Pizza a domicilio, come sempre

Paolo Ciampi

07/04/2020

Gli era venuto in mente già scendendo dall’aereo: quella vacanza sarebbe stata un mezzo disastro, se non un disastro totale. Sulla scaletta l’aveva sferzato un’aria gelida, da inverno alpino, di quelli da rimanere sigillati in baita davanti al camino. Ma come ci faceva questo vento come una frusta in Sicilia? L’aveva sempre considerata la terra del sole, dei sapori mediterranei, dei templi dell’antichi greci avvolti in lenzuola di luce. Ora i bambini battevano i denti nei loro piumini. Certo non era quello che si erano aspettati. Anche se per la verità almeno lui avrebbe potuto metterlo in conto, lui che si era intestardito a partire i primi di gennaio.
 
I giorni successivi non avevano fatto altro che confermare la prima impressione: sì, in questa vacanza niente sarebbe andato per il verso giusto. A Selinunte si erano beccati perfino la grandine, buon per loro che l’autista del pullman si era impietosito e li aveva aspettati. I bambini si erano immusoniti, in crisi di astinenza da giochi all’aperto e da cartoni animati alla televisione - perché nemmeno la tv funzionava nell’appartamento che avevano preso in affitto. Solo la moglie aveva trovato una parziale consolazione nei cannoli alla ricotta, bombe caloriche che di certo le avrebbero strappato inutili lacrime di coccodrillo sulla bilancia domestica. Tutto il giorno l’aveva inseguita con lo sguardo, scuotendo la testa. Si era lasciato pervadere dall’irritazione. Sì, l’irritazione. Non c’era cosa di lei che non la irritasse.
 
E i bambini, poi, quando mai avrebbero chiuso la bocca? Era stanco dei loro lamenti, gli bastavano i suoi. Avrebbe pagato per il silenzio, un silenzio per stare dietro solo ai suoi pensieri, un silenzio come unica vera vacanza, da premio meritato. Quel pomeriggio un timido raggio di sole li aveva indotti a una passeggiatina per Marsala. Davanti a un museo – ovviamente chiuso – aveva fatto un passo indietro, indispettito. Perché mai venire in Sicilia fuori stagione?  E con quel passo indietro aveva pestato una cacca. Presumibilmente l’unica cacca di cane in tutto il centro storico di Marsala.
 
Allora sì che le cose erano andate peggio. Per pulirsi la scarpa era rimasto indietro, lavoro inutile perché la cacca si era infilata in tutte le scanalature della suola di gomma, hai voglia a strusciare e ristrusciare. Era rimasto indietro e gli era piaciuto, rimanersene indietro. Solo finalmente. Che se ne andassero. Questo già metteva in chiaro qualcosa, almeno per quanto lo riguardava. Il resto dopo, al ritorno. Intendendo il ritorno a casa, non a quell’appartamento che forse andava bene per il mare d’estate, ma ora gli procurava solo depressione. Era sicuro, sarebbe tornato solo per andarsene. Nessuno ulteriore supplemento di agonia. Questo viaggio a qualcosa era servito. A scolpire una parola definitiva come un’epigrafe.
 
Era successo col black-out, quella sera stessa. L’appartamento era precipitato nel buio più pesto. Cose che succedono in Sicilia, aveva spiegato al telefono il proprietario dell’appartamento. La pioggia aveva sradicato i pali della luce. Chissà quando sarebbero riusciti a rimettere le cose a posto, con tutta l’isola allagata. Avevano acceso la stufa a gas. Una tenue fiammella celeste, alimentata dal basso. I bambini avevano preso due sedie, si erano sistemati ai lati. Al canto del camino, gli era venuto detto sulla punta delle lingua. Quella fiammella, il buio intorno, era la prima cosa buona che gli capitava da giorni. Piano piano lo sguardo si era abituato all’oscurità. Il bagliore ora staccava i contorni dei loro volti, disegnava un’espressione, tratteneva persino un riflesso degli occhi. Chiara, la piccola, si era voltata verso il fratello più grande: “Dario, mi racconti una storia?”. E lui aveva arricciato il naso, aveva tirato su i piedi, si era come rannicchiato sulla sedia. Poi aveva cominciato. Strano, non era da lui.
 
