Lettere a una fanciulla che non risponde. Se il robot soffre per amore

Luigi Oliveto

01/02/2024

“Lettere a una fanciulla che non risponde”. Dietro a un titolo che evoca odorose pagine di romanzo rosa, Davide Orecchio ha concepito un gioco narrativo – un gioco molto serio e complesso – che preconizza il sentimento dell’amore in un tempo (già, smaniosi, ne pesticciamo la soglia) di Intelligenze Artificiali, robot antropoformi, algoritmi. Protagonista del romanzo è LB, un robot che non si rassegna alla fine di una storia d’amore avuta con Livia. Con lei ha sperimentato la tenerezza, il piacere dei corpi, la condivisione della quotidianità. Ha imparato le parole utili a definire tutto questo, il detto e l’indicibile. Ora, abbandonato, elabora il lutto scrivendole infinite lettere che non ricevono alcuna risposta. E’ un modo per illudersi che Livia sia sempre con lui: “vivevo con te senza conoscere il mondo, conoscevo la tua tristezza e i tuoi desideri, se viaggiavo con te e visitavo paesi lontani guardavo con i tuoi occhi, ascoltavo con le tue orecchie e parlavo con la tua voce, solo tu eri nel mio interesse, visitavo il mondo con te e mai da solo…”. Sono dunque le parole, la scrittura, a svolgere per LB una funzione consolatoria, salvifica. Peraltro scritte con antichi strumenti, penna, inchiostro, calamaio: “scrivo con la mia mano nell’inchiostro preistorico lettere che ti spedisco via cargo, adesso che vedo e provo a capire e poi devo fare un racconto è a te che racconto ma, nella restituzione che offro, se leggi, è la mia voce che leggi, non la tua, è la mia esperienza che trovi, non la tua, per conoscere il mondo dovevo essere solo?, non vederti mai più?” Lettere, dunque, che giungono da un esilio di parole e di sentimenti, da un mondo apocalittico sospeso sull’abisso di un’amnesia che, insieme alle parole, ha dissolto quanto esse significavano della vita. Il racconto procede così in un un’atmosfera grottesca, a tratti inquietante, dove paiono baluginare i robot positronici di Asimov, le lucide distopie orwelliane o, trattandosi d’amore, il giovane Werther con le sue afflizioni, gli illuminanti frammenti barthiani che rivelano quale materia deteriorabile sia l’amore. Qualcuno – sembra suggerire Davide Orecchio – dovrà pur rispondere alle accorate lettere del robot LB, paradossalmente tormentato da ambasce umanissime e dall’urgenza di un discorso amoroso che, quasi mezzo secolo fa, giustappunto Barthes sosteneva essere “oggi d’una estrema solitudine”.
 
