Sole, indomite, avventurose. Le “Donne medievali” raccontate da Chiara Frugoni

Marialuisa Bianchi

23/11/2021

Una bella copertina che richiama uno dei personaggi narrati, Christine de Pizan, nel bel saggio “Donne medievali” (Il Mulino) di Chiara Frugoni che ha insegnato Storia medievale all’Università di Pisa, Roma e Parigi. Il suo metodo nell’occuparsi di storia è sempre stato quello di unire testi e immagini, considerandoli fonti di pari dignità; infatti il libro è corredato di numerose immagini, molto vivide e incisive tra l’altro: miniature, mosaici, tavole, affreschi, disegni. Chiara Frugoni, dopo “Vivere nel medioevo”, affronta l’universo femminile di quel periodo oggi tornato in auge in tutti i sensi, grazie all’opera divulgativa di alcuni studiosi, tra cui appunto Frugoni stessa, Barbero e Cardini, e anche ai molti riferimenti con l’oggi, pensiamo alla pandemia e alla peste di Boccaccio. Qui l’autore del Decamerone viene citato spesso, per l’elogio alle donne a cui dedica la sua opera e perché è sempre una fonte inesauribile di aneddoti e stili di vita.
 
 Il titolo riflette la scelta obbligata: per essere autonome le donne nel Medioevo dovevano necessariamente essere sole, indomite e lasciarsi prendere dall’avventura, anche loro malgrado. In questo saggio l’autrice conferma la tendenza a liberarsi dallo stereotipo di Medioevo epoca barbara e buia, nel riconoscere alle donne la possibilità di studiare e di assumersi responsabilità politiche, all’occasione, che l’età di mezzo concedeva alle donne assai più dell’antichità classica. Purtroppo il Medioevo è raccontato dalle parole degli uomini, Frugoni sposta lo sguardo e ascolta le voci femminili; infatti con la regina Radegonda, poi entrata in convento, mette a confronto il biografo ufficiale e la narrazione di una consorella che la descrive in modo diverso. È capace di edificare ospedali per le donne, rispondere alle rime di Venazio Fortunato, giocare a dama e altre cose dilettevoli.
 
Nella società medievale, dove conta la forza guerriera e dura, le donne sono in ombra, ma non del tutto invisibili: per lo più analfabete e sottomesse, vilipese e umiliate o viste come angeli; talvolta pensate quasi come specie a parte rispetto agli uomini non hanno voce. A meno di non entrare a far parte di un convento, dove sono concesse loro molte cose. Sono recluse, ma libere di leggere e studiare o ricamare, anche dipingere. Qui la vita delle donne è più lunga: non partoriscono e quindi non rischiano le infezioni, non fanno lavori pesanti, mangiano tutti i giorni e le più fortunate mettono in atto quello che Virginia Wolf definirà secoli dopo: Una stanza tutta per sé.
 
Frugoni si domanda più volte da dove venga la misoginia del clero e nei testi degli uomini, tranne nel “Decamerone”. Indubbiamente la Chiesa ha terrore delle donne. Una volta affermatosi il celibato dei preti con Gregorio VII, ogni donna è una Eva tentatrice, non compagna dell'uomo, ma incarnazione della trasgressione da cui fuggire. Il serpente si rivolge a Eva, perché sa che della coppia è la più adatta a disubbidire. Infatti per la Chiesa non è peccato bestemmiare il nome di Eva (e quello di Giuda naturalmente). Nelle epoche successive le donne restano offuscate e segregate, specie nelle classi alte, soprattutto dopo le parole di san Paolo, che ordina loro di tacere, di non insegnare e di astenersi dall’avere ruoli attivi in famiglia e nelle società.  Eppure qualcuna riesce ad emergere dall’anonimato e a lasciare traccia di sé, personalità eccezionali, capaci di infrangere le regole di un destino già stabilito. E a costoro che va l’attenzione di Chiara Frugoni: sono monache e regine come Radegonda di Poitiers, scrittrici innovative come Christine de Pizan, personaggi entrarti nella leggenda come la papessa Giovanna, figure potenti come Matilde di Canossa, donne comuni ma molto intelligenti come Margherita Datini di Prato.
 
