Elogio di Mario Luzi a Fabrizio De André

il 12/01/2009 - Redazione

Nel 1997, pubblicato da EuresisEdizioni, uscì il libro “Fabrizio De Andrè. Accordi eretici”. Il volume, con saggi e testimonianze di autori vari, conteneva una sorprendente lettera/introduzione di Mario Luzi che qui ci piace riproporre. Lo scritto di Luzi, infatti, coglie efficacemente il pregio dell’arte di De André, quella sua capacità, cioè, nel saper produrre un “canto integrale” dove a prevalere non è il poeta o il musicista, ma un tutt’uno di grande suggestione, sobrio nei motivi, pulito nell’essenzialità della parola poetica.

"Caro De André, sono invecchiato nella quasi totale ignoranza del suo talento e me ne scuso" - così vorrei dire al musicista che invece tutti conoscono e seguono da anni di concerto in concerto, di album in album, Fabrizio De André. Sono dovuto andare alla ricerca di cassette e registrazioni per ricostruire una storia, la sua, che non avevo partecipato e di cui non avevo che vaghissima conoscenza. Non mi è stato facile risalire come avrei voluto il filo delle sue canzoni e tanto meno farlo ordinatamente. Quella sarebbe stata in forma limpida la sua storia artistica, dietro la quale - noi lo sappiamo - ce n'è sempre un'altra che siamo, noi destinatari, tenuti a ignorare, a meno che essa laceri la finzione e venga all'aperto confidando magari nella forza del trauma.
È non è il caso suo, mi pare, perché lei felicemente lascia trasparire qualche esperienza bruciante ma non vuole mai soverchiare il suo ascoltatore con il pathos. La soccorrono argomenti migliori. Lei conscio della natura simbolica dell'arte demanda il senso dei suoi canti che è anche, un senso generale della vita e della società, disingannato eppure pronto a incantarsi a motivi verbali e musicali che hanno una preistoria popolare molto intensa e significativa.
La virtù che subito le riconosco è di ritrovarli nella loro freschezza e anzi di rinnovarli fino a suggerire l'emozione di una originaria verdezza. In lingua o in dialetto queste risorse emotive dell'espressione sono molto generose con lei: e lei è tanto pulito e sobrio da captarle con naturalezza e a farne uso con piena credibilità. Questa è, appunto, l'altra sua virtù che mi sorprende: l'uso libero, saputo e ingenuo - sulla scorta di antiche filastrocche e ballate - delle battute verbali, delle frasi, dei luoghi linguistici: senza sintassi o paratassi, ovviamente, che acquistano però senso dalla semplice accumulazione e variazione. C'è, noto, molta eleganza in questo gioco, ma chi è che veramente lo comanda? Senza il concorso del ritmo avrebbe un minimo effetto questa bella sequela di parole? E quando dico ritmo intendo la parola come la intende un musico concertatore e non un lettore di testi letterari tutti più o meno segnati da una loro ritmica. Io non ho fatto questa prova, invito però a farla: ma da quella prova non discende alcuna conseguenza discriminatoria, essa serve solo a svelarci se tra le componenti del linguaggio di De André il tempo e il ritmo sono da considerarsi primari oppure cercati e ottenuti; e lo stesso argomento vale per i pregi del testo, avendo beninteso già chiara in testa la conclusione sulla inscindibilità del risultato. Del resto che io sappia lei non ha mai applicato le sue invenzioni a quelle di parolieri e anche con i poeti è stato parsimonioso e le sue scelte, tra cui L'antologia di Spoon River e Cecco Angiolieri sono indicative. Il suo canto è integrale: una compatta espressione nel cui amalgama c'è tutto il suo primo e anche secondo perché. Insomma, nelle sue canzoni, l'unità tra il testo e la musica che per lo più è innegabile precede o segue il lavoro? E se dovessimo considerare la fusione raggiunta come prodotto di una operazione sapiente quale sarebbe l'elemento che prima è entrato nel crogiolo e ne ha regolato la temperie? In termini molto grezzi e approssimativi: ha prevalso il poeta o il musicista? Bene, proprio il suo a me pare un caso in cui la distinzione non è da proporre, è perfino improbabile per quanto non sia illegittima.
Lei è davvero uno chansonnier, vale a dire un artista della chanson. La sua poesia, poiché la sua poesia c'è, si manifesta nei modi del canto e non in altro; la sua musica, poiché la sua musica c'è, si accende e si espande nei ritmi della sua canzone e non altrimenti. Per quanto il suo dono di affabulazione crei una certa magia, non sarebbe in grado di soggiogare l'uditorio senza il foco di quella concrezione e sintesi.
Sono quasi sicuro che queste note le appariranno questioni di lana caprina e le dò ragione: se non che in questo scorcio di tempo lo splendere di una plèiade di cantautori e la fortuna dei loro concerti domina la scena italiana e quella delle rock star quella internazionale, e proprio questi sono i quesiti che si pongono e vengono posti a uno scrittore, tanto più che l'udienza che esalta i riti e le cerimonie musicali contrasta con la relativa indifferenza nei riguardi della letteratura e della musica classica.
Anche penso le riescano futili e inconsistenti i commenti sulla sua modernità e sul suo arcaismo che si potrebbero fare: l'uno e l'altro sono evidenti nella bella sinergia che lei riesce a creare; e già questo è tipico della nostra epoca, se questo avesse un valore per lei che nelle modalità mutevoli ha trovato sostanze invariabili.
Godiamoci, De André, il suo repertorio giacché io ne ho avuto, tardivamente, una notizia soddisfacente e mi scusi la passata omissione".



(da "Fabrizio De André - Accordi eretici", a cura di Romano Giuffrida e Bruno Bigoni, EuresisEdizioni, 1997)

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