Golem. I nuovi poveri con lo zucchetto

Giuseppe Burschtein

31/01/2011

La crisi si fa sentire, eh se si fa sentire, anche fra gli ebrei di New York. Quel mondo infagottato nei pastrani neri, con lunghe basette a ricciolo che spuntano da cappelli a falda larga e scodinzolano su barbe rade e filose, con le mogli imparruccate e uno stuolo di figli al seguito. Eccoli lì, tra i mattoncini rossi di Midwood nel bel mezzo di Brooklyn. Passano e ripassano sul marciapiede come se il mondo fosse solo quello. Comincia con “Mid” e finisce per “wood”. Preghiera, famiglia, lavoro e poi ancora preghiera e poi casa e poi lavoro. Poi il lavoro finisce. Unica cosa che può terminare oltre alla vita anche ad un ebreo osservante. Un turbine che in quest’anno di economia tossica non ha risparmiato nemmeno chi era davvero lontano dai fasti di Wall Street o le ricche buone uscite dei supermanager della finanza. Poveri diavoli in palandrana scura sgualcita; commessi di elettronica, venditori di stoffe, camerieri in una rosticceria, assistenti di un macellaio. Tutto svanito con la grande crisi. Sogni, paga e aspettative. “We work for food”; lavoriamo per mangiare, supplicano gli ex manager neo mendici. La vita è ancora più difficile quando il “food” deve essere anche “kosher”, secondo le regole ebraiche. Dieta irrinunciabile per chi teme più Dio che la fame. Fortuna che novello salvatore, Mosè spartiacque, quest’anno ci ha pensato City Harvest, l’organizzazione che da tanti anni sfama la New York dei più sfortunati, che quest’anno ha iniziato a distribuire razioni di cibo contraddistinte da una K stampata sulla confezione. E se la manna non arriva dal cielo, benedetta quella che almeno arriva col camion. Bestioni bianchi e verdi a 18 ruote dai quali si scaricano casse di succo di frutta, banane, fagioli, carne in scatola, patate, farina di ceci, qualche dolcetto. Cartoni impilati uno sull’altro, stipati in vecchi depositi, diventati nuovi supermercati della povertà. Una parvenza di negozio che per qualche attimo fa dimenticare l’imbarazzo di una spesa senza denaro. Borsoni che si susseguono trascinati da anziane matrone ridotte al lumicino, occhi lucidi dietro vecchi occhiali incerottati ma che paiono sapere di dover durare per sempre. È la dignità triste di una vita diventata, giorno dopo giorno insostenibile, ma che almeno il sabato, con quello shopping placebo, torna a essere la festa ricca di sempre.

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