Queste figure si differenziano perché sono sole, caparbie e talvolta vivono una vita avventurosa per realizzarsi come persone, pienamente consapevoli. In particolare citerò Christine de Pizan: rimasta vedova giovanissima, scoprì la scrittura come mezzo per elevarsi ma anche per sostenersi. Riuscì a costruire uno scriprorium con numerosi copisti e miniatori alle sue dipendenze: viene ricordata per la difesa delle donne calunniate, numerose all’epoca, e non solo. Proprio l’approfondimento e lo studio delle figure relative a Christine svela particolari nuovi sul personaggio, già studiato, ma mai così approfondito. C’è un immagine eloquente nel suo libro, “La città delle dame”, dove si vede Christine aiutata da Giustizia, Rettitudine e Ragione. Nei numerosi testi che scrisse e fece copiare e diffondere parla di come le donne fossero calpestate, uccise, come succede anche oggi.
 
Un’altra donna che ha colpito la mia immaginazione, di cui già conoscevo la vita, è Margherita Bandini andata in sposa a Francesco Datini, famoso mercante pratese a cui si deve l’invenzione della cambiale (lui aveva 41 anni e lei 16). Margherita non rimase vedova e visse a lungo sposata, peccato che il marito fosse spesso all’estero per affari, dunque Margherita era quasi sempre da sola con l’incarico di sovrintendere la casa e gli affari, cosa che fece con grande capacità, salvo lamentarsi spesso proprio per il peso e per essere quasi sempre sola e denigrata dal marito. Di questo abbiamo un resoconto dettagliato attraverso le lettere, un carteggio molto fitto. Margherita era semianalfabeta, nonostante fosse di nobile famiglia e questo la dice lunga. Decise di imparare a scrivere quando aveva già 36 anni e ci rimane una fitta corrispondenza con il marito, 268 lettere di Margherita e 250 di Francesco. Sappiamo anche che Francesco non la incoraggiò, temendo che l’attività di leggere e scrivere la distraesse dalle altre occupazioni più confacenti a una signora! Mentre lui se la spassava con altre. Abbi a mente casata ed ella mi intenderà bene, un detto che alludeva alle distrazioni sessuali del marito, facendo capire chiaramente che lo conosceva bene e sapeva tutto. Donna molto intelligente, Margherita non accettava di essere sottomessa alla volontà di Francesco e reclamava un ruolo diverso e una considerazione che il marito non le attribuisce. Ma d'ongni chosa mi darei pace, pure che fosi chognosciuto la metà di quello ch'io fo (Margherita Datini, lettera del 28 agosto 1398). Non ebbero eredi, cosa di cui Margherita si crucciò sempre, anche perché il marito ne attribuiva la colpa a lei, che fece di tutto ma l’erede non arrivò mai. Pur tuttavia allevò in casa con amore la figlia naturale di Francesco, Ginevra, nata dalla schiava Lucia. Donna di profonda umanità, soprattutto con le altri madri a cui morivano spesso i figli. Margherita dice che Dio non le ha concesso la felicità di avere un figlio, ma le ha evitato il dolore di perderlo. E scriveva di Tommaso Soderini che era morto: è ito a chotare con Messer Domeneddio, cosa fosono tutti gli altri che si dilettano di dir male delle femine.
 
 
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Marialuisa Bianchi

Marialuisa Bianchi, molisana d’origine, si è laureata in storia medievale a Firenze dove vive. Ha insegnato Italiano e Storia nelle scuole superiori.  Ha pubblicato il romanzo storico “Ekaterina, una schiava russa nella Firenze dei Medici nel 2021” e  “La promessa di Ekaterina” (edizioni End).  Ha esordito con un libro di racconti per adolescenti “Vie di Fuga” F. Angeli (con prefazione di Dacia Maraini), un testo teatrale...

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