“Ho scritto I fracassati per far riflettere su ciò che siamo e rischiamo di diventare”. Parla Alessandro Bini

Firenze il 17/03/2020 - di Serena Bedini
Eccomi qua: sono seduta in poltrona e aspetto la telefonata di Alessandro Bini, autore de “I Fracassati”, (Polistampa, 2019). Ha detto che avrebbe chiamato lui, nonostante l’intervista gliela voglia fare io: gentile da parte sua. Per la verità, avremmo voluto vederci, prendere un caffè insieme e fare una bella chiacchierata seduti a un caffè, ma purtroppo ai tempi del Coronavirus questa possibilità ci è stata preclusa (#iostoacasa) e così abbiamo deciso di comune accordo di incontrarci telefonicamente e affidare alla trasmissione del cellulare parole, idee ed emozioni. Alle 10.05 il telefono squilla ed eccomi connessa con Alessandro: ha una voce profonda, l’accento toscano e molto senso dell’umorismo. Mi aspettavo che gli piacesse scherzare perché il suo romanzo ha delle pagine esilaranti, ma so anche che sarà facile chiedergli qualche riflessione di maggiore intensità sia perché chi ha senso dell’umorismo è una persona intelligente e quindi è dotato di grande capacità critica ed è portato a considerazioni di notevole spessore, sia perché, avendo letto il suo libro, so bene che non è un superficiale. La sua storia, anzi le storie che racconta ne “I Fracassati” sono multiformi e contrastate come la società in cui viviamo, al punto da comporre una realtà complessa e caleidoscopica, con i suoi aspetti divertenti e i suoi lati drammatici.
 
Alessandro, il tuo è un romanzo che consente più livelli di lettura. La storia del protagonista è
divertentissima a prima vista, così come le altre dei numerosi personaggi che affollano le pagine sono descritte spesso con pungente ironia e leggerezza, ma ci vuole poco a comprendere che in tutti i casi siamo davanti a un’umanità stranita. Per dirla in breve: siamo tutti un po’ fracassati!
Mi fa piacere questa tua considerazione perché scrivendo il mio romanzo volevo proprio raggiungere questo intento, ossia da un lato descrivere in modo leggero e con sguardo divertito le profonde contraddizioni della nostra società e dall’altro far riflettere su quello che siamo e su ciò che rischiamo di diventare.
 
Insomma hai seguito l’esempio di Hemingway che scriveva secondo il principio dell’iceberg: ciò che si legge è solo la superficie di quanto in realtà è nascosto tra le righe, ossia nella mente dell’autore. Qual è la matrice del tuo romanzo?
Direi che ho sempre osservato il mondo che mi circonda con un certo pessimismo. Ho il dubbio che il problema del genere umano possa derivare dal fatto che discendiamo dalle scimmie, animali indubbiamente curiosi, ma anche dispettosi, poco riflessivi. Se ci fossimo evoluti da un animale più equilibrato e razionale, forse a quest’ora la nostra realtà sarebbe ben diversa e meno difficile.
 
Insomma come ogni buon umorista, sei un pessimista: per certi versi il tuo romanzo mi ha ricordato il cinema italiano degli anni Cinquanta – Sessanta, quello in cui un film all’apparenza comica nascondeva un retrogusto amaro.
È vero, anche se devo dire che noi italiani siamo molto bravi a mettere in luce i nostri difetti, ma in definitiva ci piacciamo così e quindi poi siamo altrettanto abili ad autocelebrarci e a tirare avanti senza cambiare niente di quello che non va. In effetti, la mia idea era proprio scrivere un romanzo in cui mettere in luce le profonde contraddizioni della nostra società, così da coinvolgere il lettore e mostrargli la scena in cui si muove giornalmente da un punto di vista diverso. Per fare questo, ho preferito usare uno stile scanzonato, in modo che fosse più semplice parlare in modo franco, sincero, dire quello che c’è da dire, provare ad accendere un mio personale cerino dentro l’oscurità che ci circonda con le sue oscenità e le sue contraddizioni. Per questo ho scelto di narrare le vicende del protagonista in prima persona e la restante parte del libro in terza: volevo ottenere da un lato che il lettore si immedesimasse e dall’altro che potesse vedere la società contemporanea con il giusto distacco.
 
E da qui la vasta gamma di personaggi…
Sì, il musulmano che ha una figlia ambientalista, l’italiano chiuso e poco propenso ad accettare gli stranieri, la giovane donna che si macera in una storia d’amore di cui è insieme vittima e carnefice, l’uomo che ha abbandonato la propria figlia, ecc.
 
Molte tematiche del mondo attuale…
Ma anche molti gravi problemi come la ludopatia, la precarietà lavorativa, la solitudine, la mancata integrazione di molti immigrati, l’odio online, ecc.
 
Relativamente al tema dell’immigrazione, hai scelto di ambientare il tuo romanzo in un quartiere di Firenze ben preciso, ossia San Lorenzo: perché, per lo stesso motivo, non hai pensato all’Osmannoro?
Perché abito da sempre in centro e quel quartiere l’ho frequentato a lungo ai tempi dell’università e anche dopo e così ho potuto vedere la metamorfosi che ha subito, diventando di fatto il luogo dove si sono riuniti immigrati provenienti da ogni parte del mondo. È un posto che dimostra quanto sia cambiata Firenze ed era perfetto come ambientazione, essendo un autentico punto di accumulazione di esperienze di vita disparate.
 
A proposito del tema del lavoro, nel tuo libro si trovano personaggi che fanno i mestieri più svariati e originali. Da dove hai tratto l’ispirazione?
Sono tutte professioni che esistono realmente e di cui ho trovato traccia in internet: del resto in una società come la nostra non c’è da stupirsi se il mondo del lavoro si arricchisce di mestieri sempre più nuovi e bizzarri.
 
Mi sembra di poter dire che il tuo romanzo, le tue storie, nascono dalla tua grande curiosità, dalla tua capacità di osservare la realtà, riflettere su di essa, porti domande e non stancarti mai di ottenere risposte, ma cercarne sempre di più profonde…
Sì, credo in effetti che sia così, forse perché all’università ho studiato Filosofia e quindi sono portato a riflettere, forse è la mia natura, che può sembrare poco propensa all’ottimismo, forse, ancora, la curiosità e la sete di sapere che mi hanno sempre condotto nella vita.
 
E chissà che in questo periodo di silenzio, di pausa e di paura non sia giunto il momento anche per tutti noi di fare come Alessandro, ossia di fermarci, riflettere un po’ e cercare nell’osservazione di noi stessi quelle risposte che da tempo vorremmo trovare. Per essere un po’ meno “fracassati” e per lasciare che gli autentici fracassati siano solo i personaggi del libro di Alessandro Bini: un libro divertente, profondo, non comune.
 
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Serena Bedini

Nata a Firenze nel 1978, si è laureata all'Università degli Studi di Firenze in Filologia Moderna. Dal 2003 si occupa di formazione e attualmente è docente di Scrittura creativa e di Italiano presso la LABA di Firenze. Da sempre appassionata di letteratura e arte, ha collaborato e collabora con vari artisti ed è stata caporedattrice di i.OVO, rivista di arte e cultura... Vai alla scheda autore >

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