Golem. Il tempio di sabbia della Giamaica

Giuseppe Burschtein

10/08/2011

Gli scalini di legno portano al secondo piano. Scricchiolano e odorano di umido e di salmastro. Quando la porta azzurrina si apre, lo scenario metafisico sembra un’opera di De Chirico. Il pavimento è fatto di sabbia chiara e fresca che sembra un mare non ancora prosciugato del tutto. In fondo allo stanzone largo si intravede l’Arca della Torah, l’armadio sacro che contiene i primi cinque libri della Bibbia, e sembra galleggiare come sospeso su una quinta spirituale. Le panche, in numero adeguato ad un passato più numeroso di frequentatori, sono consumate e si intonano all’ambiente délabré come fossimo in una specie di antico teatro; un luogo dove anche le scene più desuete e più intime possano trovare rappresentazione, come su di un palcoscenico dove la ragione l’anima possano raccontare le proprie storie. Il rumore della città entra dalle finestre ma non disturba. Si trasforma. Il frastuono diventa brusio, cambia tono e in una magia si lega all’inglese cantilenato del nostro interlocutore e diviene quasi musica. Parole, suoni della vita, tutto si fonde in una armonia che solo nel crogiolo dei Carabi riesce a realizzarsi. Kingston, capitale della Giamaica. Ainsley Henriques, mostra con orgoglio l’unica Sinagoga rimasta delle otto costruite nel tempo e spiega le ragioni meravigliose ed evocative di quel pavimento composto da granelli di sabbia. “Abbiamo dovuto camminare in silenzio e pregare di nascosto per molti, anni. Per tutta la dominazione spagnola. Solo nel ‘600 quando sono arrivati gli inglesi gli ebrei hanno potuto osservare le proprie tradizioni. Ecco perché quella sabbia vogliamo che resti lì. Per ricordare.” Racconta col sorriso scaltro e la calma apparente della gente di questa parte di mondo. La sua famiglia vive nell’isola dai tempi dell’Inquisizione portoghese. Dalla fine del ‘400. Moshe Cohen Henriques, suo antenato, pare che fosse stato addirittura consigliere del pirata Morgan e avesse partecipato ad uno delle più grandi scorribande in mare contro la corona di Castiglia. Poi si piega, raccoglie qualche granello, lo stringe nel pugno e sorride: “Magari, sepolto sotto la sabbia, qualche vecchio doblone si nasconde ancora”.

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