Steinbeck: nel cuore degli umili i frutti del furore

Luigi Oliveto

25/05/2017

Tra i molti appuntamenti del recente Salone del Libro di Torino ha suscitato un grande interesse il “rave letterario” di Alessandro Baricco che, in un capannone dismesso della Fiat, ha letto alcuni brani tratti da “Furore” di John Steinbeck. Romanzo del 1939, simbolo della Grande Depressione americana, racconta l’odissea della famiglia Joad. E, attraverso la loro vicenda, la storia di migliaia di americani che costretti a lasciare la propria casa e la propria terra nel Midwest, migravano in California, marciando penosamente lungo la Highway 66, verso l’illusione di una terra promessa. Ad aspettarli, infatti, trovavano solo sfruttamento, miseria, fame. Avevano perduto le loro fattorie espropriate dalle banche, dopo che il cataclisma delle tempeste di polvere aveva disperso l’humus utile alle coltivazioni. Erano i nuovi poveri, e la miseria se la portavano addosso come un’infamia. Qualcosa, insomma, che – con altre persone, con altri mondi – richiama il nostro presente. Quasi con la forza di un monito biblico, Steinbeck scriveva: “E gli occhi dei poveri riflettono, con la tristezza della sconfitta, un crescente furore. Nei cuori degli umili maturano i frutti del furore e s'avvicina l'epoca della vendemmia”.
 
 
Arrivarono ansimando davanti al fienile e trovarono riparo sotto la tettoia. Da quel lato non c’erano porte. Si scorgevano arnesi arrugginiti sparsi qua e là: un vecchio vomere, una sarchiatrice rotta, una ruota di carriola. La pioggia picchiava forte sul tetto e velava l’entrata. Pa’ poggiò con delicatezza Rose of Sharon su una cassa bisunta. “Buon Dio!” disse. Ma’ disse: “Capace che dentro c’è il fieno. Guarda, qui c’è una porta.” Fece stridere la porta sui cardini arrugginiti. “C’è il fieno!” gridò. “Forza, venite.” Dentro era buio. Un po’ di luce filtrava tra le giunture delle assi. “Sdraiati, Rosasharn,” disse Ma’. “Sdraiati e riposati un po’. Ora vedo di trovare un modo per asciugarti.” Winfield disse: “Ma’!”, e il fragore della pioggia sul tetto soffocò la sua voce. “Ma’!” “Che c’è? Che vuoi?” “Guarda! Lì nell’angolo.” Ma’ guardò. Nella penombra c’erano due figure: un uomo sdraiato sulla schiena, e un ragazzo seduto accanto a lui, con gli occhi sbarrati che fissavano i nuovi venuti. Mentre Ma’ lo guardava, il ragazzo si alzò lentamente in piedi e andò verso di lei. La sua voce era roca. “È vostro questo posto?” “No,” disse Ma’. “Siamo entrati solo per toglierci dalla pioggia. Nostra figlia sta male. Non è che hai una coperta asciutta, così le faccio togliere i panni bagnati?” Il ragazzo tornò nell’angolo, prese una coltre sudicia e la porse a Ma’. “Grazie,” disse Ma’. “E lui che ha?” Il ragazzo parlò con voce roca e piatta. “Prima era ammalato, ora sta morendo di fame.” “Cosa?” “Sta morendo di fame. S’è ammalato raccogliendo il cotone. Non mangia da sei giorni.” Ma’ si avvicinò all’angolo e guardò l’uomo. Era sulla cinquantina, aveva il viso smunto sotto la barba, e gli occhi spalancati erano spenti e fissi. Il ragazzo era accanto a lei. “Tuo padre?” chiese Ma’. “Sì! Diceva che non aveva fame, o che aveva già mangiato. La sua roba me la dava a me. Ora non si regge in piedi. Non ce la fa manco a muoversi.”
Il rombo della pioggia si attenuò fino a dolce sussurro sul tetto. L’uomo smunto mosse le labbra. Ma’ gli s’inginocchiò accanto e accostò l’orecchio. Le sue labbra si mossero di nuovo. “Certo,” disse Ma’. “Va bene. L’aiuto io. Il tempo che faccio levare i panni bagnati a mia figlia.” Ma’ tornò dalla ragazza. “Su, levati quella roba,” disse. Allargò la coltre in modo da nascondere il corpo di Rose of Sharon. E quando fu nuda, Ma’ la ravvolse nella coltre. Il ragazzo era di nuovo accanto a lei a spiegare: “Io non lo sapevo. Diceva che aveva mangiato, o che non aveva fame. Ieri sera ho spaccato una finestra e ho rubato un pezzo di pane. Gliel’ho fatto mangiare a forza. Ma l’ha ributtato tutto, e poi era ancora più fiacco. Ci vuole la minestra o il latte. Voi ce l’avete i soldi per un po’ di latte?”. Ma’ disse: “Zitto. Non t’inquietare. Ora vediamo di sistemarlo”. All’improvviso il ragazzo urlò: “Ho detto che sta morendo! Mi muore di fame.” “Zitto,” disse Ma’. Guardò Pa’ e Zio John che fissavano angosciati il moribondo. Guardò Rose of Sharon avvolta nella coltre. Gli occhi di Ma’ oltrepassarono gli occhi di Rose of Sharon, poi tornarono a posarsi su di essi. E le due donne si guardarono profondamente negli occhi. La ragazza di colpo ansimò. Disse: “Sì.” Ma’ sorrise. “Lo sapevo che lo facevi. Lo sapevo!” Abbassò lo sguardo sulle sue mani, giunte con forza sul grembo. Rose of Sharon sussurrò: “Per favore… uscite… tutti.” La pioggia stormiva delicata sul tetto. Ma’ si sporse e con il palmo della mano scostò una ciocca di capelli dalla fronte della figlia, poi le diede un bacio sulla fronte. Ma’ si alzò bruscamente. “Forza, gente,” disse. “Andiamo tutti nel capanno degli attrezzi.” Ruthie aprì la bocca per parlare. “Zitta,” disse Ma’. “Zitta e muoviti.” Li spinse fuori, si tirò dietro il ragazzo; e chiuse dietro di sé la porta scricchiolante. Per qualche istante Rose of Sharon rimase seduta immobile nel fienile pieno di fruscii. Poi si alzò in piedi a fatica e si strinse la coltre intorno al corpo. Avanzò lentamente verso l’angolo e si fermò davanti all’uomo, guardando il suo volto devastato, i suoi grandi occhi spauriti. Poi lentamente gli si sdraiò accanto. L’uomo scosse lentamente la testa. Rose of Sharon scostò un lembo della coltre e si denudò il seno. “Devi,” disse. Gli si strinse addosso e gli avvicinò la testa. “Così!” disse. “Così.” La sua mano scese sulla nuca dell’uomo e la sorresse. Le sue dita gli accarezzarono dolcemente i capelli. Poi alzò lo sguardo verso il fondo del fienile, e le sue labbra si unirono per un sorriso misterioso.
 
[da Furore di John Steinbeck, trad. di Sergio Claudio Perroni. Bompiani, 2003]
 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città  e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato il libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchili (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini,  è curatore del libro di...

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