Perché leggere i classici. “I fratelli” di Terenzio e i consigli per i nostri figli

Duccio Rossi

25/01/2011

Oggi il problema dell’educazione dei figli e del comportamento giovanile è spesso al centro dell’attenzione. Giornali, programmi televisivi e talk show parlano frequentemente di "bullismo", disagio giovanile, ragazzi senza regole che non sanno affrontare i problemi della vita e che alla prima difficoltà tirano i remi in barca, o – ancor peggio – sprofondano nel mondo della droga e dell’alcol.
Educare un figlio non è certo cosa semplice. Spesso non bastano la buona volontà dei genitori e il loro esempio, poiché oggi giorno i ragazzi sono bombardati da tutta una serie di informazioni esterne che possono vanificare in poco tempo il lavoro che avviene all’interno delle mura domestiche. Ma non è neppure giusto demonizzare i nostri tempi, poiché ogni epoca ha avuto ed avrà sempre le proprie distrazioni e le proprie strade fuorvianti, con tutte le tentazioni annesse e connesse.
Ed infatti, già nel II secolo a. C., tale problematica era così sentita che il commediografo latino Terenzio decise di dedicarle una delle sue più riuscite commedie: I fratelli. Publio Terenzio Afro, uno dei grandi padri dell’humanitas, intesa letteralmente come tutto ciò che concerne l’essere umano. Homo sum, humani nihil a me alienum puto disse infatti con uno dei suoi versi più celebri. Con la commedia I fratelli, ripresa da un originale greco di Menandro, Terenzio vuole comunicare al suo pubblico che la rettitudine comportamentale è un ethos, ovvero un’abitudine; e di conseguenza essa necessita di essere coltivata spontaneamente dal profondo dell’animo e non di essere imposta con la forza dall’esterno.
Tale commedia porta quindi sulla scena due diversi metodi pedagogici: quello autoritario adottato da Demea e quello liberale adottato da Micione. Il metodo educativo del vecchio Demea si basa unicamente su rigide imposizioni, mentre Micione ha preferito affidarsi alla persuasione. Le vicende della commedia dimostrano poi che Ctesifone, figlio di Demea, educato solamente per mezzo di comandi autoritari, risulta essere il più indisciplinato, mentre Eschino, figlio di Micione, abituato alle buone azioni non per costrizione ma per convincimento, si rivela invece generoso e addirittura magnanimo nei confronti del fratello.
Educare un figlio non vuol dire infatti comandarlo, bensì portarlo a condividere determinati valori. Come afferma Aristotele, al quale sia Terenzio che Menandro si ispirarono, non è importante l’azione in sé, ma il motivo per il quale si compie tale azione: “per questa ragione giudichiamo la qualità di una persona dalla sua decisione; ciò equivale a giudicare in vista di che cosa agisce, non che cosa fa”.

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