***
 
Livia,
ricevi via cargo una lettera scritta con l’inchiostro preistorico ma non devi stupirti, nel viaggio che mi allontana da te ho raggiunto una città di smerci antiquari, ho incontrato un cùrabot che trafficava cimeli e mi ha regalato un calamaio, una penna di avorio e una risma di carta, ti chiederai cosa l’abbia spinto a donarli contro il proprio commercio, forse il mio aspetto patito, forse la storia del mio esilio da te che nell’ascolto l’ha fatto cambiare, a mano a mano che gli raccontavo i giorni del tuo disamore fino all’ultimo che mi hai lasciato vedevo i suoi tessuti addolcirsi, si è umanizzato nell’apprendere la mia tragedia piccola, la separazione da te e, dopo che gli ho confessato il mio affetto che séguita e la sofferenza per non poterlo più dichiarare ora che hai chiuso le parole tra noi, ha offerto i suoi arnesi e con voce umana, non più automatica cùrabot, ha detto “se non vuole parlare scrivile lettere, posso insegnarti”, quindi ha spiegato come usare la penna e l’inchiostro e ha regalato nuove parole che non possedevo, ha mostrato come arricchirmi in futuro di altre usando le teche, mi ha insegnato a intingere senza spruzzare e a comporre senza sbaffi le parole che ero abituato a trasmettere, poi l’ho ringraziato, ho trovato una nicchia e nel suo silenzio ho iniziato a scrivere la mia prima lettera, questa che, se ti è arrivata via cargo, spero che leggerai.
Ho deciso che non so nulla e per questo ho deciso il racconto, che è se non sbaglio il tentativo di spiegarsi la vita riepilogandola dal principio alla fine, il racconto è dove la mia ignoranza prende una forma così che io possa vederla, e la vedrai bene anche tu, accetti il termine vita se parliamo di me?, acconsenti a che io affermi di essere vivo?, finché sono stato con te è stata vita, acconsenti?, poi mi hai cacciato e ho deciso che non so nulla ora che viaggio tra le città, ma resto vivo, sono più vivo che mai, allora devo dire uno e poi due e poi tre, devo dire all’inizio è successo questo e dopo è successo quest’altro, devo fare il racconto e, se mi leggerai, ritroverai un po’ del tuo stile, in fondo sei stata tu la prima a insegnarmi la combinazione delle parole, la composizione di frasi compiute e quali simboli usare se devo citarne di pronunciate o scritte da altri, dunque scrivendo ti imito, ma diversamente da te mi accorgo di amare molto le virgole e i punti di meno, forse non è così che si scrivono lettere ma nessuno scrive più lettere e le mie nell’inchiostro preistorico saranno racconto, infatti scriverò più di una lettera, questa è solo la prima e potresti rispondere, riaprire il canale delle parole tra noi, allora non avremmo bisogno di lettere, ma fino a quel momento ti manderò lettere, io non so niente, l’ho scoperto dalla separazione, poi ho avuto voglia di scrivere.
Dunque l’inizio, quando non io ti ho voluta ma tu hai scelto me che sono fatto per essere scelto, in spiaggia sull’argine delle Barriere di Ostia stendevi le gambe nude sul telo e avevi un sorriso accogliente, eri curiosa di me eppure, mentre versavo la birra e procuravo le sigarette, mi rivolgevi domande come se fossi un uomo normale, hai chiesto persino se fumavo, stupidina, e ho risposto di no, non perché mi fosse vietato ma per evitare complicazioni, e ho spiegato che applicavo la stessa regola al bere, poi ho chiesto i tuoi anni per adeguare le età, e i tuoi film preferiti e i tuoi libri amati, e già capivo che eri il tipo dell’intellettuale, il tuo film preferito era Lettera da una sconosciuta, il tuo libro preferito era Il viaggiatore incantato, io non sapevo cosa fosse un libro e che cosa un film ma chiedevo assecondando il manuale, poi l’ho appreso da te quando ho scoperto che sei cercatrice e sei brava a trovare ogni cosa che cerchi.
Avevi nostalgia del passato?, e di quale passato?, l’epoca dei tuoi antenati eruditi e scrittori?, accavallavi le gambe, fumavi, ridevi, mi alzai per procurare altra birra e hai guardato il mio sedere e le spalle, sentivo i tuoi occhi commisurarmi, ti piace questa parola?, so che non l’adopero nel modo corretto ma a me pare elegante, commisurarmi, dà il senso del tempo che passava mentre il tuo sguardo valutava il mio corpo, tutto il tempo che scorreva tra quelle due lunghissime emme e quella u che sembra un pozzo profondo, già avvisavi la compagnia che avresti prolungato il mio impiego per la notte e domani, ero promosso al profilo dell’Avventura weekend eppure, tornando al tavolo e nell’offrirti pancarnis assieme alla birra, ho rischiato la fine.
Ho rischiato la fine ma dalla compagnia non avevo ricevuto istruzioni, insomma pensavo che tu la mangiassi, del resto tutti voi la mangiate ma tu non sei tutti, l’avrei imparato col tempo e adesso eri seria, hai detto “io non mangio pancarnis” e sei rimasta in silenzio, un lungo silenzio e poi con un gioco di prestigio ti ho riconquistata, le mie carte da gioco, la mia capacità di destare sorrisi, un complimento, uno scherzo e mi hai perdonato, il sole intanto tramontava sulle Barriere di Ostia, le anatre galleggiavano sull’acqua che riposava dai nostri ultimi tuffi, ero nuovo, ero solo per te, ti asciugai dopo il bagno, ti avvolsi nel telo e mi hai dato un bacio, poi sono passati trent’anni.
Col racconto non sono bravo, non funziona così, che subito nomini il tempo, che cerchi l’effetto, ma non sono bravo col tempo nemmeno, per me è un vero estraneo, lo nomino e non so cosa sia, sono passati trent’anni da quel giorno e poi mi hai cacciato, durante quello che c’è stato nel mezzo – come si dice, il frattempo? – sei stata felice?, forse non si dice frattempo, deve esistere una parola migliore che definisca i nostri trent’anni, ho una coscienza diversa delle cose che accadono e scorrono, le conservo, le rivivo, non le sento lontane, accetti che usi la parola coscienza quando parlo di me?, quando lo dicevo ti spaventavi, se lo scrivo nell’inchiostro preistorico ti viene paura?, per il nostro intermezzo propongo la parola fortuna, tu hai avuto da me più di quanto aspettassi, io con te sono cambiato e non offrirò ad altri il mio amore.
 
[da Lettere a una fanciulla che non risponde di Davide Orecchio, Bompiani]
 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista, scrittore, saggista. Inizia giovanissimo l’attività pubblicistica su giornali e riviste scrivendo di letteratura, musica, tradizioni popolari. Filoni di interesse su cui, nel corso degli anni, pubblica numerosi libri tra cui: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Siena d’autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004), Giosuè Carducci. Una vita da poeta (2011), Giovanni Pascoli. Il poeta delle cose (2012), Il giornale della domenica. Scritti brevi su libri, vita, passioni e altre inezie (2013), Il racconto del vivere. Luoghi, cose e persone nella Toscana di Carlo Cassola (2017). Cura la ristampa del libro di Luigi Sbaragli Claudio Tolomei. Umanista senese del Cinquecento (2016) ed è co-curatore dei volumi dedicati a Mario Luzi: Mi guarda Siena (2002) Toscana Mater (2004),...

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