispettare il tempo a propria disposizione per poi cedere il passo agli altri. Altra conseguenza interessante potrebbe essere l’incentivo verso la visione di opere diverse da quelle più note e pubblicizzate. Il processo che stava lentamente portando il fruitore verso un maggiore interesse per la comprensione di un contesto più ampio era in corso e ora forse subirà un’accelerazione: il museo non potrà più coincidere con l’opera-icona (Quanto è bello e importante in sè, per la cultura, per la bellezza, per la storia, e quanto viene invece cercato dal visitatore per la notorietà mediatica? Riporto l’esperienza fatta dalla collega storica dell’arte Federica Zalabra in merito a una sua visita al Louvre lo scorso anno durante la quale risultava impossibile riuscire a vedere propriamente la Monna Lisa per l’affollamento nella sala ma si poteva in compenso stare da soli a guardare i Caravaggio e gli altri seicenteschi dimenticati nella sala accanto).  Forse il virus riuscirà a farci uscire dall’idea romantica del genio isolato e a farci entrare, per tutelare le opere e noi stessi, in una logica di comunità, in cui Leonardo, Raffaello, Michelangelo sono, oltre che uomini eccezionali, il frutto della cultura del loro tempo, di chi c’era a fianco e attorno a loro e di quanto detto e fatto da chi li ha preceduti: contesto che merita di essere anch’esso apprezzato e conosciuto.
 
Work in progress - L’anno scorso ha portato al varo del Sistema museale nazionale. L’emergenza covid ha rallentato il processo ma stimolato il MiBACT a riflettere sugli strumenti adottati e a chiedere agli utenti in via diretta, attraverso un questionario ad hoc da poco diffuso, cosa si vorrebbe per il prossimo futuro (il questionario è in atto e può essere compilato a questo link: https://docs.google.com/forms/d/1nqaT_Ge9MraJIoCeTZWYDD9kCZ3yiow7_ES84URPn04/viewform?edit_requested=true). La Direzione generale musei si sta muovendo in diverse direzioni, molte le sperimentazioni concluse o in atto. Una di esse è il concorso che ha coinvolto I giovani designer (http://musei.beniculturali.it/notizie/notifiche/dam-design-and-museums-2018) nella progettazione di oggetti per il merchandising e di servizi museali. Oltre a discutere e raffinare le indicazioni per migliorare il racconto museale, o, meglio, per l’allestimento e I suoi molti racconti, si potrebbero favorire gare e premi per elementi narrativi specifici, ad esempio la redazione di didascalie e pannelli, come avviene in altri paesi, con interessanti stimoli e risultati (Si veda ad es. Il concorso annuale dell’Amarican Alliance for Museums, https://www.aam-us.org/programs/awards-competitions/excellence-in-exhibition-label-writing-competition/). L’emergenza in atto ci porta ad aggiustare il tiro, ma non ferma il percorso verso l’obiettivo che ci siamo posti: provare, quando usciamo dal museo, complessa macchina culturale, soddisfazione e arricchimento, ossia quello che avviene quando leggiamo un buon libro: iniziamo senza sapere bene cosa aspettarci e all’ultima pagina ne vorremmo avere ancora altre perchè senza di lui ci sentiamo incompleti.
 
 
Clicca qui per leggere la prima parte

 
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Francesca Condò

Francesca Condò, architetto specialista in restauro dei monumenti con esperienze nel campo della pianificazione territoriale e conservazione del paesaggio, degli allestimenti museali e della divulgazione scientifica. Dopo gli studi, presso l’Università Sapienza di Roma, e la libera professione (storia dell’architettura, rilievo, restauro, valorizzazione del paesaggio, editing e ricerche per realizzazione musei, illustrazione e grafica) e collaborazioni col MiBACT ha lavorato presso la Soprintendenza Archeologica per le Province di Sassari e Nuoro (2012-2015) svolgendo lavoro di progettista e direttore dei lavori per interventi di restauro e per la realizzazione di mostre. Da settembre 2015 è in servizio presso la Direzione generale Musei del MIBACT con incarichi relativi a rapporti internazionali bilaterali, progettazione di mostre in Italia e all'estero. È attualmente coordinatore presso la stessa direzione dell’unità organizzativa...
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