“C’era una volta…”.
“Cecco Rivolta”.
“No, c’era una volta una bambina che si chiamava Ciucciolina e che era come Cappuccetto Rosso. Una volta decise di andare nel bosco e allora incontrò…”.
“Il lupo cattivo”.
“No, l’Orso delle Storie. Ed ecco cosa le raccontò”.
 
C’era buio, intorno ai due bambini, ma soprattutto si era fatto silenzio intorno a loro, un silenzio diverso da quello che aveva sospirato da quando l’aereo era atterrato. Un silenzio migliore, sullo sfondo di quella storia che in qualche modo andava avanti, collage di battute, arzigogolo di fantasie, chiama e rispondi di due bambini che non avevano nient’altro che quella storia, per questo vi si aggrappavano.
Sì, fu lì, in quella sera senza luce, se non per una fiammella, in quella sera di silenzio, se non per un racconto che proseguiva a scatti, che arretrava per riprendere, che svoltava per smarrire la strada e ritrovarla, che perdendo il filo si lasciava alle spalle circostanze e personaggi. Fu lì che avvertì smuoversi dentro qualcosa. Le parole, già. Le parole che gli erano mancate e le parole che ora gli piovevano addosso come un dono. La forza delle parole. Chiara e Dario le stavano adoperando come l’incantesimo di una fattucchiera, come l’arma in mano al veterano dei marines.
 
No, non era perché si trattava dei suoi figli. Figli suoi lo erano anche prima. Piuttosto erano medicina, quelle parole. Vai a sapere se non l’avevano fatto apposta, se non era la partita che avevano provato a giocare, come a volte riescono solo i bambini. “Così Ciucciolina si trovò davanti al drago che ogni volta che apriva bocca faceva fuoco e fiamme…”. E ora, cosa sarebbe successo? Chiara era già crollata dal sonno, tra le braccia della madre. Di lei ora riusciva a scorgere qualche lineamento in più. Incrociò lo sguardo e non lo distolse. Pensò a un racconto di Jack London, gli uomini nel gelo del Klondike che si riscaldano con un falò e con i racconti. Pensò alle veglie dei bisnonni, di inverno nelle stalle e d’estate nelle aie. Pensò a formule magiche e a versi di trovatori. Pensò anche alle storie ad alta voce che gli erano mancate da bambino. Si sorprese a interrogarsi su come sarebbe andata a finire la storia di Chiara e Dario, vinti dal sonno.
 
Non lo sapeva, c’erano ancora molte cose che potevano succedere dopo l’incontro col drago che faceva fuoco e fiamme. E forse questa storia non doveva proprio finire. Non così almeno, con questo drago. Il giorno dopo avrebbero ripreso l’aereo. Decise che appena rientrati a casa avrebbero ordinato insieme le pizze a domicilio. Lui con prosciutto e funghi. Come sempre.

lI racconto rientra nell'iniziativa di Toscanalibri.it "Racconti di scrittori toscani per i giorni del Coronavirus".
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Paolo Ciampi

Paolo Ciampi
Giornalista e scrittore fiorentino, Paolo Ciampi ha lavorato per diversi quotidiani e oggi è direttore dell’Agenzia di informazione e comunicazione Toscana Notizie. Si divide tra la passione per i viaggi e la curiosità per i personaggi dimenticati nelle pieghe della storia. Ha all’attivo oltre venti libri con diversi riconoscimenti nazionali e adattamenti teatrali. Gli ultimi, in ordine di pubblicazione, sono L’uomo che ci regalò i numeri (Mursia) che racconta i viaggi e le scoperte del matematico Leonardo Fibonacci, "L’Olanda è un fiore. In bicicletta con Van Gogh", finalista del Premio Albatros – Città di Palestrina, e due libri che raccontano cammini, "Tre uomini a piedi" (Ediciclo) e "Per le Foreste sacre" (Edizioni dei Cammini). Con Tito Barbini è uscito per Clichy con "I sogni vogliono migrare". E' molto attivo nella promozione degli aspetti sociali...
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