Perché leggere classici. Camerotto e Pontani come Manolis Anaghnostakis

Duccio Rossi

23/03/2012

A domande sull’importanza della letteratura greca e latina e dei classici in generale rispondono Alberto Camerotto e Filippomaria Pontani, docenti all’Università Ca’Foscari di Venezia e ideatori del ciclo di letture dal titolo “Classi contro. Il pensiero critico dei Classici per l’Europa moderna”. Una serie di serate a teatro per riflettere sulle degenerazioni attuali, sia della politica che della società, partendo proprio dalla lettura di quei classici greci e latini che prima di noi hanno indagato tali problematiche.

Perché leggere i classici greci e latini ancora oggi?
Filippomaria Pontani – Questa è una delle questioni più annose delle "lettere classiche", su cui si gioca continuamente il futuro dei nostri studi. Per lo più si sente dire che i classici sono "attuali", o si sente decantare in maniera apodittica la loro eccellenza assoluta. Io sono convinto che le "attualizzazioni" contemporanee, da Joyce a Ritsos a Pasolini, siano senz'altro di estremo interesse per noi – come mostra peraltro l'inusitato recente fiorire dei reception studies ormai anche in area anglosassone. Ma ritengo altresì che gli autori greci e latini (e soprattutto i greci) meritino di essere studiati per se, nel loro tempo e iuxta propria principia, in quanto hanno in molti casi formulato per primi delle domande sul loro mondo che non ci hanno più lasciati nei secoli seguenti. Non solo le domande eterne dell'uomo, ma specificamente domande relative al nostro modo di stare insieme, di dialogare, di governare: più ci s'immerge nel contesto di quei testi meglio si colgono le analogie strutturali (e ovviamente, in parallelo, le diversità importanti) rispetto ai nostri propri dilemmi: è per questo che nei Classici contro abbiamo chiamato in scena essenzialmente degli "specialisti", degli studiosi non volti a una "divulgazione", ma al tentativo di far emergere dall'antico stesso quella tensione di pensiero che dura fino ad oggi più o meno isomorfa.
Alberto Camerotto – Ci sono due prospettive da mettere in gioco. Quella individuale e quella collettiva. Leggere un classico antico corrisponde a un impegno e a un confronto complesso, è come mettersi a confronto in un duello dal quale uscire sconfitti. Con fair play del vincitore. Un'umiltà e un orgoglio insieme. Con la sensazione di una storia di infiniti duelli che ci precedono. Sul piano collettivo, penso in particolare alla scuola e all'università. In una collettività ampia come quella europea pensare a una lettura comune e diffusa dei classici ci può dare una percezione di una società che non si arrende alla banalizzazione, e che proprio grazie alla lettura dei classici, grazie a questo sguardo che va lontano nel tempo e nello spazio, può dare un contributo di pensiero al mondo globale, senza appiattirsi di fronte ai diktat della globalizzazione. Una ricchezza e un dono.

Prendendo lo spunto dal titolo delle vostre serate a teatro, vi chiedo: perché e come i classici possono essere “contro” qualcosa?
Filippomaria Pontani – I classici sono "contro" perché obbligano a prendere posizione. C'è una poesia di un Greco d'oggi, uno dei grandi poeti del Novecento, Manolis Anaghnostakis, che come un pungolo esorta i lettori a rispondere: "Siete a favore o contro?". Ecco, i classici pongono domande continue perché – nel dilemma degli eroi tragici, nel rapporto con il divino o con il princeps, nella contradditorietà etica dell'agire e dello scrivere… – non offrono quasi mai comode soluzioni: mettono in campo, più o meno apertamente, i pregi e i difetti di ogni scelta, e costringono a schierarsi dopo un processo di riflessione consapevole. Per non rimanere troppo sul vago: l'anno scorso nel corso della nostra rassegna ci è capitato – in modo beninteso del tutto casuale: non l'avevamo certo previsto – di parlare di stranieri e identità alla vigilia dei primi fermenti della primavera araba, di trattare del "tiranno" all'apice del caso Ruby, di discettare di donne, giustizia e futuro tra Aung San Suu Kyi e Fukushima, di descrivere la liturgia e il meccanismo contributivo ateniese mentre l'economia greca sprofondava, di parlare di beni comuni e di stato nei giorni del Centocinquantenario. È sembrato in più d'un caso che le voci di Esiodo, di Pindaro, di Demostene, di Virgilio, di Ovidio, parlassero in realtà di questioni "nostre", dialogassero con il mondo che ci eravamo lasciati alle spalle entrando nel teatro. Il senso della rassegna è proprio questo: fare del teatro un luogo dove si riflette – solidamente – su un fenomeno storico, e poi si cerca di capire se siamo "a favore" o "contro" le idee che abbiamo visto in campo.
Alberto Camerotto – Se "contro" è inedito accanto ai classici, la motivazione viene dalla realtà che ci circonda. In Italia, ma non solo, abbiamo vissuto un ventennio di semplificazioni culturali e democratiche che hanno distrutto cultura e democrazia. I "Classici contro" entrano nell'agone della comunicazione con un intento ben diverso: non vogliono accontentare nessuno, ma vogliono porre dei problemi. Aprire una discussione che sappiamo non si può e non si deve chiudere. La loro voce distaccata ha un vantaggio, può dire le cose, tutte e a tutti – secondo le regole della “parrhesia” – senza strumentalizzazioni e manipolazioni. La filologia può dare un aiuto. I Classici greci e latini ci mettono in discussione e l'oggetto della critica siamo noi tutti, con i nostri comportamenti quotidiani, i nostri compromessi, la nostra illusione di poter chiudere gli occhi di fronte alle cose. Basta fare due esempi. La nostra democrazia dei cittadini italiani è passata attraverso una serie di trasformazioni, dai mass media al mercato, che sicuramente ci fanno dubitare di poter essere ancora dei cittadini. Le nostre democrazie occidentali è bene che si mettano in discussione prima di poter anche solo pensare a una 'esportazione'. I Classici sono contro l'inerzia e l'illusione dell'abbondanza, sono contro la nostra arroganza.

