Golem. Il sogno della città sul mare

Giuseppe Burschtein

03/03/2011

Il destino spesso è scritto nel proprio nome oppure nel luogo dove si nasce. Per l’appunto lui era nato in una regione che solo a sentirla pronunciare evoca fascino e avventura. Bessarabia. Una lingua di terra fra i fiumi Prut e Nistro e che oggi apparterrebbe un po’ alla Moldavia e in parte all’Ucraina. Allora, nel 1861, quando lui nacque a Yachimovichi, quella striscia vicino al Danubio era un pezzo del grande Impero russo pieno di meraviglie e contraddizioni nel quale sarebbero cresciuti in fretta il vento della rivoluzione e quel bambino con gli occhi zeppi di sogni di nome Meir Dizengoff. E i sogni, quando non svaniscono con le prime luci dell’alba, hanno a che fare con una straordinaria capacità di tracciare il futuro; diventano visioni, poi mito, energia, infine realtà. La favola onirica di Meir Dizengoff si chiama Tel Aviv. Una città costruita sulla sua immaginazione, sulle sue intuizioni, sulla sua volontà. Militare nell’esercito imperiale russo, poi rivoluzionario convinto contro lo Zar, viene arrestato a Odessa nel 1885 per le sue simpatie per il movimento terrorista antizarista Narodnaya Volya. L’amicizia con Leon Pinsker, uno dei padri del sionismo, lo spinge ai primi contatti con la Palestina e dopo la laurea in chimica a Parigi dirige una fabbrica di bottiglie in Medio Oriente per conto della famiglia Rothschild. A parte il gioco di parole, l’avventura vetraria fu un fiasco. Tornato in Russia incontra Teodoro Herzl. “Uno” come dice lui “che voleva dare una patria agli ebrei”. È di nuovo in Palestina, stavolta a Jaffa, porto romano di straordinaria bellezza. Conclude affari, tratta con le casate arabe residenti l’acquisto di terreni. Le prime sessantasei famiglie di ebrei nel 1909 si spartiscono un pezzetto di spiaggia appena perimetrato da pochi legnetti portati dal mare. È primavera e tira ancora un vento fresco. “Ricordo ancora” dice guardando quei quadranti di sabbia delimitata “quando Tel Aviv non era che un pezzo di terra strappato al mare…” Poi il racconto si ferma; e si smarrisce nella memoria del futuro presente come di regola nei sogni che si avverano.

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