Oggi si parla molto di identità europea e di cultura comune, anche come conseguenza della crescente importanza dell’Europa politica che ha permesso di riscoprire e valorizzare anche aspetti culturali condivisi. La lettura dei classici come ci può aiutare a riscoprire e comprendere queste radici comuni? E in particolare, quali classici maggiormente sono più utili a tale presa di coscienza?
Filippomaria Pontani – Il discorso che facevo prima circa “l'eternità” delle domande poste dai classici è inscindibile dalla banale osservazione che quella continuità è in larga parte una continuità di sangue e di culture (anche di opzioni culturali, non sempre ovvie e talora anzi imposte) che lega l'identità di noi Europei a quel mondo e a quel passato. Certo, si può declinare questa continuità anche nel senso celebrativo, nazionalistico, totalitario: ma la nostra scommessa – che raccoglie una sfida di lungo periodo: quante volte i classici sono stati visti come potenzialmente pericolosi! – sta nel far emergere da Virgilio non già l'idea di una Romanità perenne da rinverdire, bensì il complesso dialogo con “l’altro” (Punico, Italico etc.), da Demostene non già il nemico della FYROM bensì il politico attento ai fondamenti ultimi della pericolante democrazia ateniese, da Aristofane non già l'ideale aristocratico del poeta conservatore bensì l'utopista che immagina un futuro diverso, da Erodoto e Tucidide non già i lodatori incondizionati dell'ideologia periclea bensì i tormentati testimoni di una gloria e di un declino che hanno mille rivoli e mille cause. Naturalmente nessuno di questi autori offre paradigmi rassicuranti, né risposte preconfezionate, loin de là: ma proprio nella molteplicità delle letture (anche di quelle che non ci piacciono) sta il potere dei classici greci e latini per la nostra civiltà europea – potere che (senza voler essere blasfemo) non mi sentirei di attribuire in egual misura al Nibelungenliedo, ai testi dei griots kenioti, che pure sono di estremo interesse per tutti noi e che dovremmo sempre sforzarci di capire in maniera comparativa e in maniera assoluta.
Alberto Camerotto – Il discorso sulle identità e sulle radici è qualcosa di difficile e problematico. Spesso anche pericoloso. Parlerei piuttosto di coscienza storica, civile e culturale come contributo e non come valore dato una volta per tutte su cui appoggiarci. La condivisione di questa consapevolezza e di questa coscienza con una potenza retrospettiva che giunge fino ai nostri classici antichi è una risorsa straordinaria che ci permette di essere e di pensare per il presente e per il futuro. I classici greci e latini hanno posto dei problemi, e dai miti alle storie sono divenuti archetipi condivisi per duemila anni. Se l'Europa gettasse questo pensiero e questa ricchezza non esisterebbe più, sarebbe come una città fatta solo di una periferia-dormitorio senza un centro storico che le dia un significato e nel quale vale la pena di vivere e di incontrarci. E tra classici non farei differenze, in un'Europa moderna con tutti i nostri classici, antichi e moderni, dobbiamo fare i conti. È più impegnativo, ma questo è il meglio che possiamo fare.

Sotto torchio
Libro e autore preferiti?

Filippomaria Pontani: Si può dire che c'è tutto nell'Odissea di Omero?
Alberto Camerotto: Se non c'è tutto nell'Odissea, come dice Filippomaria Pontani, beh, allora per quello che manca prendiamo l'Iliade. Certo né l'una né
l'altra sono un libro. E giustamente mia moglie si chiede come si
possa leggere sempre lo stesso libro da trent'anni. È da vedere quanto si vive.

L’ultimo libro letto?
Filippomaria Pontani: L. Gallino, Finanzcapitalismo, Torino, Einaudi 2011
Alberto Camerotto: E. Mauro - G. Zagrebelsky, La felicità della democrazia, Roma-Bari, Laterza, 2011

Il libro da consigliare ai lettori?
Filippomaria Pontani: G. Ritsos, Quarta dimensione
Alberto Camerotto: J. Saramago, Caino, Milano, Feltrinelli, 2010

Leggere è…
Filippomaria Pontani: Impegno
Alberto Camerotto: Un dialogo e un duello insieme


Duccio Rossi

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